Tumore del pancreas e melanoma, tra farmaci intelligenti e immunoterapia: speranze per cure sempre più efficaci

Tumore del pancreas e melanoma, la ricerca accende la speranza con nuove cure che aumentano la sopravvivenza: come funzionano

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Per chi si occupa di tumori, l’appuntamento del Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) rappresenta un’occasione unica per fare il punto e soprattutto sul futuro dei trattamenti di queste patologie. Nell’occasione, infatti, vengono presentati gli studi più significativi, che consentono di disegnare il domani pur se i farmaci di cui si parla magari (in certi casi) non sono ancora disponibili.

Anche quest’anno, l’appuntamento tenutosi a Chicago ha messo in luce tanti aspetti che aprono il cuore alla speranza. In particolare, alcune ricerche sono state di grande impatto, consentendo di aprire nuove prospettive per la cura del tumore avanzato del pancreas e per il trattamento del melanoma cutaneo.

Pancreas, il farmaco sperimentale che raddoppia la sopravvivenza

Per il trattamento del tumore metastatico del pancreas, quindi non nelle primissime fasi di malattia, sono stati presentati gli ultimi risultati di uno studio condotto con daraxonrasib. Questo farmaco riduce al silenzio l’oncogene RAS che, quando attivato, induce una crescita tumorale incontrollata: questa mutazione è presente nella maggioranza dei tumori.

Il farmaco, in particolare, è il primo ad aver dimostrato di poter spegnere gli effetti del gene in questione nel tumore del pancreas. A Chicago si è visto che il medicinale, capace di agire come un vero e proprio “mastice” molecolare che ingabbia la proteina RAS mutata e ne blocca il segnale di crescita e proliferazione per la cellula malata, può allungare l’aspettativa di vita dei pazienti con tumore del pancreas già trattati con chemioterapia.

Attenzione: il vantaggio è particolarmente significativo considerando che il trattamento raddoppia la sopravvivenza complessiva e la sopravvivenza libera da progressione, triplica il tasso di risposte obiettive, migliora la qualità di vita e riduce il ricorso alla terapia del dolore”. Il tutto, con un soddisfacente profilo di tollerabilità (si parla soprattutto di effetti collaterali per la mucosa della bocca e per la pelle, con una via di somministrazione particolarmente comoda, ovvero per bocca.

Melanoma, la terapia combinata è “su misura”

I risultati a 5 anni dello studio di Fase 2b KEYNOTE-942 confermano la solidità e la tenuta nel tempo del vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma. I dati dicono che la combinazione del vaccino anti-cancro personalizzato (intismeran) e dell’immunoterapia standard (pembrolizumab) riduce del 49% il rischio di recidiva o morte rispetto alla sola immunoterapia nei pazienti con melanoma ad alto rischio.

In Italia, così come in altre parti del mondo, è in corso lo studio di fase 3, avviato per primo all’Istituto Pascale di Napoli da Paolo Ascierto, ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus.

“I risultati presentati all’ASCO confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l’efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo – commenta Ascierto -. Ridurre del 49% il rischio di recidiva e del 59% quello di metastasi a distanza a cinque anni apre prospettive cliniche importantissime per il futuro dei pazienti ad alto rischio”.

Lo studio ha coinvolto 157 pazienti con melanoma operati, divisi in due gruppi per valutare l’efficacia della terapia adiuvante (post-chirurgica). A cinque anni dall’intervento, il 68,8% dei pazienti trattati con l’accoppiata vaccino più immunoterapia è completamente libero da tumore, contro il 49,1% di chi ha ricevuto solo l’immunoterapia.

Inoltre, la combinazione ha ridotto del 59% il rischio che il melanoma si diffonda in altri organi del corpo. Ma il dato forse più impressionante è che il 92,2% dei pazienti del gruppo vaccino è vivo a cinque anni, rispetto al 71,3% del gruppo di controllo. Il tutto, con la personalizzazione assoluta del trattamento anti-cancro testato.

“Non si tratta di un vaccino preventivo tradizionale, ma di una terapia creata ‘su misura’ per ogni singolo paziente – spiega Ascierto -. Attraverso l’analisi del tumore rimosso chirurgicamente, sono stati identificati fino a 34 neoantigeni, ovvero le ‘firme’ proteiche specifiche ed esclusive di quel determinato melanoma. Sulla base di queste informazioni, è stato sintetizzato un filamento di mRNA che, una volta iniettato, istruisce i linfociti T, cioè i soldati del sistema immunitario, a riconoscere e distruggere qualsiasi cellula tumorale residua che tenti di nascondersi o riprodursi”.

L’immunoterapia con pembrolizumab toglie il “freno” al sistema immunitario che il tumore usa per difendersi; il vaccino intismeran, invece, fornisce ai linfociti T l’identikit esatto del bersaglio da colpire.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.