“Sono una donna molto diversa da quella che immaginate”: Barbara Bouchet si racconta in esclusiva

Dagni anni '70, vissuti da icona del cinema di genere, fino ad oggi, che frequenta molta tv (e non si trova a suo agio sui social): Barbara Bouchet si racconta in esclusiva

Icona famminile indiscussa del cinema di genere degli anni ’70, Barbara Bouchet ha attraversato le fantasie e i sogni di buona parte degli italiani, con un corpo sempre in perfetta forma, adorato da molti dei registi di culto di quegli anni.

Poi – improvvisamente – l’addio al cinema, durante il quale si è dedicata all’aerobica e alla televisione , oltre che al teatro e – naturalmente – alla famiglia. Poca mondaneità e un carattere forte sono stati la ricetta di una aura che permane ancora durante questi anni, che hanno visto anche il suo fortunato ritorno sul grande schermo, diretta da Martin Scorsese in “Gangs of New York”.

Abbiamo intervistato in esclusiva la signora Bouchet, che sta vivendo questa quarantena forzata da sola e per giunta senza un computer.

Come si fa nel 2020 a vivere senza computer?

Ho un piccolo tablet, che per quello che mi serve basta e avanza. Non devo fare grandi ricerche, vedere i film o chissà cosa con il computer.

Le notizie dove le legge?

Prima del lockdown scendevo al bar tutti i giorni e assieme al mio caffè e cornetto, leggevo il giornale. Adesso non sento un particolare bisogno di leggere le notizie, finisce che mi angoscio ancora di più.

In tv invece cosa guarda?

Molti film e serie tv, faccio tanto zapping e mi soffermo solo su ciò che attira la mia attenzione. Per esempio la serie “Vivi e lascia vivere” con Elena Sofia Ricci e Bianca Nappi: l’ho trovata bellissima, un messaggio molto positivo per le donne. Oppure quando vedo sullo schermo delle vallate, dei boschi o dei giardini, mi fermo a guardarli. Spesso si tratta di fiction nordiche, con paesaggi bellissimi. E lì mi metto a sognare, mi rilassano.

Il cinema sta soffrendo molto in questo momento.

Già prima in pochi andavano al cinema, adesso con tutte le produzioni ferme è una vera tragedia.

Come lo vede il futuro dell’audiovisivo?

Avrei dovuto iniziare un film che non so quando e se si farà. Qui è tutto un limbo, il cinema dà lavoro a migliaia di persone e quello che sta succedendo è un enorme problema per tutti.

Anche “Ballando con le stelle” è stato sospeso, tra l’altro. Le hanno fatto capire quando potrà riprendere?

No, non lo sanno neanche loro. Si parla di fine maggio, ma chi lo sa? Prima era metà aprile: la verità è che nessuno ha la bacchetta magica per predire quando si potrà davvero ricominciare.

A proposito di tv, lei è stata la prima a portare l’aerobica sul piccolo schermo in Italia: com’è nata questa idea?

Avevo abbandonato il cinema a 39 anni per mia scelta, ma contemporaneamente non volevo rimanere con le mani in mano. Allora mi sono guardata attorno: cosa potevo fare? Su cosa ero più preparata e mi appassionava di più? In quel momento è uscita Jane Fonda con la sua aerobica e mi ha illuminata. In Italia non c’era nessuno che lo facesse, non esistevano le palestra, niente. Allora ho cominciato a lavorare su quello: sono andata in America, in Germania, ho fatto svariate ricerche e ho deciso che era ciò che volevo fare. Ho aperto prima una palestra e dopo un po’ sono andata in RAI a chiedere al direttore se era interessato a fare una trasmissione di questo genere. Mi hanno accolto a braccia aperte e abbiamo inventato la prima trasmissione “Body Body”, che andava in onda su Rai2.

Possiamo considerare “Ballando” il filo rosso che unisce queste sue passioni?

La palestra e la danza sono due cose molto diverse, me ne sono reso conto proprio cimentandomi in entrambe.

Cosa preferisce, la danza classica o la moderna?

Da ragazzina volevo diventare a tutti i costi una ballerina classica e ho anche frequentato un anno in una scuola in America. Non è durata molto, non sarei mai stata una buona ballerina classica perché sono troppo alta e non ho una dedizione totale.

Eppure è sempre molto in forma.

E’ tutto merito della mia costituzione e dell’alimentazione.

Perchè, segue una dieta particolare?

Non proprio, però mangio pochissimo e mastico mille volte prima di inghiottire. Ora che ho molto più tempo a disposizione ho iniziato a mangiare un po’ di più e a differenziare gli alimenti.

Barbara Bouchet a Roma nel 1970. (Photo via Getty Images)


Torniamo un attimo al cinema, lei ha smesso nell’82 per poi riprendere nel 2001. Cos’è che l’ha portata – vent’anni dopo – a tornare sul set?

Quando ho lasciato il cinema, mi ero ripromessa di far passare dieci anni e poi tornare con altri ruoli. Quei dieci anni sono diventati venti, nel frattempo mi è nato un figlio e non ne ho sentito la necessità. E’ stata mia sorella che un giorno mi ha annunciato di aver sentito che a Roma stava arrivando Scorsese per girare “Gangs of New York” e che c’era un ruolo adatto a me. Era un piccolo ruolo, ovviamente. Ma mi è andato più che bene per iniziare nuovamente. Mi sono resa conto in quel momento che il cinema era molto cambiato rispetto agli anni ’70.

Molti dei film in cui lei ha recitato negli anni ’70 e ’80 – in ruoli diversissimi tra loro – sono diventati dei film di culto. Che effetto le fa?

Ci sono tantissimi amanti di quell’epoca, dei film di Fulci, di Fernando Di Leo e di tutti quei registi. Me ne accorgo quando vado a queste convention alle quali partecipano gli appassionati di quel genere. Io non me sono resa conto, devo dire: ero talmente indaffarata a lavorare, che non ho avuto tanto tempo per pensare. Ringraziavo Dio per aver tanto lavoro e ho macinato così tanti titoli che non mi fermavo a pensare. Era un’epoca dorata, si giravano tantissimi film: solo nel ’72 ne ho fatti 11. Anche perché – in genere – le riprese duravano un mese.

Che ricordo ha dei registi che ha nominato? Molti di loro sono diventati registi di culto, ma esistono poche loro testimonianze o interviste.

All’epoca i registi non andavano in tv, non erano dei personaggi come oggi: c’era un altro tipo di promozione dei film. Oggi ormai con la tv e soprattutto i social, è cambiato tutto.

Lei che rapporto ha con i social? Ho visto che possiede un profilo Instagram ma lo usa pochissimo.

Mi hanno convinta ad aprirlo e ho accettato solo perché avevo migliaia di foto delle quali non sapevo che fare. In questa maniera, pubblicando foto di scena, dei film dell’epoca, magari anche i giovani mi possono conoscere un po’ meglio. Ma non mi vedo certo a stare con un telefonino a farmi i selfie tutto il giorno, anche se molte mie colleghe sono sempre lì a condividere foto e video dalla mattina alla sera. E’ un lavoro, mamma mia.

Il lavoro delle influencer.

E’ faticosissimo, non fa per me. Salvo giusto Chiara Ferragni, ma tutte quelle venute dopo di lei meglio lasciarle stare. E poi la parola stessa, influencer: chi devo influenzare? Forse a pensarci oggi – però -un pochettino lo sono stata anche io un’influencer con la ginnastica.

Anche nei film degli anni ’70 e ’80 – se ci pensa – era un continuo brand placement.

E’ vero, c’era quella specifica marca di sigarette o bottiglia di whiskey che venivano sempre piazzate nei film. Però in quel caso incassava la produzione, non i singoli attori.

L’essere considerata un’icona sexy, ha influenzato in qualche modo il suo essere donna?

Io l’ho sempre preso come un ruolo, un personaggio. Non c’entra niente con me e quindi lontano dalle telecamere ero una persona normalissima e mi considero tale ancora oggi. Non mi sono mai montata la testa e considerata un’icona, anzi mi fa ridere pensarlo.

Barbara Bouchet insieme a Edwige Fenech nel 1984 (Photo via Getty Images)


Che impressione le fa riguardare i suoi film di quegli anni?

