Serve, anche se non è perfetto. L’Indice di Massa Corporea (BMI) resta oggi l’unico strumento di screening rapido, universale e a costo zero che abbiamo, nonostante in Italia l’83% dei pazienti (solo il 17% ha il dato in cartella) ne sia ancora sprovvisto. Lo ricordano gli esperti della Società Italiana dell’Obesità (SIO) dall’European Congress on Obesity (ECO2026), in corso a Istanbul fino al 15 maggio.
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BMI ancora utile
“Vogliamo mandare in pensione il BMI? Prima troviamo un’alternativa che non sia un ostacolo per i pazienti – dichiara Silvio Buscemi, presidente SIO -. Oggi assistiamo a un paradosso pericoloso: da un lato la Lancet Commission propone criteri diagnostici basati sul danno d’organo che complicano e rallentano l’accesso ai trattamenti; dall’altro, i dati reali ci dicono che in Italia non riusciamo nemmeno a pesare e misurare i pazienti. Sposiamo la linea di pragmatismo: lo screening e la diagnosi devono restare semplici e immediati, o l’obesità resterà una malattia invisibile”.
Insomma: come strumento iniziale è ancora molto utile. E soprattutto rende le cose semplici. Lo conferma lo stesso Buscemi, citando lo studio ITROS*, condotto su un campione di 1,8 milioni di pazienti italiani. I risultati sono emblematici: solo il 17% dei pazienti presenta il dato del BMI registrato nelle cartelle dei medici di medicina generale.
Nonostante sia il parametro più semplice (richiede solo peso e altezza), viene rilevato raramente a causa di barriere burocratiche e mancanza di tempo. “Siamo ancora all’alba della misurazione di base e c’è chi vorrebbe già imporre parametri d’élite – sottolinea Buscemi -.
Se non riusciamo a ottenere un dato banale come il BMI nell’83% dei casi, come possiamo pensare di rivoluzionare le linee guida con criteri più complessi? Significherebbe rendere l’obesità una malattia fantasma per il sistema sanitario”. A migliorare la situazione inviene c’è anche la necessità di arrivare ad un registro epidemiologico che funzioni.
“È assurdo che i medici di base non possano conferire dati anonimizzati per scopi di ricerca scientifica a causa di interpretazioni burocratiche della privacy – conclude il presidente SIO -. Affrontare l’obesità, che colpisce 6 milioni di italiani, richiede un sistema di monitoraggio costante. Senza una misurazione semplice e applicabile, come il BMI, e senza la possibilità di raccogliere questi dati, restiamo al buio, impossibilitati a valutare l’efficacia delle cure e delle politiche sanitarie. È come voler ridurre i consumi elettrici di un Paese senza poter leggere i contatori”.
Novità dalla ricerca
Sono stati presentati al convegno i risultati dettagliati di due studi di fase avanzata che dimostrano che le persone affette da obesità provenienti da una terapia con incretine iniettabili alla massima dose hanno mantenuto la perdita di peso a lungo termine dopo il passaggio a orforglipron o a una dose più bassa di tirzepatide.
I due studi, SURMOUNT-MAINTAIN e ATTAIN-MAINTAIN sono pubblicati rispettivamente su The Lancet e Nature Medicine.
“I trial SURMOUNT-MAINTAIN e ATTAIN-MAINTAIN spostano il focus dalla perdita di peso iniziale alla durabilità e ai benefici cardiometabolici a lungo termine. Un cambio di prospettiva importante, che riflette la complessità clinica dell’obesità: una patologia cronica che richiede un trattamento continuativo nel tempo. – commenta Paolo Sbraccia Professore Ordinario di Medicina Interna, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Direttore della UOC di Medicina Interna e del Centro per la Cura dell’Obesità, Policlinico Tor Vergata -.
I dati sono chiari: sia con tirzepatide che con orforglipron la perdita di peso viene mantenuta senza recupero significativo. ATTAIN-MAINTAIN, in particolare, supporta una continuità dei risultati in termini di efficacia nel passaggio iniettivo a orale e, pur senza implicare un’equivalenza diretta tra le due formulazioni, avvalora l’ipotesi di una continuità terapeutica”.
Non solo. All’European Congress on Obesity (ECO) sono stati presentati nuovi dati che mostrano come semaglutide, ai dosaggi 2,4 e 7,2 milligrammi, favorisce una perdita di peso significativa e costante nelle donne con obesità in tutte le fasi della vita riproduttiva, dal periodo premenopausale alla transizione verso la menopausa e oltre.
I risultati derivano da un’analisi integrata che include lo studio clinico sulla gestione del peso STEP UP, lo studio di riferimento nel campo cardiovascolare SELECT e un ampio studio osservazionale basato su dati nella vita reale.
Le nuove evidenze dimostrano che la perdita di peso con semaglutide nelle donne si associa a un miglioramento della composizione corporea, con riduzione della circonferenza vita, indicativa di una minor quantità di grasso viscerale, principale responsabile del rischio cardiometabolico.
Infatti, parallelamente al calo ponderale, le pazienti hanno registrato una riduzione del rischio di infarti e ictus e un miglioramento della qualità di vita, con benefici che spaziano dalla riduzione del carico dell’emicrania e dei sintomi depressivi fino alla mitigazione dei disturbi legati alla menopausa.