Il disagio mentale e la mancanza di tempo o spazio trascorso nella natura stanno diventando un problema a livello mondiale. Non a caso la terapia mentale basata sulla natura, la cosiddetta NBMHC, è ora al centro dell’attenzione degli esperti come possibile risposta contro ansia e depressione. A dimostrarlo è un gruppo di ricercatori, che ha condotto una metanalisi dimostrando come la NBMHC sia al momento tra le migliori “medicine” basate sul cambiamento dello stile di vita, con livelli di aderenza terapeutica molto elevati tra coloro che, però, possono permettersela. Perché il problema sono le diseguaglianze, che non rendono disponibile questo approccio per tutti.
Cos’è la NBMHC
A spiegare l’importanza della terapia mentale che si fonda su un maggior contatto con la natura è stato un team di ricercatori, guidato da Ralf C. Buckley, della Griffith University nella Gold Cost, in Australia, affiancato da colleghi provenienti da Cina, India, Giappone, Cile. Il punto di partenza dell’osservazione, pubblicata sulla rivista Nature, è la considerazione che i modelli di salute basati sulla clinica e sullo stile di vita funzionano quando sono supportati dalla presenza di parchi pubblici e spazi verdi. Da qui l’esigenza di implementare le politiche sanitarie includendo proprio la possibilità di usufruire di parchi, sistemi educativi e di trasporto alle offerte medico-sanitarie in senso stretto, per migliorare la salute mentale. Per i ricercatori, infatti, occorre investire fondi in questa direzione, con la ragionevole conseguenza (se non sicurezza) di un ritorno in termini di riduzione dei costi sanitari generali e aumento della produttività a livello economico. Gli esperti hanno quindi confrontato modelli di cura tradizionali, servizi sociali e stili di vita allo scopo di capire come sostenere la NBMHC.
La terapia della natura funziona
D’altro canto che la terapia della natura (o ecoterapia) funziona era già stato dimostrato da un’analisi internazionale pubblicata tempo fa sul British Medical Journal. Il lavoro, coordinato dal Monash University di Melbourne in Australia, aveva dimostrato come la presenza di aree verdi porti da un minor numero di ricoveri per motivi psichiatrici. In particolare i ricercatori avevano preso in esame 11,4 milioni di casi, in sette Paesi nel mondo, osservando cosa accadeva nell’arco di 19 anni, a partire dal 2000 e fino al 2019. Era emerso l’impatto negativo sulla salute mentale dovuto a una crescente urbanizzazione, fonte a sua volta di stress ambientale e sofferenza mentale.
Rivalutare l’NDVI, l’indice del “verde”
La ricerca aveva indicato un legame stretto tra il cosiddetto NDVI, l’indicatore della presenza di aree verdi censite tramite satellite, e il benessere psicologico. Si era visto che un incremento anche solo dello 0,1% dell’NDVI è associato a un calo del 7% delle probabilità di ricovero ospedalieri per disturbi mentali. Un valore che cresce quando si è in presenza anche di altri fattori come uso di sostanze, disturbi psicotici e demenza, che tendenzialmente sono maggiormente diffusi nelle realtà ad alta urbanizzazione.
Più verde contro caldo, stress e depressione
Lo studio australiano ha messo in evidenza, dunque, il legame tra disturbi mentali e ambiente. La ricerca, condotta in Paesi molti differenti tra loro (Australia, Brasile, Canada, Cile, Nuova Zelanda, Corea del Sud e Tailandia) ha mostrato come le “città verdi” registrino livelli migliori di salute mentale. Per esempio, in Brasile, Cile e Tailandia prevale un effetto protettivo della natura diffuso, mentre in Australia e Canada si osservano effetti avversi modesti: la conclusione è che la qualità del verde, l’accessibilità o i diversi servizi diversi nei quartieri hanno un’influenza diretta sulla salute mentale.
Terapie differenti, risultati differenti
Ma proprio le differenze tra territori e servizi aprono la strada a un’altra riflessione, sulla quale puntano l’attenzione i ricercatori guidati da Buckley. L’approccio terapeutico è fondamentale per la riuscita del trattamento stesso. Come osservano gli autori dello studio, la salute mentale sta peggiorando a livello globale, con un aumento del 63% dell’ansia e del 26% della depressione negli ultimi 15 anni. Le principali risposte consistono in cure antidepressive, con un alto rischio di dipendenza, o in consulti psicologici che però non sempre sono possibili per tutti. La terza risposta, invece, consiste nella terapia basata sulla natura. Per essere considerata un’opzione percorribile, però, occorrono investimenti che riguardano anche le politiche socio-economiche e demografiche.
Un problema di fondi e tempo
Non per tutti i pazienti, infatti, è possibile disporre di fondi e tempo da dedicare alla “terapia della natura”, oltre a limiti oggetti infrastrutturali, nel caso di mancanza oggettiva di aree verdi. Chi appartiene a fasce socio-economiche più elevate, infatti, può contare su una disponibilità che gli permette di trascorrere più tempo all’aria aperta, in spazi verdi, magari anche effettuando viaggi immersi nella natura. Così non è, invece, per chi rientra in fasce di popolazione più disagiate. È qui che entrano in gioco gli investimenti pubblici, come sottolineano i ricercatori: l’esposizione alla natura, qualora possibile, migliora infatti la salute mentale anche in caso di persone con una condizione di partenza buona o moderata, e non solo in chi soffre di disturbi specifici.
Più aree verdi e spazi pubblici
Per questo i ricercatori insistono sull’esigenza di rafforzare piani urbanistici che siano maggiormente compatibili con il benessere mentale, aumentando la presenza di aree verdi e spazi pubblici come giardini, che permettano di trascorrere più tempo a contatto con la natura, con benefici per tutti. Un esempio pratico, secondo gli autori dell’analisi, è di prevedere una riallocazione degli ecosistemi o compensazione di spazi verdi nel caso di ogni nuovo progetto urbanistico che interessi le città. Il ritorno economico sarebbe comunque assicurato come dimostra il fatto che i parchi nazionali americani contribuiscono con più di 5 trilioni di dollari all’economia globale grazie a investimenti nel sistema di salute mentale, ossia 500 volte il budget delle aree protette a livello globale.