Il sonno “agitato” potrebbe rivelare il rischio futuro di Parkinson

I disturbi del sonno possono predire future malattie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Ogni tanto, gli antichi problemi sono utilissimi per cercare di spiegare in termini semplici le realtà che la scienza va dimostrando. Così, per una volta, storpiando un vecchio detto, potremmo dire “dimmi come dormi e ti dirò se comparirà il Parkinson”. Sia chiaro: si tratta di una semplificazione, che però nasconde alcuni aspetti scientifici comprovati.

Stando ad uno studio coordinato da ricercatori italiani e condotto su oltre 300 pazienti seguiti per tre anni, negli over 70 un sonno “agitato”, che comporta bruschi movimenti di gambe e braccia, insieme a specifiche alterazioni del funzionamento di alcune aree cerebrali indica un incremento di quasi sei volte del rischio di Parkinson nei due anni successivi alla diagnosi dei disturbi del sonno. I risultati aprono la strada a possibili future strategie di prevenzione, che possano essere attuate in chi presenta un rischio molto elevato di andare incontro alla malattia degenerativa.

Una ricerca internazionale

Insomma: la presenza di specifici disturbi del sonno, in associazione ad altri parametri indicativi di alterazioni del funzionamento cerebrale, può predire il rischio aumentato di andare incontro al Parkinson entro un tempo abbastanza breve. La ricerca che lo dimostra è apparsa sulla rivista Brain ed è stata coordinata da ricercatori dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino – Università di Genova.

La ricerca ha coinvolto oltre 300 pazienti provenienti dai centri appartenenti all’International RBD Study Group (IRBDSG) e seguiti per tre anni. Tutti avevano una diagnosi di RBD (movimenti incontrollati nel sonno) confermata con polisonnografia, l’analisi delle caratteristiche del sonno: il disturbo comportamentale del sonno REM è infatti un fattore di rischio già noto per lo sviluppo di patologie in cui vi sia un accumulo di alfa-sinucleina, una proteina che altera la trasmissione di impulsi nervosi, come avviene per esempio per la malattia di Parkinson e per la demenza a corpi di Lewy.

Finora, però, non si sapeva calcolare quando potessero insorgere tali patologie dopo una diagnosi di RBD. “Questo disturbo del sonno si manifesta con un’intensa attività motoria collegata a ciò che si sogna, ad esempio muovere le gambe o agitare le braccia come per volare o difendersi da qualcuno, e provocata dalla perdita della fisiologica atonia muscolare che si ha di norma in fase REM. Durante il sonno REM, infatti, nel quale sono presenti sogni più vividi e strutturati, si resta immobili anche se si sogna e si perde del tutto il tono muscolare volontario” – spiega il coordinatore della ricerca Dario Arnaldi, neurologo del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Genova.

“Studiando i pazienti con RBD abbiamo verificato che la presenza di specifiche variabili cliniche e di alterazioni visibili con esami di neuroimaging può dare indicazioni importanti sulla probabilità di sviluppare la malattia di Parkinson entro un tempo relativamente breve. I dati raccolti hanno infatti evidenziato che nei pazienti con RBD l’associazione di deficit cognitivi, costipazione e alterazione nel funzionamento di specifiche aree cerebrali rilevabili con una SPECT si legano a un incremento di quasi sei volte, a distanza di due anni della diagnosi di RBD, del rischio di Parkinson e di altre alfa-sinucleinopatie. Queste ultime sono malattie associate al peggioramento neurologico dovuto ad un accumulo della alfa-sinucleina nel sistema nervoso.

Siamo però convinti che l’avvio delle terapie avvenga troppo tardi: le alfa-sinucleinopatie sono infatti caratterizzate da una lunga fase prodromica, in cui ci sono già segni di neurodegenerazione ma non sintomi della malattia. Se i farmaci neuroprotettivi fossero somministrati a pazienti che si trovano ancora in questa fase, si potrebbero avere maggiori possibilità di successo terapeutico e questo studio fornisce per la prima volta parametri che permettono di identificare i pazienti ad alto rischio di sviluppare a breve termine un’alfa-sinucleinopatia”.

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