Diabete di tipo 1, non colpisce solo bimbi e adolescenti: può comparire anche negli adulti, ecco perché

La vecchia classificazione del diabete non va più considerata in modo netto e rigido, poiché la patologia di tipo 1 interessa anche l'età adulta

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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C’era una volta la classificazione del diabete. Si parlava di tipo 1 quando la malattia interessava i più giovani ed era legata ad un meccanismo autoimmune, mentre con la forma di tipo 2 si faceva riferimento alla patologia che compariva nell’adulto, con un meccanismo d’azione diverso. Ora si sa che non bisogna essere così netti nel definire i confini di un tipo o dell’altro della malattia metabolica.

Stando a quanto riporta una ricerca apparsa su Diabetes Care, coordinata dall’’Università Statale di Milano e condotta assieme ad esperti dell’Università di Exeter, l’età influenzerebbe sviluppo, diagnosi e gestione del diabete di tipo 1, tradizionalmente considerato una malattia dell’infanzia, ma le differenze cliniche osservate con l’avanzare dell’età non dipendono da meccanismi distinti della malattia, ma dal contesto biologico in cui si sviluppa. Insomma: alla fine, bisognerebbe coinvolgere gli adulti nei programmi di screening e prevenzione per favorire diagnosi precoci e interventi più mirati.

Come siamo abituati a considerare il diabete

Se vedete le classificazioni di qualche tempo fa, sostanzialmente si parlava di due forme di malattia. il diabete di Tipo 1 viene considerato legato ad un’alterazione delle difese immunitarie, che può comparire dopo un’infezione virale e riconosce una spiccata predisposizione genetica. Le cellule difensive dell’organismo, sbagliando, attaccano le cellule del pancreas che producono l’insulina e le distruggono. Il corpo non produce più insulina e quindi deve assumerla dall’esterno. Interessa soprattutto i giovani ed i bambini.

Tipicamente, invece, il Tipo 2 è  il diabete dell’età adulta, anche se inizia a presentarsi sempre prima anche nei giovani in forte sovrappeso. Infatti quando esistono ampie fasce di tessuto adiposo questo ostacola il corretto impiego dell’insulina. In questo caso l’insulina viene prodotta, sia pure se in quantità insufficiente, ma il corpo non riesce ad utilizzarla. Progressivamente questo meccanismo peggiora la situazione, rendendo del tutto inutile l’insulina sintetizzata dal pancreas.

Infine esiste una forma di diabete che colpisce esclusivamente le donne durante la gravidanza. Si chiama diabete gestazionale, e si manifesta dopo i primi cinque mesi dal concepimento, specie nelle gestanti di età superiore ai 25 anni in sovrappeso e con parenti diabetici. Per fortuna la patologia tende a scomparire con il parto e per un motivo molto semplice. A scatenare i problemi è la placenta, necessaria durante la gravidanza per nutrire il feto, ma in grado di produrre particolari sostanze ormonali che controbattono l’attività dell’insulina.

Due tipi di malattia

Come detto, il diabete di tipo 1 è storicamente considerato una malattia dell’infanzia, ma può insorgere frequentemente anche in età adulta, spesso dopo i 30 anni. Tuttavia, in questa fascia di età, la malattia è spesso sottodiagnosticata o erroneamente classificata come diabete di tipo 2, con conseguenze rilevanti sul trattamento e sugli esiti clinici.

Negli adulti, infatti, la diagnosi del diabete di tipo 1 (malattia autoimmune) è spesso complicata dall’elevata prevalenza del diabete di tipo 2 (non autoimmune). La ricerca, in questo senso, propone una rilettura del diabete di tipo 1 lungo tutto l’arco della vita, analizzando come l’età influenzi lo sviluppo, la diagnosi e la gestione di questo tipo di diabete, con particolare attenzione agli adulti e agli anziani.

Le evidenze attuali indicano che il diabete di tipo 1 rappresenta un continuum biologico lungo tutto l’arco della vita: le differenze cliniche osservate con l’avanzare dell’età non identificano forme di malattia distinte, ma riflettono soprattutto i cambiamenti del contesto biologico in cui si sviluppa l’autoimmunità, come il rimodellamento del sistema immunitario, le modificazioni pancreatiche e l’aumento dell’insulino-resistenza.

Non solo bambini e giovani

Dall’indagine emerge chiaramente come il diabete di tipo 1 non vada considerato solo una malattia dell’infanzia: una quota rilevante dei casi viene diagnosticata in età adulta, ma spesso non viene riconosciuta correttamente, con conseguenti ritardi diagnostici e terapeutici.

“Con questo lavoro evidenziamo la necessità di un approccio diagnostico più preciso, che integri autoanticorpi, C-peptide e dati clinici, ma anche di estendere agli adulti i programmi di screening e identificazione precoce, per ridurre la misclassificazione e favorire interventi preventivi più mirati – spiega la prima autrice dell’articolo Alessandra Petrelli, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità della Statale e al Centro di Ricerca Clinica Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi”, internista al Pio Albergo Trivulzio di Milano –“.

Infatti, sebbene l’incidenza del diabete di tipo 1 a esordio adulto sia sostanzialmente stabile, la prevalenza è in aumento, soprattutto tra le persone di età pari o superiore a 65 anni, grazie al miglioramento della sopravvivenza.

Negli anziani con diabete di tipo 1, la gestione della malattia deve tenere conto di comorbidità quali fragilità, declino cognitivo e disabilità sensoriali, che aumentano il rischio di ipoglicemia e rendono necessaria una personalizzazione degli obiettivi terapeutici, con particolare attenzione alla sicurezza e alla qualità della vita.

Come cambierà il quadro

Migliorare la classificazione diagnostica, adattare la gestione clinica e colmare le lacune di conoscenza in questa popolazione sono quindi priorità fondamentali per la ricerca e la pratica clinica. a detta degli esperti, in ogni caso, è certo che l’aumento della prevalenza del diabete di tipo 1 nelle età più avanzate pone e soprattutto richiederà nuove sfide assistenziali.

Negli anziani, la presenza di fragilità, multimorbidità e declino cognitivo richiede una gestione sempre più personalizzata, con particolare attenzione alla sicurezza terapeutica, alla prevenzione delle ipoglicemie e al mantenimento della qualità della vita – conclude Paolo Fiorina, Professore ordinario di Endocrinologia presso l’Università degli Studi di Milano, Direttore del Centro per il diabete di tipo 1 del Centro di Ricerca Clinica Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi” e Responsabile dell’Unità Dipartimentale di Endocrinologia e Diabetologia presso l’Ospedale L. Sacco di Milano –“.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.