Dieta, come influisce sull’invecchiamento biologico. Lo studio australiano

La ricerca dell’Università di Sydney mostra come già dopo 4 settimane l’alimentazione incide sui parametri della longevità

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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“Dimmi come mangi e ti dirò come invecchierai”. È un po’ questo il senso delle conclusioni alle quali sono arrivati alcuni ricercatori australiani, che hanno analizzato l’impatto del tipo di dieta sui fattori che indicano lo stato di invecchiamento biologico. Ciò che ha sorpreso ancor di più gli esperti, però, è che bastano 4 settimane per individuare i cambiamenti.

Lo studio su dieta e invecchiamento

Da tempo ci si interroga su quali siano gli elementi che condizionano maggiormente l’età biologica di uomini e donne. La longevity ha assunto centralità, infatti, nel dibattito che mette a confronto le opinioni e le indicazioni degli esperti, che siano medici o professionisti della nutrizione. Al di là delle differenze tra diversi regimi alimentari, però, c’è unanimità nell’attribuire alla dieta un’importanza fondamentale, insieme allo stile di vita (attivo). Ora uno studio conferma questa indicazione, sottolineando come il corpo i cambiamenti nell’alimentazione si riflettono nell’arco di appena quattro settimane sull’“età biologica” dell’organismo.

Quattro diete e i loro effetti

Uno studio clinico, condotto dall’Università di Sydney e pubblicato su Aging Cell, ha preso in esame ciò che accade al variare dell’alimentazione in base ad alcuni biomarcatori fisiologici, associati alla salute metabolica e cardiovascolare, in un campione di adulti tra i 65 e i 75 anni. Tutti hanno seguito un regime alimentare con identico apporto calorico e proteico, ma con una differente composizione: due erano basati su una ripartizione equilibrata tra proteine animali e vegetali, senza esclusione di alcun nutriente, e con un modello analogo a quello della dieta Mediterranea. L’unica variabile era che in uno c’era una maggiore quota di lipidi (grassi) e una minore di carboidrati, mentre nell’altro – definibile come “low fat” – i carboidrati (specie cereali integrali, non raffinati, e legumi) privilegiati a svantaggio dei lipidi. Gli altri due gruppi, invece, avevano mangiato soprattutto vegetali: a loro volta i partecipanti erano stati suddivisi in due sottogruppi, dei quali l’uno seguiva uno schema di dieta flexitariana e semi-vegetale, mentre l’altro era più marcatamente vegetariano (più vicino a una dieta plant-based con minor presenza di proteine di origine animale e pochi grassi).

La diversa risposta del metabolismo

Ciò che hanno osservato i ricercatori è che la risposta del metabolismo variava a seconda del tipo di alimentazione seguito, nell’arco di appena quattro settimane. Nello specifico, le differenze maggiori si sono registrate tra coloro che avevano mangiato seguendo una dieta di tipo onnivoro, ma con più carboidrati complessi e meno grassi. Nel loro caso, infatti, i parametri che erano stati scelti come indicatori della cosiddetta “età biologica” avevano subito i maggiori scostamenti. Si tratta di biomarcatori associati all’infiammazione sistemica, al metabolismo degli zuccheri e dei lipidi.

Le conclusioni dei ricercatori

Lo scopo dei ricercatori, però, non era tanto di individuare la dieta che, in assoluto, facesse invecchiare meno, quanto piuttosto mostrare come tutto ciò che si mangia – a prescindere dal calcolo meramente calorico – influisce sulla salute del corpo. Per esempio, sono stati misurati i valori della proteina C-reattiva, che indica la sensibilità insulinica, insieme ad alcuni parametri cardiovascolari.

Cambiamenti rapidi in poco tempo

A colpire è il fatto che, pur prendendo a campione una popolazione di persone non più giovanissime (in quanto over 65), in appena un mese si sono potute rilevare variazioni evidenti. Ciò indica che l’organismo è in grado di rispondere rapidamente, migliorando o peggiorando il metabolismo e dunque anche la velocità di invecchiamento. Lungi dal dimostrare che sia possibile rallentare l’aging del corpo in tempi altrettanto limitati, gli autori dello studio hanno però dimostrato una grande capacità di adattamento del metabolismo.

Ciò che resta da dimostrare

Come spiegato ancora dai ricercatori, l’analisi non si è focalizzata sui possibili effetti a lungo termine delle differenti diete prese in considerazione, ma ha confermato come siano centrali non tanto e non solo i singoli nutrienti, ma il bilanciamento complessivo di questi, tra loro. Non esistono, insomma, super food miracolosi, ma regimi alimentari equilibrati, che prevedono una diversa suddivisione dei nutrienti e macronutrienti.

Le altre indicazioni anti-age

Esistono, però, anche altri studi che si stanno focalizzando sui “segreti” della longevity. Per esempio, aumentano i lavori dedicati all’indagine sulle abitudini di vita e alimentari delle popolazioni centenarie, come quelle riconosciute come Zone Blu del pianeta: Okinawa in Giappone, Ikaria in Grecia, Loma Linda in California, Nicoya in Costa Rica e la Sardegna in Italia. A studiarle, per esempio, è il giornalista, scrittore e ricercatore Dan Buettner, che ricorda come gli alimenti prevalenti nelle diete dei centenari siano integrali e di origine vegetale (90%), dunque cereali, legumi, frutta e verdura, con un ridotto apporto di proteine animali. Molto discusso è anche il modello alimentare pescetariano, con una presenza maggiore di proteine dal pesce. La Fondazione Veronesi dal proprio portale riporta uno studio, condotto nel 2022, secondo cui una chiave per rallentare l’invecchiamento e la comparsa di malattie ad esso legale sia la restrizione calorica: un importo di calorie più limitato proteggerebbe, garantendo una maggiore longevità e un migliore stato di salute generale.