Osteocondrosi: cos’è, sintomi, terapie

L'osteocondrosi è una patologia che colpisce le ossa e le cartilagini, causando la morte del tessuto osseo a causa di una ridotta afflusso di sangue

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Carlotta Dell'Anna Misurale

Laureanda in Medicina e Chirurgia

Studentessa di Medicina appassionata di neurologia. Vanta esperienze in ricerca, con focus sui misteri del cervello e l'avanzamento scientifico.

L’osteocondrosi, conosciuta anche come osteocondrite, è una patologia degenerativa che colpisce le ossa, incidendo soprattutto sui giovani e sugli atleti, o su coloro che sono esposti a frequenti traumi articolari. Questa condizione porta a una frammentazione delle estremità ossee, spesso a causa di necrosi tissutale. Un riconoscimento precoce della malattia permette di affrontarla con trattamenti terapeutici non invasivi. Al contrario, una diagnosi tardiva richiede un approccio diverso, che verrà discusso più avanti, per gestire le complicazioni che ne derivano.

Cos’è l’osteocondrosi

Con il termine osteocondrosi non si intende una sola malattia, ma una serie di patologie in cui si assiste a una frammentazione – ossea o cartilaginea – delle estremità ossee, senza distinzione tra ossa lunghe o brevi. In pratica, si assiste a una lesione ossea che arriva a separare un piccolo frammento di osso subcondrale – ovvero la porzione ossea appena sottostante la cartilagine – e cartilagine dall’osso principale. In questo modo si forma un piccolo corpo osteocartilagineo libero che provoca dolore più o meno intenso e che viene chiamato con un termine medico quanto mai curioso, ovvero topo articolare.

Sebbene possano essere interessate tutte le ossa del corpo, quelle maggiormente colpite sono proprio le ossa parte dell’articolazione per via delle sollecitazioni maggiori a cui sono sottoposte. In particolare, si assiste a osteocondrosi nell’articolazione del ginocchio, dell’anca, della caviglia e del gomito. Gli uomini sono più colpiti da osteocondrosi rispetto alle donne, in particolare si presenta nei bambini e nei giovani sotto i 20 anni, a causa dell’intensa attività di ossificazione.

Nel caso in cui l’osteocondrosi si presenti per cause di crescita, tende a risolversi spontaneamente al termine della maturità scheletrica; differente il caso in cui insorga negli adulti – in particolare sportivi o coloro che svolgono un lavoro piuttosto pesante: dovrà essere il medico a intervenire nella modalità che ritiene più consona.

Gli stadi dell’osteocondrosi

Salvo qualche evento fortuito, le lesioni osteocartilaginei seguono un decorso piuttosto lento, nel quale si possono distinguere 4 stadi: nei primi due la prognosi è buona e le lesioni si considerano stabili, negli altri due, invece, la prognosi non è favorevole e le lesioni sono instabili.

Vediamo nello specifico le caratteristiche dei 4 stadi:

  1. Nel punto di lesione si assiste a un piccolo appiattimento dell’osso.
  2. Si inizia a vedere distintamente il frammento e si nota un piccolo distanziamento con l’osso.
  3. Il frammento è ormai praticamente separato, lo spazio che lo separa dall’osso è sempre maggiore.
  4. Il frammento osteocartilagineo è ormai libero nell’articolazione, nel senso che è completamente separato dall’osso di origine.

Quali sono le cause dell’osteocondrosi

Si è discusso per anni sulle possibili cause che determinano la separazione di una piccola porzione osteocartilaginea. Oggi la comunità scientifica è d’accordo che la causa dell’osteocondrosi sia una degenerazione necrotica. In pratica, le cellule dell’estremità ossea muoiono, causando prima l’indebolimento e poi la frammentazione della porzione colpita. All’origine della necrosi c’è con ogni probabilità un’interruzione del flusso di sangue dovuta a diversi fattori:

  • ischemia;
  • traumi ossei;
  • nell’età evolutiva potrebbe trattarsi di ossificazione intensa;
  • non dimentichiamo che alla base di necrosi del tessuto con conseguente osteocondrosi concorrono anche fattori di predisposizione genetica e alterazioni dell’attività endrocrina.

