Cellule staminali, donarle o tenerle per sé? Part. 1

Dalla raccolta del cordone ombelicale al suo utilizzo in medicina

Dal 2007 al 2008 sono quasi raddoppiate le donazioni di sangue del cordone ombelicale, ricco di cellule staminali. A Milano esiste uno dei centri d’eccellenza per la conservazione di questi campioni. La Milano cord blood bank della Fondazione Policlinico Mangiagalli, creata nel 1993 ha raccolto in 15 anni circa 21mila campioni, di cui 7500 disponibili per trapianto. In tutto il mondo ad oggi, sono state distribuite 400 donazioni, per curare in particolar modo leucemie e linfomi nei bambini. Nel 2008 sono state 706 le donazioni conservate rispetto alle 488 del 2007. Abbiamo intervistato il professor Paolo Rebulla, direttore del Centro di Medicina Trasfusionale, Terapia Cellulare e Criobiologia, Dipartimento di Medicina Rigenerativa della Fondazione Policlinico Mangiagalli.

Secondo le statistiche, la donazione del cordone ombelicale sta crescendo moltissimo in sala parto, lei che dati ha?
Noi l’anno scorso abbiamo raccolto circa 1600 donazioni, che sono una volta e mezza rispetto all’anno prima. Questo ha permesso di mettere in banca (si segue sempre la logica di mettere le unità più ricche di cellule perché sono quelle più efficaci per il trapianto) 706 unità rispetto a 488 del 2007, con un’attività del 45% in più.

Come funziona il centro che lei dirige?

C’è un programma predisposto di qualità che lega un certo numero di sale parto nella regione Lombardia, si accede di solito alle sale parto di maggiore numerosità perché il programma di controllo di qualità è semplice, ma comunque impegnativo (dobbiamo formare il personale e visitare periodicamente queste sale parto) e quindi ci si concentra sulle sale parto che hanno una maggiore attività. Faccio un esempio, in Lombardia noi preleviamo presso 21 sale parto, un quarto di quelle esistenti, però coprendo questo 25% siamo presenti nelle sale parto che effettuano il 40-45% dei parti. Con quest’azione di selezione c’è un’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse disponibili. Le sale parto prelevano sulla base di un’accurata storia medica sul papà, sulla mamma e sulla famiglia, analoga a quella dei donatori di sangue, con qualche cosa in più. E dopo aver raccolto questa storia medica e il consenso informato di mamma e papà, si effettua la raccolta che viene eseguita al termine del parto. Quindi è molto importante ricordare che non si tocca il bambino o la mamma, si effettua un prelievo molto simile a quello tradizionale, si preleva il sangue in una sacca di plastica sterile e questo prelievo viene fatto pungendo la vena del cordone ombelicale. Il cordone ombelicale è quella struttura che raccorda il bambino alla placenta. Questo prelievo viene fatto dopo che il cordone è stato reciso, prima che la placenta venga esplulsa dalla mamma. Un prelievo che non comporta nessun rischio e nessun dolore né per la mamma, né per il bambino.

Questo prelievo può essere fatto sia per parto naturale che per cesareo?
Sì, in entrambi i casi. Anche se operativamente alcuni centri preferiscono il parto naturale. Nel primo caso infatti c’è una organizzazione più semplice per alcuni aspetti. Altri sono orientati magari su entrambi o anche su una prevalenza di parti cesarei. È una scelta della banca e della sala parto.

Si parla spesso di donatori compatibili e di compatibilità dei campioni, ci può spiegare in sintesi quali sono le variabili per la compatibilità?
Nel mondo dei trapianti esiste un sistema, un particolare gruppo sanguigno, che analogamente ai gruppi sanguigni che regolano la trasfusione di sangue, regola la compatibilità nel mondo del trapianto. Questo sistema si chiama Hla, antigene dei globuli bianchi umani. Dentro questo sistema ci sono sei caratteristiche che identificano il donatore e sei che identificano il ricevente. Dall’assortimento e dalla valutazione di un’identità, o per lo meno del grado percentuale di identità (6 su 6 identità totale, 3 su 6 vuol dire identità del 50% e così via) si sceglie il donatore e il ricevente. Nel trapianto tradizionale si punta ad avere la migliore compatibilità possibile, teoricamente 6 su 6. Con il sangue placentare che è meno aggressivo dal punto di vista immunologico si possono accettare una o due incompatibilità fra donatore e ricevente. Questo facilita molto l’identificazione di un donatore compatibile. In questo caso con il cordone ombelicale si può avere una compatibilità anche parziale.

Quanti campioni sono attualmente conservati nella banca di Milano?

La nostra banca, che è stata fondata dal professor Girolamo Sirchia nel 1993, contiene circa ottomila donazioni. Questo patrimonio si inserisce all’interno di un patrimonio nazionale di circa 25-28mila donazioni raccolte in 18 banche, in un patrimonio mondiale di 500mila donazioni raccolte in un centinaio di banche. Di queste una quindicina circa ha conseguito un accreditamento di qualità internazionale e tra queste sia la banca di Milano che quella di Pavia (che insieme formano la Banca del sangue placentare della Regione Lombardia) sono state accreditate per questo prestigioso standard Usa di accreditamento che si chiama Fact (Foundation for the accreditation of cellular therapy).

Quanti campioni sono stati utilizzati?
Noi distribuiamo mediamente ogni anno fra 40 e 50 trapianti. Questo numero è il risultato di una selezione circa 10 volte superiore: riceviamo richieste per circa 500 pazienti, poi bisogna verificare la compatibilità e le condizioni cliniche. Quindi questa intensa attività di ricerca coordinata dall’Ibmdr (il Registro dei donatori di midollo) di Genova porta alla nostra banca la distribuzione di circa 40-50 trapianti all’anno. In totale ne abbiamo distribuiti circa 400. Tutte le banche italiane ne hanno distribuite finora 800 nella loro storia.

Voi soddisfate richieste per la conservazione autologa?
No, ma c’è un capitolo importante di raccolte dedicate. Non sono propriamente autologhe, cioè dedicate allo stesso paziente che dona (in caso di malattia genetica le cellule sono alterate e quindi l’utilizzo per se stessi non è appropriato). Le donazioni dedicate non sono numericamente rilevanti, ma sono assai importanti perché la raccolta dedicata in una famiglia in cui ci sia un fratellino con la leucemia può rappresentare un’elevata probabilità di avere una buona donazione, ben compatibile e quindi essere veramente un’azione di prima scelta in questi casi.

Quindi in questi casi lo conservate il campione?
Certo, c’è un programma molto ben organizzato in Lombardia che richiede la partecipazione di tutti gli ospedali, con delle malattie ben definite sulla base delle quali la famiglia presenta una richiesta alla direzione sanitaria dell’ospedale dove la mamma partorirà, questa richiesta viene poi inviata alla nostra banca che autorizza alla conservazione. In questo caso non c’è una selezione sulla sala parto. Secondo l’ordinanza ministeriale del 26 febbraio riprecisa le situazioni: la conservazione dedicata è consentita nei casi in cui vi sia un protocollo terapeutico scientificamente fondato e che vi sia un’indicazione clinicamente appropriata al trapianto. Questo vuol dire che ci deve essere la compatibilità e la condizione clinica del paziente che lo consenta.

Cosa ne pensa di questa moda che si sta diffondendo di conservare le cellule staminali cordonali?

Noi non raccomandiamo di seguire questa tendenza per due principali ragioni: primo perché condividiamo la perplessità delle società scientifiche che non identificando protocolli scientificamente validati non raccomandano alle famiglie di impiegare le risorse in questo senso. C’è anche un’altra ragione: se ogni famiglia si orienta a conservare per sé, ahimé dovrebbe anche considerare che nel momento in cui avesse bisogno di questo prezioso prodotto terapeuticamente importante sarebbe difficile andare a chiedere ad altri di cederlo. Quindi è bene impegnarsi perché sia noto a tutti che l’utilizzo attuale è un utilizzo realistico nel senso della donazione solidale verso gli altri. Se tutti conservano in un frigorifero il proprio campione, poi non ce n’è per nessuno e questo non è vantaggioso per la popolazione.

Come funziona negli altri Paesi europei e negli Usa?
Ci sono Paesi che hanno sistemi sanitari fondati sulla scelta individuale che non su un sistema solidaristico come in Italia. Negli Usa prevale una logica molto liberistica di scegliere e di decidere. E questo ha vantaggi e svantaggi come tutte le cose: l’americano nasce e cresce sapendo che deve contare molto su di sè, quindi accetta anche – magari a malincuore – che se ha una grave malattia e non ha i soldi per permettersi le cure, muore più giovane di qualcun altro. Noi abbiamo grazie al cielo un sistema solidaristico sanitario e quindi penso sia appropriato raccomandare alla popolazione di perseguire obiettivi nei quali ci sia meno una visione individuale e più una collettiva. Negli Usa di fatti si è aperto in maniera importante il concetto della conservazione autologa, nonostante le società scientifiche e gli esperti non lo raccomandino e il patrimonio di donazioni disponibili per la collettività è circa un decimo di quello che è conservato nelle strutture per la conservazione autologa.

Ma da un cordone non si possono prelevare due campioni?

Teoricamente sarebbe possibile, ma i protocolli attuali vedono il principale limite nella quantità delle cellule. Quindi tutti i protocolli attuali applicati alle malattie del sangue come leucemie e linfomi, raccomandano di utilizzare la massima dose cellulare disponibile. Deprivare le donazioni di una piccola o grande parte non è molto razionale.

(CONTINUA)

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