Morta di tristezza Marjane Satrapi, cosa significa, quali i sintomi e gli interventi

La scrittrice franco-iraniana, popolarissima per il fumetto (e poi il film) “Persepolis”, è scomparsa di crepacuore, un anno dopo il marito, Mattias Ripa

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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È scomparsa Marjane Satrapi, lasciando un vuoto in tutti i suoi lettori, ma soprattutto colpendo per le cause della sua scomparsa: la scrittrice franco-iraniana, infatti, “è morta di tristezza”, in Francia a soli 56 anni, come hanno fatto sapere i suoi familiari in un comunicato. Appena un anno fa, era deceduto anche il “marito e amore della sua vita”, Mattias Ripa, produttore, attore e sceneggiatore. Fatale per la donna, dunque, la cosiddetta “sindrome di crepacuore”.

La morte per “crepacuore”

Il cuore di Satrapi non ha retto al dolore. La causa della scomparsa, come comunicato dai parenti alle agenzie, è riconducibile alla “sindrome di crepacuore“. Da mesi viveva nel lutto per la perdita dell’amatissimo marito, dopo una vita segnata da prove difficili: prima fra tutte, l’abbandono della sua patria, l’Iran.

Cos’è la “sindrome di crepacuore”

La sindrome ha basi scientifiche solide. Si tratta di una cardiomiopatia da stress, una malattia reale che porta a sofferenza cardiaca, in genere scatenata da un forte stress emotivo. Come spiega la Fondazione Umberto Veronesi sul proprio portale, si genera un colpo al cuore che “arriva dal sistema nervoso simpatico attraverso una tale scarica di ormoni, le catecolamine, in grado di danneggiare il cuore, specie in persone fragili perché avanti con gli anni o malate”

Lo studio inglese sulla malattia

La Fondazione riporta anche i risultati di uno studio inglese condotto su oltre 114mila persone di età compresa tra i 60 e gli 89 anni. Il campione è stato seguito per diversi anni, durante i quali “un terzo dei volontari, a parte quanti sono deceduti, è rimasto vedovo. E qualcuno non ha retto il dolore della perdita morendo a sua volta entro i 30 giorni successivi al lutto. In quel mese il rischio di morte era risultato doppio, nei coniugi superstiti, rispetto a quanti erano ancora in coppia”.

Emerge quindi una correlazione tra la sofferenza emotiva e quella fisica, che può anche essere fatale. Fondamentale è una diagnosi tempestiva.

Come riconoscere i campanelli d’allarme

Alcuni sintomi possono far intuire l’insorgenza della sindrome da crepacuore nei soggetti a rischio. In generale i sintomi sono molto simili a quelli di un infarto anche se le patologie sono differenti tra loro: in comune possono avere dolore toracico e sensazione di fiato corto. Si tratta, comunque, di una patologia che non ha a che vedere con lo stato di salute complessivo a livello cardiologico o cardiocircolatorio, perché le coronarie possono non presentare anomalie od ostruzioni. Fondamentale, quindi, è l’anamnesi, ossia la conoscenza dello stato clinico generale del paziente. L’elettrocardiogramma (ECG), inoltre, potrà fornire ulteriori informazioni insieme a un eventuale ecocardiogramma, coronarografia, risonanza magnetica al cuore e, se ritenuti necessari, anche esami del sangue. Particolare attenzione viene riservata alle donne, perché può manifestarsi con maggiore frequenza tra la popolazione femminile, specie in menopausa.

Perché occorre un’analisi precoce

Come spiegano gli esperti, la sindrome è nota anche come “Sindrome di Tako-Tsubo”, cioè il nome di un vaso giapponese utilizzato per la pesca del polpo, perché le immagini diagnostiche ricordano questo oggetto. Ha un’incidenza di circa il 2-3% a livello mondiale. Il primo passo per poter intervenire è l’analisi dei pazienti potenzialmente a rischio, ossia coloro che vivono sentimenti molti intensi: può trattarsi di persone che hanno vissuto un lutto importante (come la perdita del coniuge o di un figlio) o di innamorati alle prese con una relazione tormentata o un addio sofferto. Può verificarsi anche nel rapporto tra fratelli o in seguito a un forte spavento. Il fattore comune è lo stress provato dalla vittima.

I precedenti famosi

Il caso di Marjane Satrapi non è l’unico: in passato aveva colpito la storia della scomparsa del cantautore Pino Mango, a 60 anni nella sua Policoro, seguita 48 ore dopo da quella del fratello maggiore Giovanni, di 75 anni, deceduto per un malore durante la veglia funebre del fratello. Anche Sandra Mondaini è scomparsa cinque mesi dopo l’amatissimo marito, Raimondo Vianello.

Si può intervenire: ecco come

Non sempre, però, la morte è inevitabile. È ancora la Fondazione Umberto Veronesi a spiegare che “il colpo può (nella maggior parte dei casi) non essere mortale ed è curabile. All’inizio capita che i medici lo affrontino come fosse un infarto, “ingannati” dai sintomi, ma se gli esami strumentali rivelano che le coronarie non sono intasate da un trombo, cambiano la terapia, applicando quella specifica del takotsubo. Che è una sindrome reversibile e che in ogni caso va diminuendo dopo il primo mese di lutto”.

Il lutto per la scomparsa di Satrapi

Intanto resta la tristezza dei lettori e stimatori di Marjane Satrapi, nata il 22 novembre 1969 a Rasht, in Iran. Cresciuta nel suo Paese d’origine, in una famiglia politicamente impegnata, ha vissuto attraversando la Rivoluzione islamica del 1979. Nel 1983 fu costretta all’esilio e la famiglia decise di mandarla a Vienna per proteggerla dall’islamizzazione portata dall’Ajatollah. Lei, però, dopo un periodo tornò a Teheran, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti della capitale iraniana, prima di trasferirsi definitivamente in Francia, a Parigi, nel 1994, trasferendosi a Parigi. Come fumettista e sceneggiatrice, la sua opera più popolare è “Persepolis”, autobiografica, pubblicata tra il 2000 e il 2003 e poi diventata un lungometraggio d’animazione nel 2007, diretto da Vincent Paronnaud