Elisa, l’abuso sessuale da bambina e il senso di colpa: “Mi ha segnata per sempre”

Elisa parla per la prima volta della violenza sessuale subita da bambina, dolorosa ispirazione per il suo ultimo progetto Kintsugi

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Nicoletta Fersini

Giornalista, Content Editor, SEO Copywriter

Giornalista ed evocatrice di parole: appassionata di lifestyle, tv e attualità. Inguaribile curiosa, osserva il mondo. Spesso sorseggiando un calice di vino.

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Da poco è tornata a cantare ed emozionarci con Kintsugi, un progetto artistico che parla di cadute e di rinascita. Il lavoro di Elisa Toffoli si è sempre fatto portavoce di sentimenti ed emozioni contrastanti, spesso dolorose e che segnano profondamente la vita di ognuno, a cominciare dalla sua. Di recente la cantautrice ha vissuto la fine del suo matrimonio, esperienza che ha influenzato la sua recente scrittura. Quel che non conoscevamo ancora è un altro episodio che l’ha “segnata per sempre”, usando le sue stesse parole: un abuso sessuale, quando aveva solo 8 anni.

La violenza sessuale subita a 8 anni

Per la prima volta, Elisa ha deciso di raccontare questo episodio della sua infanzia al Corriere della Sera, rompendo decenni di silenzio. Dialogando con Walter Veltroni, la cantante ha parlato del suo nuovo lavoro, Kintsugi, nato durante la lavorazione dell’ultimo album omonimo e presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Qui ha deciso di raccontare quel che si era tenuta dentro, in tutti questi anni: “Ho scelto di parlarne attraverso questo film. L’ho condiviso attraverso l’arte perché penso che raccontarlo possa essere utile a tante persone che hanno vissuto quello che ho conosciuto io. Da piccola ho subito un abuso sessuale”.

“Avevo otto anni – ha spiegato -. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile. Il tipo di esperienza umana che segna la vita di chi ha vissuto la violazione del corpo è qualcosa di molto difficile da nominare. Mi ha segnata per sempre“.

Il percorso di terapia, per uscire dalla “trappola”

Raccontare una violenza richiede grande forza e consapevolezza. Le vittime troppo spesso restano intrappolate in un isolamento emotivo devastante e in un senso di colpa ingiustificato, dal quale è difficile liberarsi. L’abuso in sé è un trauma, ma si trascina dietro conseguenze che hanno un peso sulla costruzione della propria vita.

“Chi, come me, l’abuso l’ha conosciuto da bambina, perde fiducia nel prossimo, smette di pensare che gli adulti ti proteggano, il tuo mondo si popola di mostri e di pericoli – le parole di Elisa -. Quel dolore si va a insediare in anfratti che ogni tanto rigurgitano. È un peccato, perché ti toglie tempo di vita, che nessuno ti restituirà. Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne, io ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona abusata non ha mai nessuna colpa”.

La terapia le ha permesso finalmente di dare a quel fardello una nuova dimensione: “Sto imparando a non colpevolizzarmi. Sto facendo un lavoro di pulizia, certi ingombri non si rimuovono, ma si può sistemarli nel posto giusto, cambiare loro posizione e destinazione. Non lo avevo mai fatto. Da un po’ di tempo ho iniziato un percorso di terapia psicologica e questo mi sta aiutando molto. I pezzi del mosaico si stanno ricomponendo: i fogli del diario, la voglia di raccontare, la decisione di non nascondere più l’amore che ho sempre avuto per la danza, che per me è stata come una cura. Mi sono liberata dentro e fuori di me”.

Questo difficile ma necessario momento di autoanalisi coincide per l’artista con un periodo segnato da un grande cambiamento personale. A settembre dello scorso anno è finito il matrimonio con il chitarrista Andrea Rigonat, dopo 17 anni: “Ci sono dei figli, era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai. Questo sovvertimento mi ha portato a guardami dentro spietatamente, a farmi domande che non mi ero mai posta. E questo si è riversato in Kintsugi. So parlare solo di sentimenti veri, so scrivere solo quello che sento, le emozioni che mi attraversano”.