La personalità si può cambiare? No, almeno secondo una credenza comune, radicata nella cultura popolare ed esemplificata da una delle frasi più ricorrenti nella quotidianità: “È fatto così, è la sua personalità, non si può far nulla”. A quanto pare, invece, anche il carattere può cambiare nel corso degli anni, complice lo stile di vita, le esperienze (perdita del lavoro compresa) e le persone che si incontrano sul proprio cammino. A dirlo è uno studio americano.
Quante personalità esistono
Una ricerca, condotta da un team su un campione di poco meno di 900 cittadini americani, ha analizzato i cosiddetti Big Five, cinque tipi di personalità: l’estroversione, l’accondiscendenza, la coscienziosità, la nevroticità e l’apertura mentale. Rappresentano i principali tratti del carattere di una persona, che possono prevalere, anche se non descrivere completamente l’indole di ciascuno. In generale, secondo i ricercatori, possono rimanere piuttosto stabili nel corso della vita. Ma questo non significa che la personalità complessiva sia immutabile, almeno secondo quanto emerso dallo studio.
Cosa hanno scoperto i ricercatori
Conducendo un’analisi di follow up su 8 ampie banche dati, per un totale di 166.971 persone, provenienti da 4 differenti aree del mondo (Stati Uniti, Australia, Germania e Paesi Bassi), è emerso che persino i cinque tratti prevalenti possono mutare, al pari di altri fattori, sia di anno in anno, sia nel corso della vita. Per esempio, la coscienziosità, che viene descritta come la tendenza ad essere accudente, diligente e responsabile, non rimane identica in una persona quando è adolescente o quando arriva a 90 anni. In molti casi a influenzare il carattere sono eventi come la soddisfazione per la propria vita e traguardi, lo stipendio o la salute.
Quanto si sottovalutano i Cinque fattori caratteriali
Come spiegano gli autori della ricerca, pubblicata sulla rivista Communication Psychology, la gente sottovaluta quanto i Cinque fattori caratteriali (o Big Five) cambino nel tempo, tanto da non immaginare che possono mutare persino del 90% di anno in anno e del 100% col trascorrere della vita. Queste convinzioni – errate – sono così radicate da aver spinto a coniare definizioni o modi di dire differenti, ma tutti unanimi nel ritenere che, di fronte a una certa “indole”, non ci sia nulla da fare. Nel Regno Unito, ad esempio, si dice “Stay true to yourself,” che certifica che è inutile adoperarsi per cambiare gli altri. Insomma, l’equivalente del “Sono fatti così” in Italia.
La differenza tra carattere e personalità
In realtà andrebbero distinti il carattere e personalità. Come spiegano gli psicologi, infatti, il carattere in genere si riferisce alla sfera morale ed etica di una persona, quindi ha a che fare con il senso di lealtà, sincerità, integrità e determinazione interiore. La personalità, invece, include l’ambito del pensiero, delle emozioni e dei comportamenti che rimangono relativamente stabili nel tempo. È questo in questo contesto che rientrano i Big Five. Partendo da questo presupposto, finora si è ritenuto che fosse solo il carattere a poter essere modificabile nel corso della vita, con una evoluzione spesso dettata dalle influenze esterne e interne. Tra queste ci sono anche il lavoro e persino il partner.
Lo studio: come lavoro e partner modificano il carattere
All’idea dei ricercatori, però, si sono aggiunte di recente anche le conclusioni di un altro studio, condotto dall’Università La Sapienza di Roma insieme alla University of California Davis (UC Davis), pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology. In questo caso si sono indagati gli effetti di alcuni eventi come la disoccupazione sulla capacità di gestire le emozioni, di fornire risposte che cambiano nel tempo e che, a loro volta, possono avere conseguenze anche sulle relazioni. Il punto di partenza dei ricercatori è stata un’analisi durata 16 anni oltre 1.100 adulti, sui principali tratti della personalità, in persone con una relazione stabile di coppia e in soggetti single.
La perdita del lavoro influisce sui Big Five
I dati raccolti hanno evidenziato nelle persone che avevano perso il lavoro l’indebolimento di alcune caratteristiche chiave: “I cambiamenti più marcati riguardavano soprattutto i tratti della personalità legati alla coscienziosità, all’amicalità e alla stabilità emotiva. La coscienziosità è un tratto della persona che si riferisce al rispetto delle regole, all’impegno, all’affidabilità legata ai valori del lavoro che si svolge. L’amicalità è la pro socialità, l’andare verso gli altri, l’essere aperti. Abbiamo verificato che le persone tendevano a chiudersi in se stesse (un po’ per il senso di vergogna, un po’ il senso di inefficacia e il sentimento depressivo crescente). L’altro tratto che cambiava erano le caratteristiche di stabilità emotiva. Scemava la capacità di gestire le emozioni (frustrazione e ansia), per alcuni perdere il lavoro si associava alla rabbia, all’irritabilità, al senso di fallimento, al senso di deprivazione; le reazioni erano molto variabili e dipendevano dai tratti caratteriali preesistenti. In alcuni le alterazioni della regolazione emotiva portavano a una maggiore chiusura in se stessi (quindi depressione, timidezza, isolamento), mentre per altri sfociavano verso l’esterno (rabbia, insofferenza, irritabilità), ha spiegato al Corriere della Sera Guido Alessandri, Professore ordinario di Psicologia del lavoro alla Sapienza di Roma e primo firmatario dello studio.
La disoccupazione toglie risorse interiori
Uno dei fenomeni più evidenti, però, è stato notare come la disoccupazione, che segue alla perdita del lavoro, erode la capacità di risposta agli eventi esterni, come se togliesse risorse interiori proprio nel momento in cui queste sarebbe più necessarie. Non solo. Il fenomeno è amplificato quanto maggiore era l’attaccamento al lavoro della persona in questione: “Più la persona aveva investito nel lavoro più il cambiamento che la perdita di lavoro determinava tendeva a prolungarsi nel tempo – spiega -. Per le persone più giovani il cambiamento tendeva a essere meno incisivo e a risolversi nel tempo, indipendentemente dalla ripresa dell’occupazione”. Si tratta della riprova, quindi, di come anche alcuni dei Big Five siano modificabili nel corso della vita.
Gli effetti sulle relazioni
Come se non bastasse, si è visto anche che “il partner diventava più coscienzioso, più attento, più affidabile, cioè si faceva più carico di quello che accadeva in famiglia (nel caso di perdita del lavoro, NdR). Al contrario, l’amicalità e socialità mostravano un calo continuo”. Un fenomeno differenza a seconda del genere: come emerso dalla ricerca, infatti, “gli effetti sulla personalità risultavano più marcati se il partner disoccupato era l’uomo, traiettorie meno accentuate nel caso il lavoro fosse stato perso dalla donna”, sottolinea Il Corriere.