Cuore, rene e metabolismo, perché si ammalano assieme: le buone abitudini per proteggerli

La sindrome cardio-nefro-metabolica è molto diffusa. Prima dei farmaci, bisogna adottare uno stile di vita corretto per proteggere gli organi

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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A leggere le cifre c’è di che preoccuparsi. Sarebbero più di 11 milioni gli italiani che fanno i conti con quella che viene definita sindrome cardio-nefro-metabolica. A creare questo miscuglio di problemi, che portano ad intrecciarsi cuore, reni e metabolismo sono le tante condizioni di sofferenza dell’organismo della vita moderna: obesità, diabete di tipo 2, malattia renale cronica e malattie cardiovascolari, creano un circolo vizioso difficile da spezzare.

Il punto sulla situazione viene dall’International Symposium on Cardiometabolic Risk and Vascular Disease – From Mechanisms to Treatment co-organizzato da Fondazione Menarini e Karolinska University Hospital, presieduto da Francesco Cosentino, direttore della Medicina Cardiovascolare del Karolinska Institutet e dell’Ospedale Universitario di Stoccolma e direttore del Laboratorio di Cardiologia Molecolare.

Cosa succede in Italia

I numeri italiani sono eloquenti. Degli 11,6 milioni di pazienti diagnosticati con la sindrome nel nostro Paese 4,7 milioni presentano in media 2,5 fattori di rischio contemporaneamente: il 79,6% è iperteso, il 67% ha il diabete di tipo 2, il 44,4% l’ipercolesterolemia, il 40% l’insufficienza renale. E la situazione è aggravata dal fatto che la maggior parte di questi pazienti non è a target terapeutico: il 72% non ha la pressione sotto controllo, il 47% non raggiunge i valori glicemici raccomandati, il 45% non è a target per il colesterolo.

Se fino ad oggi diabete, malattia renale e patologie cardiache venivano trattati come problemi separati, affidati a specialisti diversi che raramente dialogavano tra loro. Anche di fronte a questi numeri, che si moltiplicano ovviamente su scala globale con un trend che rimane molto preoccupante, per la prima volta nella storia della medicina, quattro grandi società scientifiche americane — American Heart Association (AHA), American College of Cardiology (ACC), American Diabetes Association (ADA) e American Society of Nephrology (ASN) — hanno firmato le prime linee guida per la prevenzione, la diagnosi e la gestione della sindrome, pubblicate simultaneamente sulle riviste Circulation e Journal of the American College of Cardiology.

Le nuove linee guida americane segnano una svolta culturale prima ancora che clinica: impongono un approccio integrato e introducono un sistema di stadiazione in quattro livelli — dallo stadio 0, in assenza di fattori di rischio, allo stadio 4, con malattia cardiovascolare conclamata — per identificare il rischio prima che il danno d’organo sia irreversibile.

Puntare sullo stile di vita

Occorre lavorare assieme. Senza frammentare l’organismo ma considerandolo come un “unicum”. Lo ricorda lo stesso Cosentino: adiposità, insulino-resistenza, disfunzione endoteliale, infiammazione cronica e attivazione neuro-ormonale si intrecciano e si alimentano a vicenda, determinando il progressivo avanzamento del danno aterosclerotico, il rimodellamento del miocardio, lo sviluppo della malattia renale e, in ultima analisi, la disfunzione multiorgano”.

In questo senso, oltre ai farmaci che ci sono e si stanno sviluppando, occorre agire sulle abitudini. “Abbiamo dei tool farmacologici molto potenti oggi, ma non dobbiamo dimenticare lo stile di vita – ammonisce Cosentino – Due studi pubblicati quest’anno confermano il valore di questo approccio: il Diabetes Prevention Program statunitense e il Da Qing Diabetes Prevention Outcome Study cinese hanno dimostrato che un miglioramento della dieta e dell’attività fisica non si limita a prevenire l’insorgenza del diabete, ma ha un effetto protettivo cardiovascolare significativo attraverso la remissione del pre-diabete (che oggi più correttamente chiamiamo ‘iperglicemia intermedia’).

Passare da una condizione di disglicemia alla normo-glicemia si traduce in una protezione a lungo termine dalle complicanze cardiovascolari. Un dato tanto più urgente di fronte ad una generazione di bambini obesi fin dall’infanzia, con rischio cardiovascolare che si anticipa drammaticamente”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.