Si fa presto a dire osteoporosi. Però dietro a questa malattia spesso invisibile ma capace di provocare in Italia più di 60 fratture ogni giorno, tanti sono i meccanismi che entrano in gioco. E soprattutto ci si accorge che le chiavi di lettura troppo facili per spiegare quanto e come le varie componenti che entrano in gioco possano influire sulla comparsa del quadro non hanno significato.
Le ossa non sono una struttura inerte, né un semplice deposito di calcio. Sono un tessuto vivo, dinamico, capace di rinnovarsi continuamente e di dialogare con il resto dell’organismo. A regolare questo equilibrio non sono soltanto calcio, vitamina D, estrogeni o paratormone, ma anche il cervello, il sistema nervoso e alcuni ormoni prodotti dall’ipofisi. E proprio su questi aspetti si concentra un’analisi pubblicata sul Journal of Clinical Investigation da un gruppo internazionale di esperti, tra cui Andrea Giustina, presidente GIOSEG e Mone Zaidi, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York.
Non solo invecchiamento
Lo studio raccoglie gli ultimi studi e va a rileggere il modo in cui interpretiamo l’osteoporosi e le malattie metaboliche dell’osso: la massa ossea è controllata anche da circuiti neuroendocrini e nervosi.
In altre parole, lo scheletro riceve segnali dal cervello, dagli ormoni ipofisari e dai nervi che innervano l’osso, e questi segnali possono influenzare il delicato equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo.
“Per molti anni abbiamo considerato l’osteoporosi soprattutto come una conseguenza dell’invecchiamento, della carenza estrogenica o di alterazioni del metabolismo minerale. Oggi sappiamo che il quadro è più complesso: cervello, ipofisi, sistema nervoso e osso fanno parte di una rete integrata”.
A dirlo è Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, Presidente GIOSEG. Sia chiaro: questa visione non sostituisce i fattori di rischio già noti, ma li completa e aiuta a spiegare perché la fragilità scheletrica sia una condizione sistemica, da affrontare con un approccio sempre più personalizzato.
Osso e cervello
L’osso va quindi riconsiderato. E va riconosciuto come organo che dialoga con il cervello. La ricerca descrive due grandi sistemi di controllo della massa ossea.
Il primo è di tipo neuro-ormonale: alcuni ormoni ipofisari, come FSH, TSH, GH, ossitocina e vasopressina, possono agire direttamente sulle cellule dell’osso, influenzando il lavoro di osteoblasti e osteoclasti, cioè le cellule responsabili rispettivamente della formazione e del riassorbimento osseo.
Il secondo è di tipo nervoso: le fibre simpatiche, parasimpatiche e sensitive che raggiungono l’osso modulano il rimodellamento scheletrico attraverso segnali provenienti dal sistema nervoso centrale. Gli autori definiscono questi due sistemi come due “bracci” del controllo centrale dell’osso: uno legato alle variazioni dei livelli ormonali circolanti e l’altro alla frequenza dei segnali nervosi che raggiungono il tessuto osseo.
Questa visione amplia il concetto classico di osteoporosi che va oltre le “ossa fragili”: stiamo parlando di una condizione in cui possono convergere menopausa, invecchiamento, malattie endocrine, alterazioni metaboliche, infiammazione, farmaci, disturbi neurologici e cambiamenti nei segnali ormonali.
Il ruolo dell’ormone Follicolo-Stimolante (FSH)
Uno degli aspetti più innovativi riguarda l’FSH, l’ormone follicolo-stimolante. Tradizionalmente associato alla funzione riproduttiva, l’FSH viene oggi studiato anche per il suo possibile ruolo diretto sulla perdita ossea.
Secondo la ricerca, la rapida riduzione della massa ossea che accompagna la transizione menopausale potrebbe non dipendere soltanto dal calo degli estrogeni, ma anche dall’aumento dell’FSH. Gli autori dello studio ricordano che il rialzo dell’FSH può iniziare già nella fase perimenopausale, quando gli estrogeni non sono ancora stabilmente ridotti, e che diversi studi osservazionali hanno associato livelli più elevati di FSH a maggiore riassorbimento osseo, minore densità minerale e aumento del rischio di frattura.
