Natalia Paragoni dopo la chemio: “Non sono la mia malattia”

L'influencer, dopo il silenzio delle ultime settimane, ha voluto lanciare un messaggio importante, quello di non voler essere identificata con la malattia

Foto di Claudia D'Alessandro

Claudia D'Alessandro

Giornalista, esperta di Spettacolo e Content Editor

Giornalista e content creator, si nutre da sempre di cultura e spettacolo. Scrive, legge e fugge al mare, quando ha bisogno di riconciliarsi col mondo.

4 min di lettura

Chiedi a DiLei

Non essere identificata con una diagnosi, non lasciare che la malattia diventi l’unico argomento di cui parlare, rivendicare il diritto di continuare a vivere senza dover raccontare ogni dettaglio delle proprie condizioni di salute. È il messaggio lanciato da Natalia Paragoni, che dopo aver condiviso sui social alcuni momenti del suo percorso di cura contro il linfoma di Hodgkin ha deciso di interrompere gli aggiornamenti sulla sua malattia.

Il messaggio di Natalia Paragoni, che non vuole più essere identificata con la malattia

Dopo qualche settimana di silenzio sulla malattia, Natalia Paragoni ha deciso di lanciare un messaggio importante. Lo ha fatto su TikTok, con un video all’apparenza leggero che invece descrive bene la condizione di chi si ritrova ad affrontare il cancro e vedersi affibbiata dagli altri l’etichetta del “guerriero” o del “combattente”, suo malgrado.

Se inizialmente aveva deciso di mostrare ai follower i progressi e la sua vita di tutti i giorni, che ha cercato il più possibile di non modificare in seguito alle cure, nell’ultimo periodo ha preferito concentrarsi sulla sua quotidianità. L’influencer ha voluto spiegare le ragioni della sua scelta rispondendo alle numerose domande ricevute dai suoi fan, preoccupati per il silenzio dopo le sedute di chemioterapia.

“Mi chiedete sempre come sta andando il tutto. Ragazze, io non vi sto più aggiornando perché sono ritornata alla mia vita di prima e diciamo che ho cercato di non cambiarla molto anche quest’estate“, ha raccontato sui social.

Una decisione che non nasce dalla volontà di nascondere la propria esperienza, ma dall’esigenza di non trasformare una fase difficile della vita nell’elemento principale della propria identità. “Non è che non ho voglia, ma non voglio ogni volta parlare delle stesse cose perché poi sembra anche un po’ riduttivo raccontare solo di questo”, ha spiegato.

Il suo percorso di cura

Natalia Paragoni aveva ricevuto la diagnosi di linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese della sua seconda gravidanza. Dopo la nascita della figlia Beatrice, avvenuta a maggio, aveva iniziato il percorso di chemioterapia, raccontando pubblicamente alcuni momenti delle cure e condividendo con chi la segue le difficoltà e i progressi.

Ad agosto aveva annunciato che l’ultimo ciclo di chemioterapia era previsto per il 7 settembre, spiegando che il suo organismo stava rispondendo positivamente ai trattamenti. Nelle settimane successive, tuttavia, aveva progressivamente smesso di fornire aggiornamenti sulle proprie condizioni. “Non l’ho mai fatto perché non voglio che la mia persona venga ricordata e legata a questo momento della mia vita. Perché è un momento e io non sono questo. Non sono la malattia, non mi voglio identificare in questo“.

Parole alle quali accompagna una rassicurazione sulle proprie condizioni: “Io sono altro, sono sempre stata altro. Ho costruito altro nella mia vita e quindi se mi chiedete come sto, sto bene, tutto a posto”. La scelta riguarda anche il confine tra dimensione pubblica e privata, particolarmente delicato per chi, come lei, ha costruito parte del proprio lavoro sulla condivisione della quotidianità. “Non penso di nuocere a nessuno se non vi racconto i particolari. So che la mia vita è sempre esposta. Però, secondo me, questo tema è troppo personale. E parlare solo di questo o mostrare solo questo di me, anche no”.

Da Michela Murgia a Natalia Paragoni, quando il cancro non è una battaglia da vincere

Le parole di Natalia Paragoni si inseriscono in una riflessione più ampia sul modo di raccontare la malattia, che negli ultimi anni ha trovato spazio anche grazie alle testimonianze di personaggi pubblici. Tra le voci che hanno contribuito maggiormente a cambiare questa narrazione c’è quella di Michela Murgia, la scrittrice scomparsa nell’agosto del 2023, che negli ultimi mesi della sua vita aveva scelto di parlare apertamente del tumore al rene al quarto stadio che l’aveva colpita, rifiutando però il linguaggio della guerra e della battaglia contro il cancro.

Una riflessione che è tornata anche nelle parole di Alessandro Di Battista. L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, dopo aver raccontato il proprio percorso di cura, ha espresso una posizione simile, prendendo le distanze dall’immagine del paziente chiamato a combattere una guerra contro il cancro. Un linguaggio che, secondo questa prospettiva, rischia di attribuire al malato responsabilità che non gli appartengono. Affrontare le terapie, convivere con la paura e cercare di mantenere la propria quotidianità non significa dover dimostrare continuamente coraggio o forza.

Sulla stessa linea anche Concita De Gregorio, che ha raccontato pubblicamente la propria esperienza con il tumore al seno e le conseguenze delle cure. La giornalista ha riconosciuto di aver utilizzato in passato proprio la metafora della battaglia, quando spiegava al figlio le cicatrici lasciate dagli interventi chirurgici subiti alla nascita. Una scelta linguistica sulla quale, dopo la propria malattia, ha cambiato prospettiva. 

È in questo contesto che le parole di Natalia Paragoni assumono un significato diverso, che va oltre la sua esperienza personale. L’influencer non ha affrontato la questione del linguaggio bellico, ma ha rivendicato un principio sacrosanto: quello di non essere identificata con la propria malattia. La scelta di non condividere aggiornamenti sulle sue condizioni di salute diventa così un modo per riaffermare la propria identità, fatta di relazioni, progetti e quotidianità.

Quattro esperienze diverse, accomunate dalla stessa volontà: quella di restituire centralità alla persona, prima ancora che al paziente. Perché non esiste un unico modo giusto di affrontare una malattia, così come non esiste l’obbligo di raccontarla, di trasformarla in una lezione di vita o di dimostrare di essere più forti della diagnosi.