Insonnia e Alzheimer: come la carenza di sonno può favorire la malattia

Studi scientifici dimostrano i legami tra la carenza di sonno e lo sviluppo dell'Alzheimer: perché l'insonnia può diventare fattore scatenante

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Quante volte, dormendo poco, si ha la sensazione di essere affaticati, fisicamente e mentalmente, ma anche di ricordare poco o male le cose? Questo perché linsonnia è direttamente legata al sistema nervoso, che governa l’attività cerebrale e la memoria. Da diverso tempi studi scientifici hanno dimostrato il rapporto tra una cronica carenza di sonno e la possibilità di sviluppare l’Alzheimer. Vediamo meglio quali sono questi legami e come possono influenzare il decorso della malattia.

 

I rapporti pericolosi tra insonnia e rischio di Alzheimer

Chi dorme poco e male, si sa, fa più fatica a vivere bene di giorno. Nervosismo, stanchezza, sonnolenza accompagnano spesso la giornata al lavoro e a scuola, ma soprattutto si ha la sensazione di faticare a ricordare. Ora la scienza spiega perché questa non sia solamente una percezione. In pratica, quando si riposa troppo poco, “mancano” i meccanismi di pulizia che proteggono le cellule nervose e che consentono loro di “ricaricarsi”, rendendole pronte a recepire nuove informazioni e ad immagazzinarle.

 

Insonnia e Alzheimer: se si dorme poco non funziona il “lavaggio”

Avete presente la pulizia delle strade? La mattina dopo la via è completamente pulita e può accogliere i passanti. Qualcosa di simile accadrebbe anche nel cervello umano.  Una ricerca condotta all’Università di Boston ha infatti dimostrato per la prima volta che il fluido cerebrospinale, il liquido che corre nel sistema nervoso, come un vero e proprio “detergente” (pur se attraverso reazioni di tipo elettrico) durante il sonno ripulirebbe il cervello dai rifiuti metabolici tossici. In questo modo si creerebbe nuovo spazio per le attività cerebrali e per la possibilità di ricordare. Lo studio, pubblicato su Science, ha preso in esame 13 persone tra i 23 e i 33 anni, misurando l’attività elettrica cerebrale mentre si svolgeva anche la risonanza magnetica. Un sistema di test estremamente complesso che ha però dimostrato l’attività del liquido cerebrospinale, capace di sincronizzarsi con le onde elettriche e di ripulire il cervello dal rifiuti, soprattutto sotto forma di proteine nocive che in qualche modo indeboliscono le trasmissione di segnali tra i neuroni. La parte più importante di questa ricerca, condotta su persone sane, è che la scoperta potrebbe applicarsi in futuro anche alle conoscenze sulla malattia di Alzheimer: per chi ne soffre la perdita della memoria è un segno classico e proprio le placche di amiloide, il composto che crea una sorta di “nebbia” tra i neuroni, non vengono adeguatamente ripulite.

 

Poco sonno può favorire l’Alzheimer: gli studi scientifici

Qualche tempo fa diverse ricerche avevano mostrato il rapporto pericoloso tra una cronica carenza di sonno e il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. Basti pensare in questo senso ai risultati dello Sleep Study, condotto all’Università della California a San Francisco, che ha valutato le informazioni relative a oltre 200.000 veterani di età superiore ai 55 anni. La ricerca mostra chiaramente come chi presenta disturbi del sonno ha un rischio del 30 per cento maggiore di andare incontro a demenza, rispetto ovviamente a chi riposa senza difficoltà. Poi, all’Università Duke di Singapore, associando in persone con più di 55 anni risonanza magnetica e studio neuropsicologico secondo quanto riporta la rivista Sleep si è visto che il calo delle ore di sonno si correla ad un declino delle capacità cognitive. Come se non bastasse, uno studio condotto all’Università della California apparso su Psychological Science dimostra che chi dorme poco ricorda meno i particolari.

 

Alzheimer: l’importanza dei “netturbini” notturni

In assenza di una quantità adeguata di riposo, quindi, il cervello soffre, probabilmente perché non si generano quei meccanismi di “pulizia” delle cellule cerebrali che consentono la loro ottimale funzione. E si si accumulano rifiuti, che possono avere effetti potenzialmente pericolosi nel tempo. Lo prova ad esempio una ricerca apparsa su Science e condotta dall’equipe di Maiken Nedergaard dell’Università di Rochester: durante il riposo i tessuti cerebrali si disintossicano di molecole pericolose come la beta-amiloide associata appunto allo sviluppo della malattia di Alzheimer. Ora, grazie all’ultima scoperta dell’Università del Massachussetts, si aprono nuovi orizzonti per la scienza.

Insonnia e Alzheimer: il riposo necessario

Per noi, rimane solo un consiglio: cerchiamo di riposare almeno le canoniche 7 ore. Purtroppo non è facile: nelle donne, considerando anche i risvegli notturni, i rischi di scarso riposo si  concentrano nel periodo della menopausa e dopo i 65 anni. Negli uomini invece il primo picco di rischio di comparsa del fenomeno si ha in età giovanile, tra i 24 e i 34 anni, e il secondo negli over-65. Un soddisfacente riposo notturno diventa più spesso difficile nei single e nei divorziati, oltre ovviamente in chi è esposto a stress intensi e prolungati nel tempo. Negli anziani, poi, oltre alla quantità ridotta del sonno, che magari si compensa con “appisolamenti” ripetuti durante il giorno, incide anche la modificazione della naturale architettura del riposo notturno. Con l’avanzare dell’età generalmente si assiste ad una riduzione della percentuale di sonno profondo, quello che davvero rilassa l’organismo, con un aumento delle attività oniriche classiche della fase Rem, in cui si sogna. Il giorno dopo, è più facile pensare di non essersi riposati a sufficienza.

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