Sanremo 2020, il monologo durissimo di Rula Jebreal: “Non dobbiamo avere paura”

A Sanremo, Rula Jebreal porta un monologo duro e meraviglioso contro la violenza sulle donne. Abbiamo pianto, in silenzio

Un palco, lacrime e un discorso che tocca il cuore: Rula Jebreal si conferma la regina di questa prima serata del Festival di Sanremo. Il suo monologo era attesissimo dal pubblico e non ha deluso le aspettative. Ad annunciarlo Amadeus che, visibilmente commosso, ha lasciato spazio alla co-conduttrice  che con una forza e un’intensità uniche ha catturato la scena.

Sulla platea di Sanremo, da sempre conosciuta per esprimersi senza remore a favore o contro gli artisti sul palco, è calato un silenzio irreale. Impossibile staccare gli occhi da Rula che, splendida nel suo abito luccicante, si commuove e si indigna parlando di violenza sulle donne e raccontando la storia più dura, quella di sua madre.

“Mia madre Nadia ha perso il suo ultimo treno quando avevo cinque anni, si è suicidata – dice con coraggio -. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, perché fu stuprata due volte: a 13 anni da un uomo e poi da un sistema che l’ha obbligata al silenzio. L’uomo che l’ha violentata aveva le chiavi di casa”.

In mezzo a due libri, uno bianco e uno nero, Rula legge le frasi delle canzoni più belle della musica italiana, parole d’amore messe a confronto con le accuse più dure riservate alle donne vittime di violenza.

“Sono cresciuta in un orfanotrofio – svela la giornalista -, noi bambine raccontavamo le nostre storie, favole tristi, di figlie sfortunate. Ci raccontavamo delle nostre madri, spesso stuprate, torturate e uccise”. Un passato, quello di Rula, segnato dal dolore, ma anche dal desiderio di rialzarsi e lottare, per sua madre, per sua figlia, per se stessa e per tutte le donne. Sul palco dell’Ariston la Jebreal pesa le parole e ognuna è un macigno, proprio come i numeri che snocciola e che sono impressionanti.

“Io amo le parole, ho imparato, venendo da un luogo di guerra, a credere alle parole per rendere il mondo un posto migliore – dice rivolta al pubblico, gli occhi che luccicano, ma la voce ferma -. Negli ultimi tre anni sono 3.150.000 donne che hanno subito violenza sul luogo di lavoro, negli ultimi due anni 1 donna ogni 15 minuti ha subito violenze, sei donne solo nell’ultima settimana. Spesso l’uomo non deve neanche bussare perché ha le chiavi di casa”.

A pochi passi da lei la figlia Miral piange, emozionata, mentre anche Giovanna, la moglie di Amadeus, si lascia andare alle lacrime. “Quante volte noi donne siamo state Sally – spiega la Jebreal, citando il brano di Vasco Rossi -, proprio mentre parlo c’è una donna che cammina per strada sopraffatta da un senso di colpa, nessuna di voi ha nessuna colpa. Le canzoni che ho citato stasera sono tutte scritte da uomini, è possibile trovare le parole giuste, raccontare l’amore”.

Poi anche lei, grande e piccola come tutte noi, si lascia sopraffare dall’emozione: “Questo è il momento che queste parole diventino realtà. Per farlo dobbiamo lottare e urlare da ogni palco, anche quando ci diranno che non è opportuno. Io sono diventata la donna che sono grazie a mia madre e mia figlia. Lo dobbiamo a loro, a tutte noi, a una mamma, una sorella, una vicina, agli uomini per bene, all’idea di civiltà e di uguaglianza, e a quella più bella, la libertà. Uomini, lasciateci essere quello che vogliamo, siete i nostri complici, indignatevi insieme a noi quando ci chiedono cosa abbiamo fatto per meritarci quello che abbiamo”.

Infine l’appello agli uomini e una sfida. “Parlo agli uomini: lasciateci essere quelle che siamo, madri, casalinghe, in carriera. Siate nostri complici indignatevi insieme a noi […] Domani guardate pure come eravamo vestite noi donne a Sanremo, ma che non si chieda più a una donna stuprata come era vestita. Non vogliamo più avere paura, essere vittima, essere una quota. Lo devo a mia madre, a tutte le madri, e anche a me stessa, alle nostre figlie, alle bambine: nessuno può permettersi di toglierci il diritto di addormentarci come in una favola”.

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