Piangere dopo un dolore protegge il cuore e non solo

Ricerche dimostrano che piangere dopo un grande dolore aiuta a proteggere cuore e cervello e a ridurre la pressione arteriosa

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Dopo la morte di un coniuge il rischio di ammalarsi aumenta per chi ha subito il lutto. Da uno studio pubblicato sulla rivista Psychosomatic Medicine è emerso però che l’impatto sulla salute fisica e mentale del dolore dovuto alla perdita di un partner può essere attenuato manifestando apertamente le proprie emozioni.

Ricordate la canzone Una lacrima sul viso? Ebbene, oltre ad essere “un miracolo d’amore” come diceva la voce di Bobby Solo, potrebbe essere un valido strumento per preservare il cuore, e non solo, dopo una grave perdita in famiglia. Insomma: versare qualche lacrima invece che tenersi tutto dentro potrebbe essere una sorta di “terapia”, che agisce anche sui parametri dell’infiammazione, migliorando il quadro.

Dopo un grande dolore, il sistema immunitario lavora

Si legge spesso di coppie in cui alla morte di una dei due fa seguito dopo poco tempo anche il decesso dell’altro. Per ridurre i rischi, un pianto liberatorio potrebbe rivelarsi di grande utilità nel controllare gli invisibili meccanismi dell’organismo legati allo stress e alla tensione emotiva non espressa all’esterno.

A dirlo è una ricerca coordinata da Richard Lopez del Dipartimento di Psicologia dell’Università Bard, apparsa su Psychosomatic Medicine. Lo studio, proprio per valutare l’impatto della vedovanza e della capacità di esternare il dolore emotivo, ha preso in esame una popolazione di 99 persone rimaste sole, confrontando non solo le loro reazioni esterne attraverso un questionario, ma anche valutandone alcuni parametri raccolti con un esame del sangue, che andava a valutare in particolare un eventuale innalzamento delle citochina, i composti che favoriscono la risposta immunitaria e contribuiscono a scatenare l’infiammazione.

L’analisi dei dati raccolti ha dimostrato che chi era maggiormente riservato e proprio non riusciva ad esternare il proprio dolore presentava un aumento delle citochine circolanti nel sangue, quasi a dimostrare come sarebbe fondamentale per chi vive un lutto particolarmente toccante riuscire a comunicare attraverso il pianto la propria sofferenza, almeno ai parenti ed agli amici più cari.

Comprimere le emozioni può essere insomma pericoloso e lasciar scorrere qualche lacrima lungo le gote può davvero aiutare a metabolizzare meglio il dolore, sapendo che comunque questa reazione risulta efficace se è concentrata nel tempo e non diventa un’abitudine.

La ricerca mostra infatti che continuare a piangere dopo mesi dall’evento luttuoso può indicare un segnale d’allarme, che, soprattutto in alcune persone, potrebbe aprire la porta ad una vera e propria depressione con tutte le conseguenze fisiche (anche a carico del cuore, con un possibile incremento del rischio di infarto o eventi acuti) e psicologiche tutte da definire e comunque potenzialmente impattanti sul benessere.

Piangere “sistema” le reazioni dell’organismo

Va detto che questo studio è solo l’ultimo di una lunga serie, che conferma come mettere il proprio dolore in comune con gli altri possa rappresentare un sistema per controllare meglio lo stress cronico e contrastare il malessere psicologico.

Piangere, infatti tende a far ridurre la pressione arteriosa e a proteggere il cervello. Basti pensare in questo senso ad una ricerca svolta in Australia, all’Università del Queensland, pubblicata sulla rivista scientifica Emotion. Gli scienziati hanno considerato vari parametri, come ad esempio la frequenza cardiaca e del respiro oppure i valori del cortisolo, ormone che amplifica la reazione di stress.

Chi piange, anche se può sembrare strano, col tempo migliora questi parametri: se non si piange quando si dovrebbe oppure se ne sente il bisogno, rigettando indietro le lacrime, qualcosa non funziona al meglio nella gestione delle emozioni. E non bisogna dimenticare che le lacrime contengono una particolare sostanza chiamata encefalina, che può influire anche sul fisico. Come? Riducendo il dolore e rilassando i muscoli, spesso contratti per la tensione emotiva.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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