Come funziona la memoria: perché ricordiamo o dimentichiamo

Quali sono i meccanismi che distinguono la memoria breve da quella a lungo termine e quando preoccuparsi per l'eccessiva smemoratezza

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Forse non tutti conoscono Paul Morphy, altresì detto “Mozart degli scacchi”. Senza nessuna maestro, ha imparato a giocare solo osservando gli altri e memorizzando le loro mosse, a soli dieci anni. Diciottenne, ha sfidato otto campioni a Parigi. E ha vinto. Poi, quasi per gioco, si è messo in testa dopo averlo letto una sola volta gran parte del Codice legale della Louisiana. A vent’anni, ha dato addio agli scacchi: troppo spiccati i segni di follia. Il suo problema si chiamava memoria assoluta. In pratica non poteva dimenticare nulla.

Così mentre in Italia uno studio dimostra come operino i cervelli degli “ipermemori”, che hanno una memoria sviluppata, ritorna una domanda annosa: per ricordare bene bisogna essere in grado di selezionare quanto ha senso dimenticare e quanto no quindi bisogna saper eliminare il superfluo dai propri ricordi? Così la scienza risponde.

Ricordi a breve e lungo termine, quando preoccuparsi

Per capire come funziona il cervello che deve immagazzinare i ricordi bisogna prima di tutto capire i meccanismi che guidano la memoria, sapendo che non tutti i tipi di memoria sono identici.

Nel caso della memoria a breve termine, stimoli deboli o comunque non ritenuti significativi inducono una risposta mnemonica di breve durata, che può durare al massimo tre-quattro ore, perché nelle sinapsi (i punti di contatto di una cellula con le altre) della cellula nervosa interessata si liberano neurotrasmettitori, particolari sostanze capaci di amplificare il riflesso mnemonico. Per questo, ad esempio, ci possiamo ricordare un numero di telefono subito dopo averlo fatto, ma poi la dimentichiamo perché questa forma di ricordo si disperde in pochi minuti.

Perché la memoria rimanga “fissata” nel cervello, invece, occorrono alcuni passaggi  in più. Prima alle sinapsi arriva un “segnale” che fa aumentare i livelli della Protein-chinasi A, un particolare composto che ha la capacità di stimolare la produzione di proteine capaci di “aumentare” le dimensioni di questa giunzione anatomica delle cellule nervose. Poi gli stimoli mnemonici corrono lungo i neuroni per arrivare in una specie di “centralina” di smistamento dei ricordi a lungo termine. Questa centralina è l’ippocampo, un piccolo organo, così chiamato perché assomiglia a un cavalluccio marino, è situato nella parte profonda del cervello ed è più piccolo in chi soffre di amnesia rispetto ai sani. Poi occorre “depositare” il ricordo, spesso nella zona del cervello che sta dietro la tempia, dove le informazioni vengono rielaborate, e quindi rese disponibili in caso di necessità. Così tutto funziona al meglio.

Ma quando preoccuparsi per l’eccessiva smemoratezza? Non bisogna dimenticare che alcuni aspetti della memoria, come la memoria di lavoro e la memoria episodica, declinano fisiologicamente a partire dai 50-55 anni. Queste modificazioni, che sono lievi ed hanno un carattere molto lentamente progressivo, riguardano compiti come il ricordare precisamente dove e quando abbiamo ricevuto un’informazione, o la capacità di tenere a mente più cose necessarie ad eseguire un compito. Chi invecchia si rende conto di queste difficoltà, e impara a compensarle, ad esempio prendendo più appunti o organizzandosi in modo preciso la giornata.

La situazione è ovviamente diversa quando il deficit assume una dimensione patologica. E, come è naturale, l’attenzione si concentra soprattutto sugli over-60, anche in virtù dei dati epidemiologici. La carenze “patologiche” dei ricordi interessano circa una persona su dieci oltre questa soglia d’età, anche se i dati epidemiologici sono molto carenti.

Cosa succede nei “superdotati”

Una ricerca italiana pubblicata su Cortex spiega cosa accade nel  cervello degli individui “ipermemori” capace di ricordare anche i più piccoli dettagli di ogni giorno della loro vita. La ricerca, condotta presso i laboratori della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma ed ha coinvolto Università Sapienza di Roma, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Università di Perugia.

Per realizzare lo studio è stato chiesto a 8 soggetti ipermemori, già protagonisti nel 2018 di un altro lavoro della stessa equipe di ricerca, di ricordare un evento molto lontano nel tempo, di circa 20 anni prima. L’attività neuronale di questi 8 soggetti è stata quindi rilevata in tempo reale attraverso la risonanza magnetica funzionale, una tecnica non invasiva che permette ai ricercatori di osservare il cervello in azione e identificarne le aree più attive durante il ricordo dell’evento passato.

Al gruppo di ipermemori è stato affiancato un gruppo di controllo composto da 21 persone senza particolari abilità o deficit della memoria.  I ricercatori hanno poi utilizzato una tecnica molto innovativa, chiamata Multivoxel Pattern Analysis (MVPA) per verificare che la migliore rappresentazione neurale dei ricordi nelle persone ipermemori fosse associata al ruolo funzionale di specifiche aree del cervello.

L’indagine dimostra che  nel discriminare tra ricordi autobiografici vecchi e nuovi, per le persone con ipermemoria si rileva un’elevata specializzazione della porzione ventro-mediale della corteccia prefrontale del cervello, un’area che si ritiene sia deputata all’organizzazione delle funzioni cognitive superiori. Questa stessa regione del cervello sembra essere meno precisa nelle persone con una memoria normale, fino a farci “confondere” la dimensione temporale del ricordo, vecchio o nuovo.

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