Essere Re non è mai stato così redditizio. Carlo III, salito al trono con la promessa di una “monarchia moderna”, torna a far parlare di sé per un patrimonio personale stimato intorno ai 2,1 miliardi di euro. Per la prima volta nella storia, un sovrano inglese entra nel club dei miliardari, facendo inevitabilmente discutere l’opinione pubblica e i media.
A puntare i riflettori sulle finanze reali ci ha pensato David Dimbleby, storico volto della BBC, con un documentario che si avventura nei territori più proibiti della royal family.
Con tono investigativo, il giornalista analizza il potere, l’influenza e soprattutto il denaro dei Windsor, mettendo in luce contraddizioni che da decenni erano state ignorate o minimizzate dalla stampa.
Carlo III, il Re miliardario tra lusso privato e trasparenza a rischio
Il documentario evidenzia come Re Carlo combini ricchezza privata, proprietà ereditate e redditi semi-pubblici, godendo di esenzioni fiscali storiche, come l’assenza dall’imposta di successione che ha accompagnato l’eredità della Regina Elisabetta. Nessun altro monarca europeo possiede una struttura finanziaria così complessa e opaca, né opera in un contesto di tale trasparenza selettiva.
Anche il reddito derivante dal Ducato di Lancaster – oltre 20 milioni di euro l’anno – genera interrogativi: si tratta di denaro pubblico gestito come privato, o di un patrimonio personale mascherato da istituzione?
“Carlo III è il primo sovrano miliardario, dovrebbe pagare più tasse visto che già riceve finanziamenti dai contribuenti”, ha criticato il giornalista Dimbleby.
La famiglia reale viene finanziata dai britannici grazie al Sovereign grant, un contributo pubblico annuale pagato dal governo britannico alla monarchia, principalmente per finanziare le spese ufficiali e di rappresentanza della Famiglia Reale, come il personale, la manutenzione dei palazzi e i viaggi.
In cambio, Charles cede allo Stato tutti i profitti del Crown Estate (un vasto portafoglio immobiliare) e altre entrate reali, ricevendo indietro una percentuale (circa il 25%) di questi profitti, che costituisce appunto il Sovereign Grant.
Ma la questione non è solo economica, ma anche generazionale. Tra i giovani britannici, alle prese con affitti insostenibili e salari stagnanti, l’etichetta di miliardario suscita più irritazione che ammirazione.
Il sostegno alla monarchia è sceso dal 75% del 2012 al 62% odierno, e la concentrazione di ricchezza personale da parte del Re alimenta le critiche, soprattutto in un momento in cui il Paese dibatte su come finanziare servizi essenziali come il Servizio Sanitario Nazionale.
La sfida di Re Carlo, tra tradizione e modernità
Il regno di Carlo III si trova così sospeso tra tradizione e modernità. Il sovrano, impegnato a promuovere una monarchia trasparente, sostenibile e moderna, deve confrontarsi con un’eredità finanziaria profondamente tradizionale e difficilmente comprensibile.
Ogni passo verso la trasparenza rischia di far emergere contraddizioni: la monarchia gode di privilegi legislativi e fiscali che nessun altro settore britannico può vantare, e la gestione dei suoi beni rimane avvolta in un alone di discrezione.
E mentre Buckingham Palace naviga in questa nuova era di scrutinio pubblico, cresce anche il rischio di scandali interni. La possibile uscita di un libro di Sarah Ferguson potrebbe riaccendere vecchie tensioni e rivelare dettagli finora rimasti nascosti, dal periodo di convivenza con Andrea alle dinamiche più segrete dei Windsor.
In un momento in cui il patrimonio del Re e la trasparenza della Corona sono al centro del dibattito pubblico, ogni parola in più potrebbe rivelarsi esplosiva.
Il risultato? Carlo III si trova a guidare una monarchia che aspira alla modernità, ma che deve fare i conti con ricchezza privata straordinaria, strutture opache e un’opinione pubblica più critica che mai.
La sua sfida non è solo politica o simbolica, ma profondamente economica: conciliare il ruolo di sovrano con quello di uno degli uomini più ricchi del Paese, senza perdere legittimità agli occhi dei sudditi.
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