Sintomi dell’osteocondrosi

Esistono alcuni sintomi che lasciano intuire una diagnosi di osteocondrosi, anche se potrebbero essere confusi con altre condizioni patologiche perché piuttosto generici. Si tratta di dolore, gonfiore, versamento e blocco articolare. Ovviamente, negli stadi iniziali della lesione i sintomi saranno decisamente più lievi rispetto alle fasi finali e ci vogliono mesi – in alcuni casi addirittura anni – perché i sintomi dell’osteocondrosi diventino intensi e continui, tanto da inficiare la qualità della vita.

L’osteocondrosi si manifesta comunemente in specifiche aree del corpo dove lo stress meccanico e l’uso ripetuto sono maggiori, influenzando principalmente le regioni di crescita delle ossa nei giovani in fase di sviluppo. Tra i siti più frequentemente interessati vi sono il ginocchio (malattia di Osgood-Schlatter), la caviglia (malattia di Sever), il gomito (malattia di Panner), e l’anca (malattia di Perthes). Altre aree meno comuni ma significative includono la colonna vertebrale, in particolare nelle vertebre (malattia di Scheuermann), e sotto la rotula, nota come osteocondrite dissecante del ginocchio. Ognuna di queste condizioni può variare in gravità e richiede un approccio specifico per la gestione e il trattamento, a seconda del sito di manifestazione e dell’entità del danno osteocondrale.

Diagnosi dell’osteocondrosi

Immaginiamo di avere un’osteocondrosi al ginocchio: data la generalità dei sintomi potremmo confonderla tranquillamente con una rottura del menisco o con altre condizioni cliniche patologiche a carico dell’articolazione. Per questo, se sospettiamo di soffrire di osteocondrosi dobbiamo parlarne con il nostro medico curante, che ci indirizzerà verso lo specialista indicato. È importante che ci sia una diagnosi precoce. Solo così sarà possibile intervenire nel modo meno invasivo possibile e arrestare la lesione sul nascere.

Al momento della visita, lo specialista farà un’analisi della motilità articolare: una motilità ridotta potrebbe far nascere il sospetto di patologia. Il dubbio potrà essere confermato da una risonanza magnetica, che “fotografa” l’entità della lesione per poter pianificare una terapia efficace. Tuttavia, potrebbero essere prescritti anche altri esami diagnostici, come la radiografia e la TAC (Tomografia assiale computerizzata). Vediamo meglio a cosa servono:

  • Radiografia. Consente di osservare tutte le ossa, potrebbe mostrare quindi un frammento osseo separato o un topo articolare.
  • TAC. Come la risonanza magnetica consente di “fotografare” l’articolazione interessata, individuando eventuali frammentazioni.

Le terapie da seguire per curare l’osteocondrosi

Una volta accertata la diagnosi di osteocondrosi, la terapia consigliata sarà differente a seconda della gravità della lesione. Nelle prime due fasi della lesione e nei casi di osteocrondrosi causata dalla crescita, si predilige una terapia conservativa. In pratica si dovrà stare a riposo per 6-8 settimane, a volte anche immobilizzati con un gesso e, in caso di patologia agli arti inferiori, uso di stampelle per camminare. In questo caso è consigliata anche la fisioterapia.

A volte è necessaria una terapia farmacologica di supporto, in grado di alleviare i sintomi, come il dolore e il gonfiore. Di per sè, la terapia farmacologica non interviene sulle cause, quindi non può considerarsi risolutiva. I farmaci somministrati sono analgesici e antinfiammatori non steroidei.

Nei casi instabili o in quelli stabili che non hanno tratto beneficio dal trattamento conservativo è necessario intervenire chirurgicamente. L’operazione si svolge in artroscopia e ha l’obiettivo di recuperare i frammenti, sia parzialmente che totalmente liberi nell’articolazione. A questo punto si dovrà ricostruire la componente cartilaginea interessata con un trapianto di condrociti, cellule capaci di produrre cartilagine.

Complicazioni

Ovviamente, migliore è la prognosi, minore sarà la possibilità di complicazioni. La prognosi non dipende solo dallo stato di evoluzione della lesione, ma anche dall’età del paziente, dalle cause scatenanti, da quale sia l’articolazione colpita e se già si è seguita una terapia conservativa. In ogni caso è possibile che ci siano delle complicazioni non previste e non desiderate, come dolore cronico, artrite o ridotta funzionalità dell’articolazione colpita.

Fonti bibliografiche: