Zanzare, contrordine: il repellente potrebbe attirarle. Ma per gli esperti può essere ancora consigliato

Uno studio americano mostra come gli insetti sarebbero in grado di imparare a riconoscere gli odori e ad adattarsi

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Tutto ciò che si sapeva finora sulle zanzare e su cosa o come tenerle alla larga potrebbe essere rimesso in discussione. O quantomeno l’effetto di uno dei repellenti ritenuti più efficaci contro gli insetti. Uno studio, frutto del lavoro congiunto di esperti americani e francesi, dimostrerebbe come le zanzare abbiano imparato a “convivere” con uno dei principali ingredienti degli spray in commercio per tenerle alla larga. Ciononostante gli esperti consigliano di non smettere di usarli. Ecco perché.

Lo studio sui repellenti

Si chiama “Deet”, è uno dei composti principali e più utilizzati negli spray repellenti per le zanzare. Finora era considerato uno dei ingredienti must have per tenere lontani gli insetti, specie nella stagione estiva, quando proliferano e possono infastidire nelle calde serate all’aperto. Eppure uno studio evidenzia come proprio i repellenti che lo contengono potrebbero essere diventati meno efficaci. Come scrivono gli autori dello studio, pubblicato sul Journal of Experimental Biology, potrebbe essersi creato un “effetto boomerang”. Di fatto le zanzare avrebbero imparato a “convivere” (se non addirittura ad amare) l’odore degli spray comunemente in vendita.

Cosa dicono gli esperti

“Se qualcuno applica il Deet, la sua concentrazione diminuisce nel tempo e una zanzara riesce comunque a nutrirsi, l’insetto potrebbe iniziare ad associare quell’odore a una ricompensa”, spiega Clément Vinauger, professore associato al Virginia Tech, che lavora anche presso il Dipartimento di Biochimica del College of Agriculture and Life Sciences. Insieme a lui, anche Claudio Lazzari dell’Università di Tours, in Francia, ha condotto alcuni esperimenti, che sono riconducibili all’effetto Pavlov, sul condizionamento delle specie animali.

La ricerca sull’effetto Pavlov

Gli scienziati hanno iniziato tentando di “addestrare” le zanzare, sfruttando il noto “effetto Pavolov”, quello scoperto nel 1903 dal medico, fisiologo ed etologo russo, Ivan Pavlov, che analizzò il riflesso condizionato dopo numerosi studi sui cani. Nel suo caso gli animali imparavano ad associare il suono di un campanello al cibo che veniva offerto loro. Nello studio con le zanzare, i ricercatori hanno prima immobilizzato gli insetti dietro una rete di tessuto con una sacca di sangue caldo posizionata appena fuori dalla loro portata. Poi, dopo che questi avevano iniziato a nutrirsi del sangue, è stato introdotto del Deet. L’esperimento è stato ripetute per quattro volte, osservando che oltre il 60% delle zanzare avevano cercato di nutrirsi quando erano state esposte al solo odore del repellente. Successivamente agli insetti è stata presentata la possibilità di scegliere tra due mani umane: una non trattata e una che invece aveva odore di Deet a concentrazioni normali.

La capacità di “apprendimento” delle zanzare

Ecco che le zanzare non addestrate avevano evitato la mano su cui era stato spruzzato il repellente, ma quelle sottoposte al training preventivo avevano finito con l’esserne attratte. Questa capacità di modificare le proprie abitudini, arrivando persino ad associare positivamente il repellente alla possibilità di nutrirsi di sangue ha spinto Vinauger ad affermare: “È una possibilità che dovremmo prendere seriamente in considerazione quando pensiamo a come vengono utilizzati i repellenti nella vita reale”. La conclusione, infatti, è che le zanzare possono imparare a non evitare più i repellenti. Questo potrebbe avere effetti importanti nelle strategie di deterrenza soprattutto se si tratta della zanzara che veicola la malattia della febbre gialla, cioè la Aedes aegypti, la stessa specie che può diffondere anche altre malattie infettive potenzialmente molto serie, come la Dengue, Zika, la Chikungunya e la stessa febbre gialla.

L’opinione degli esperti

“L’ipotesi comune è sempre stata che i repellenti funzionino grazie alla loro composizione chimica: che il Deet abbia semplicemente un odore sgradevole per le zanzare, che quindi fuggono, o che la sua chimica impedisca loro di percepire il nostro odore”, ha chiarito ancora Vinauger, che collabora anche con il Center for Emerging, Zoonotic, and Arthropod-borne Pathogens del Fralin Life Sciences Institute of Virginia Tech. Il ricercatore ha spiegato ancora: “Quello che stiamo dimostrando è che il cervello della zanzara può riscrivere questa risposta in base all’esperienza. Ciò che l’insetto ha imparato conta tanto quanto l’effetto della sostanza chimica. Questo, a mio avviso, rappresenta un cambio di paradigma”.

I repellenti sono ancora da usare?

Le conclusioni degli esperti, però, non devono indurre a pensare che i repellenti siano diventati inutili. Come chiarisce ancora Vanauger, “Se vi trovate in regioni tropicali dove il rischio di contrarre malattie è reale, dovreste usarlo“. Ciò che conta, invece, sono le quantità di repellente da impiegare e la tempistica: “Invece di applicarne una grande quantità in una sola volta, è consigliabile riapplicare il repellente regolarmente, in modo che rimanga sempre attivo e fornisca una protezione continua”. Il tutto tenendo anche in considerazione che la presenza di spray sugli indumenti diminuisce nel tempo, perdendo efficacia. “Le zanzare sono straordinarie nell’elaborare le informazioni relative al loro ambiente – conclude il ricercatore – Quello che stiamo cercando di capire non è solo come ci individuano, ma anche come il loro cervello interpreta questi segnali e li trasforma in comportamenti”. La conclusione è che occorre ancora “capire come le zanzare riescano a eludere le nostre strategie di controllo“. Per fare ciò serve “la comprensione del loro funzionamento, a livello molecolare, neurale e comportamentale”.