Non mi capita spesso, ma li guardo con distacco, come se non fossi io quella sullo schermo. L’altro giorno mi è capitato di rivedere “40 gradi all’ombra del lenzuolo”, in cui recitavo assieme a Montesano, un uomo molto simpatico. Ho pensato: “ammazza, quanto era bella!”, mica mi sono resa conto all’epoca.

Di recente è tornata a fare un cameo anche nel film di Checco Zalone, “Tolo Tolo”. Come si è trovata a lavorare con lui, che è un po’ l’erede della commedia italiana?

Lo trovo bravissimo, eccezionale. Era il suo primo film come regista e quindi sul set era completamente indaffarato e non si è mai rilassato un attimo. Si circondava sempre del suo entourage pugliese e parlava poco con gli attori, con me in particolare ha parlato pochissimo.

Suo marito, Luigi Borghese, è stato un importante produttore cinematografico: come vi siete incontrati e come è nato il vostro amore?

Mi mandava dei bouquet di rose gialle, firmandosi “Mister X”.

Come nel migliore film degli anni ‘70…

Esattamente! All’inizio non avevo capito assolutamente chi fosse. Ho chiesto allora al fioraio: “Com’è questo signore che mi manda i fiori” e lui mi ha raccontato che arrivava con una macchina molto rumorosa e ripassava poi di pomeriggio con una motocicletta, chiedendo informazioni su di me. Quando ho sentito “motocicletta”, mi ha smontato anche quel poco di voglia che avevo conoscerlo. Qualche settimana dopo sono stata invitata ad una festa, nella quale mi dicevano che c’era qualcuno che aveva lasciato una cadeau per me e mi voleva conoscere. Mi ricordo che lui era seduto in un angolo da solo, così mi sono avvicinata, gli ho dato la mano e detto: “Piacere”. E poi me ne sono andata, non gli ho concesso neanche un secondo per parlare. A questa festa erano presenti anche dei giornalisti che mi chiedevano se in quel momento ero innamorata, e io ovviamente rispondevo di no. Ad un certo punto, si alza lui dal fondo del locale e urla “Sì, ma lei non lo sa ancora”. La simpatia non gli mancava, da buon napoletano. Finita la festa, siamo andati al ristorante e fu proprio lui ad accompagnarmi. Quando siamo scesi nel parcheggio, ho finalmente scoperto cos’era questa macchina rumorosa: una Ferrari. Era scomoda e chiassosa, non la sopportavo e gliel’ho fatto notare. E Luigi, con uno spiccato accenno napoletano, mi fa: “Ho aspettato un anno intero per prendermi questa macchina, perché pensavo che voi non voleste andare su un’altra e ora mi dite che è rumorosa? E’ musica!”. Al che, con altrettanta ironia, gli ho risposto: “Sarà musica per lei e di sicuro ha perso un anno”. Dopo quell’episodio, ha venduto la Ferrari e quando ci siamo sposati ha comprato la macchina che piaceva a me, una Rolls Royce. Non mi ero mica reso conto che Roma non è Los Angeles, una macchina di quel tipo non è per niente adatta. Perciò, ha venduto anche quella e da quel momento ha comprato solo macchine normali.

Barbara Bouchet e Luigi Borghese. Rome, 1970s (Photo via Getty Images)


Il vostro rapporto si è quindi normalizzato assieme alle macchine. Invece suo nipote, il figlio di Alessandro, ha avuto possibilità di conoscerlo?

No, io faccio quello che vuole mio figlio. In certe cose non mi va di litigare: è una decisione sua e non ci voglio entrare.

Non si è mai chiesta il motivo?

Penso che quando la sua ragazza è rimasta incinta, lui era troppo giovane e non se la sentiva di avere un figlio.

Neanche il Coronavirus vi ha riavvicinato quindi?

Ci sentiamo al telefono, mi chiede come sto e finisce lì. Mi sento più a lungo con la mia nipotina grande, con cui chatto su Whatsapp a lungo. Alessandro è sempre molto indaffarato con il lavoro e le trasmissioni, ha mille impegni. Poi io sono sempre stata considerata una mamma autonoma e forte, basta che lui sappia che sto bene ed è a posto.

Quando sarà finito il lockdown, cosa ha in mente di fare?

Devo fare “Ballando” e il film di cui le parlavo. Per cui lavoro, voglio assolutamente tornare al mio lavoro.

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