Non avere amici è come fumare 15,5 sigarette al giorno

L'Istituto Superiore di Sanità conferma il "valore terapeutico" delle relazioni. Si fa largo la "prescrizione sociale" contro ansia, depressione e patologie croniche

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Avere amici fa sentire meglio e questo è un fatto noto. Ma anche la scienza conferma che l’amicizia non fa bene solo all’umore, ma anche alla salute. Come se non bastasse, l’Istituto Superiore di Sanità ha sottolineato la privazione di una rete di conoscenze, dunque l’isolamento sociale cronico, è associato a circa 870.000 decessi ogni anno nel mondo, 100 ogni ora. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità la solitudine può avere un impatto negativo paragonabile a quello di fumare oltre 15 sigarette al giorno.

Le amicizie fanno bene, anche alla salute

“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice il proverbio e pare che la saggezza popolare abbia anche un fondamento scientifico. L’amicizia favorisce il benessere psicologico, ma migliora anche la salute fisica. Non solo. Secondo diverse ricerche contribuisce alla longevità tanto che può aumentare fino al 50% le probabilità di vivere più a lungo. A ricordarlo, in occasione della recente Giornata Mondiale dell’Amicizia, è stato anche l’Istituto Superiore di Sanità. Al contrario, vivere in solitudine contribuisce a un peggiore delle condizioni generali.

Meno amici, più solitudine

Come sottolineato dall’Iss, infatti, l’isolamento sociale cronico è associato a circa 870.000 decessi ogni anno nel mondo, pari a 100 per ogni ora. I numeri assumono ancora più importanza in un momento in cui le principali rilevazioni mostrano un aumento proprio della solitudine: “È un fenomeno in crescita. Secondo l’Oms una persona su sei nel mondo si sente sola. Tra i giovani il fenomeno interessa una persona su cinque, mentre nei Paesi a basso reddito coinvolge quasi una persona su quattro”, ha confermato Ilaria Lega, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto superiore di sanità.

Gli effetti “nocivi” della solitudine

A influire su questa tendenza sono molteplici fattori: da un lato la denatalità, che riduce la popolazione più giovane, dall’altro i cambiamenti dello stile di vita. Alle vecchie reti familiari allargate, si sostituiscono famiglie sempre meno numerose – talvolta persino mononucleari – e sempre più isolate, specie in contesti urbani. “Ma anche il modo in cui si costruiscono oggi le relazioni” ha un suo impatto, come specifica la dottoressa Lega. L’esempio più lampante arriva dall’uso dei social media e dei social network da parte dei ragazzi e dei giovani adulti. “Non sono i social media in sé a determinare la solitudine, bensì le modalità con cui vengono utilizzati e la qualità delle esperienze vissute nel contesto virtuale – spiega la ricercatrice – Quando sono impiegati come uno spazio di confronto, condivisione e partecipazione possono rafforzare i legami sociali; al contrario, un utilizzo passivo o caratterizzato da interazioni negative e ostili può accentuare il senso di isolamento e di solitudine”.

I danni anche sugli anziani

A soffrire di solitudine, peggiorando anche le condizioni fisiche, sono però anche gli anziani, in aumento, complice l’allungamento dell’aspettativa di vita. Ma la mancanza di relazioni significative e di opportunità di partecipazione alla vita della comunità può avere anche ricadute in termini di peggioramento dello stato di salute. È provato, ad esempio, che proprio la riduzione delle interazioni può aumentare il rischio di andare incontro a deficit cognitivo e dunque anche a patologie come demenza e Alzheimer.

La “prescrizione sociale” in ricetta

Come spiega la ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità, “Nel Regno Unito è stato istituito un ministero della Solitudine e in diversi Paesi tra cui l’Italia si sta diffondendo il modello della prescrizione sociale. Un approccio che riconosce il valore delle relazioni come parte integrante della salute”. La “prescrizione sociale”, infatti, prevede l’indicazione su ricetta bianca di attività di diverso tipo da parte del medico di famiglia, della Asl o di psicologici, allo scopo di migliorare la salute mentale e il benessere, senza ricorso a terapie farmacologiche o trattamenti medici in senso stretto. Si tratta, per esempio, di prescrivere la partecipazione a corsi di yoga, danza o sport, o ad eventi artistici e creativi, presso enti sul territorio, come i musei.

Yoga, danza, sport e musei come “medicine”

A Torino, ad esempio, nei giorni scorsi è partito il progetto “prescrizione sociale”, promosso dall’associazione culturale “Nessuno”, insieme alla Asl, la circoscrizione 8 del Comune di Torino, la facoltà di psicologia dell’Università della città e il polo culturale “Lombroso 16”. Prevede che possano essere prescritti corso di yoga, danza, sport o altre attività da pratica in compagnia, sottolineando il valore terapeutico proprio delle relazioni. Sempre in Piemonte esiste già la ricetta che prevede come terapia la visita di un museo. L’iniziativa, sostenuta anche Fondazione Compagnia di San Paolo, ha come protagonista la ASLTO3 e come partner il Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea e la Reggia di Venaria, dove vengono organizzate visite per gruppi, laboratori, storytelling corporeo, medicina narrativa e attività esperienziali pensate per attivare emozioni, memoria, movimento e relazioni.

Amicizie e relazioni per contrastare ansia, depressione e patologie

Il rapporto OMS del 2019, che raccoglie oltre 3000 studi internazionali, dimostra il ruolo delle arti nella prevenzione, nel sostegno psicologico, nella gestione delle malattie croniche e nel miglioramento della qualità della vita”. In altre parole, attività che prevedono la stimolazione, l’interazione, il coinvolgimento e la costruzione di reti amicali e di conoscenza, favoriscono benessere, partecipazione e inclusione. Si tratta di una “terapia non farmacologica”, quindi, per contrastare ansia, isolamento, depressione lieve-moderata, fragilità sociali e patologie croniche.