Epilessia come comportarsi in caso di crisi a scuola

Sono ancora molti i falsi miti attorno all'epilessia: come comportarsi in caso di crisi

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Non è preventivabile. Ma accade. Eccome se accade. Ed è importante preparare al meglio chi si può trovare nelle condizioni di prestare assistenza ad un bambino che va incontro ad una crisi di epilessia. Quasi la metà degli insegnanti italiani ha o ha avuto, nella propria classe, un bambino che soffre di questa condizione. Ma il 64% del totale non saprebbe comportarsi in modo corretto nel caso uno dei suoi studenti avesse una crisi in aula. A ricordarlo è la LICE – Lega italiana Contro l’Epilessia.

“Un personale adeguatamente formato – spiega Laura Tassi, presidente della LICE – sarebbe in grado di assistere in maniera adeguata ed efficace un’eventuale crisi che dovesse manifestarsi in classe e, all’occorrenza, somministrare i farmaci salvavita ai bambini e ai ragazzi che vivono con l’epilessia. Si tratta di rafforzare un percorso virtuoso ancora poco efficace, che vede una collaborazione più stretta tra epilettologo, la famiglia e gli insegnanti. Non c’è l’obbligo, infatti, da parte del personale scolastico di somministrare farmaci, ma solo una raccomandazione confermata dalle linee guida adottate a livello nazionale e regionale. Troppo spesso invece, in caso di crisi, viene chiamata l’ambulanza”.

Bambini a rischio

L’attenzione verso il mondo della scuola deriva dalla particolare curva epidemiologica dell’epilessia, che vede particolarmente interessata la fascia pediatrica. Pur se nessuna età è esente dal quadro, nel maggior numero dei casi la condizione neurologica si manifesta entro i 12 anni. In Italia si registrano circa 500-600 mila casi. Se si interviene con una corretta e precoce diagnosi ed una terapia adeguata la patologia può essere tenuta sotto controllo in circa il 70% dei casi, ma il restante  30% ha purtroppo una forma farmacoresistente, di cui solo una parte può essere trattata chirurgicamente. Secondo un recente monitoraggio della LICE, il 44% degli insegnanti ha o ha avuto nella propria classe un bambino o ragazzo con epilessia, ma solo nei 2/3 dei casi ne erano stati informati dalla famiglia, a riprova della difficoltà dei genitori di parlare della malattia.

“Esistono e sopravvivono ancora troppi falsi miti e luoghi comuni legati all’epilessia e alle crisi epilettiche – conferma Oriano Mecarelli, Past President LICE – soprattutto su cosa fare quando si assiste ad una crisi convulsiva. Ma anche sulle presunte conseguenze che questa condizione avrebbe sulle capacità cognitive di un bambino. Questa condizione, infatti, risente moltissimo dei pregiudizi e delle paure degli altri ed è ancora diffusa, per esempio, l’idea che l’epilessia riduca la capacità di apprendimento, che il bambino con epilessia necessiti di un supporto scolastico, che possa avere disturbi del comportamento o problemi di relazione con gli altri bambini. Nella maggior parte dei casi non è così, tranne che nelle forme più gravi, l’epilessia non incide sulle capacità di apprendimento o su quelle relazionali, ed il bambino può prendere parte a tutte le attività che vengono svolte in classe e fuori classe”.

Come comportarsi?

La LICE propone una serie di consigli da tenere presenti. Occorre ricordare che il 90% delle crisi dura meno di 2 minuti. In alcuni casi possono durare di più ma solo molto raramente è necessaria un’assistenza medica urgente e il ricovero in ospedale. Chiamare un’ambulanza non è quasi mai necessario, mentre la priorità per chi assiste ad un episodio convulsivo è quella di non commettere errori nei soccorsi.

La maggior parte degli episodi non necessita di manovre particolari, ma solo della vicinanza al bambino durante l’episodio critico e subito dopo, in attesa che si riprenda. La classe va tranquillizzata ed invitata a prendersi cura del compagno insieme all’insegnante. Nei casi invece in cui le crisi comportino una caduta a terra, rigidità, scosse agli arti e forte salivazione, introdurre, per esempio, le mani o un oggetto nella bocca non è manovra consigliabile né tantomeno utile, pericolosa sia per chi la pratica che per chi la subisce. È un falso mito, infatti, che vi sia necessità di afferrare la lingua ed estrarla dalla bocca, pena la sua discesa verso le cavità aeree rendendo così impossibile il respiro.

È anche errato trattenere o cercare di immobilizzare il bambino, pensando di arrestare o di rendere la crisi meno forte. È invece consigliabile mettere qualcosa di morbido sotto il capo per evitare eventuali contusioni, togliere gli occhiali, slacciare vestiti stretti e girare il paziente su un fianco appena possibile per facilitare la respirazione e la fuoriuscita della saliva. Bisogna poi attendere che la crisi si concluda e offrire sostegno ed aiuto.