La ricerca richiama anche uno studio recente pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, secondo cui livelli più elevati di FSH risultano associati a un aumento del rischio di frattura di femore negli anziani, indipendentemente dagli ormoni sessuali.
Il messaggio, naturalmente, va letto con prudenza: non significa che esista già una nuova terapia disponibile basata sull’FSH, ma che questo ormone rappresenta oggi uno dei bersagli più interessanti della ricerca sulla fragilità scheletrica. Nel paper si ricorda infatti che sono allo studio strategie sperimentali di blocco dell’FSH, con potenziali applicazioni future nell’osteoporosi e in altre condizioni legate all’invecchiamento.
Il peso degli altri ormoni
L’attenzione va anche portata a tiroide, ipofisi e osso. Per esempio, livelli molto bassi di TSH (l’ormone Tireo-stimolante), come accade in alcune forme di ipertiroidismo o in specifiche terapie soppressive per i tumori della tiroide, possono contribuire alla perdita ossea e all’aumento del rischio di frattura.
Gli autori ricordano che queste evidenze hanno già avuto ricadute cliniche: nei pazienti in terapia con ormoni tiroidei, la soppressione eccessiva del TSH deve essere valutata con attenzione, salvo quando sia realmente necessaria, per esempio in alcuni casi di carcinoma tiroideo.
Anche patologie ipofisarie come acromegalia, come dimostrato da Giustina nella recente review pubblicata sul New England Journal of Medicine, deficit di ormone della crescita e panipopituitarismo possono associarsi a fragilità scheletrica e richiedono un monitoraggio specifico della salute ossea.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Osteoporosis International, condotto su oltre 3.800 pazienti over 50 con panipopituitarismo, ha mostrato un aumento significativo del rischio di fratture osteoporotiche maggiori, vertebrali e di femore rispetto alla popolazione di controllo. Questo rafforza un concetto centrale per GIOSEG: la salute dell’osso deve entrare stabilmente nella valutazione del paziente endocrinologico.
L’osteoporosi in cifre e il bisogno di diagnosi
L’osteoporosi interessa circa 200 milioni di persone nel mondo e rappresenta una delle principali cause di fratture da fragilità, soprattutto nella popolazione anziana. In Italia, secondo le stime europee SCOPE/International Osteoporosis Foundation, riguarda oltre 4,3 milioni di persone, in larga maggioranza donne. Tra gli over 50, la condizione interessa circa una donna su quattro e quasi un uomo su quindici.
Ogni anno nel nostro Paese si stimano circa 568.000 nuove fratture da fragilità: significa circa 1.560 fratture al giorno, 65 ogni ora. Con l’invecchiamento della popolazione, il numero annuo di fratture potrebbe superare 700.000 entro il 2034, con un incremento stimato di oltre il 23% rispetto al 2019. L’impatto non è solo clinico, ma anche sociale ed economico.
Le fratture da fragilità, in particolare quelle di femore e vertebre, possono compromettere autonomia, mobilità, qualità di vita e sopravvivenza, soprattutto negli anziani. In Italia il costo delle fratture osteoporotiche è stato stimato in circa 9,45 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 6% della spesa sanitaria.
Nonostante questi numeri, la fragilità ossea resta spesso sottovalutata. La frattura dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, ma troppo spesso non attiva un percorso diagnostico-terapeutico adeguato.
Secondo l’International Osteoporosis Foundation, anche dopo una frattura da fragilità fino all’80% dei pazienti con osteoporosi non viene identificato e trattato.
Un dato coerente emerge anche da uno studio italiano del 2025 su pazienti seguiti da una Fracture Liaison Service: oltre 8 pazienti su 10 avevano ricevuto la prima terapia anti-osteoporotica con un ritardo superiore a due mesi dalla frattura, con un ritardo mediano di 24 mesi.
“L’osso è sempre più chiaramente lo specchio del nostro benessere psicofisico e gli eventi fratturativi possono essere visti come il punto di rottura del nostro equilibrio fra mente e corpo” – conclude Giustina -. Una frattura da fragilità deve sempre portare ad esami diagnostici e provvedimenti terapeutici adeguati anti-osteoporotici. Tuttavia, il nostro lavoro allarga la prospettiva alla necessità di approfondire i possibili meccanismi sistemici che hanno portato alla frattura, in modo da poter prevenire nella maniera più efficace possibili successive fratture”.