Svezzamento e autosvezzamento: quando cominciare e cosa introdurre

I consigli della SIPPS: mai iniziare prima dei quattro e dopo i sette mesi. Sì a uovo, arachidi, pesce, pesche dai 6 mesi in poi

Luana Trumino Editor specializzata in Salute&Benessere

La nutrizione è uno dei principali determinanti di salute: tutta la comunità scientifica concorda nell’affermare che adottando un’alimentazione sbagliata la nostra salute viene compromessa. A maggior ragione se parliamo dell’alimentazione di un bambino molto piccolo per il quale i primi mille giorni di vita sono fondamentali per determinare la sua salute futura.

Il passaggio dall’alimentazione esclusiva a base di latte a quella a base di cibi solidi è un periodo molto delicato per i genitori. Quando avviare lo svezzamento? È possibile far provare qualsiasi alimento ai bambini che iniziano l’alimentazione complementare? Per rispondere a queste domande, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), in collaborazione con la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), la Società Italiana Di Nutrizione Pediatrica (SINUPE), la Società Italiana Developmental Origins of Health and Disease (SIDOHaD), ha ideato il Documento intersocietario sull’Alimentazione complementare. Una vasta pubblicazione che risponde a una serie di quesiti elaborando delle raccomandazioni rivolte non solo ai pediatri, ma anche ai genitori e a tutti gli operatori che si occupano di nutrizione infantile, consultabile nei siti internet delle società scientifiche coinvolte.

Svezzamento: quando iniziare

Quando iniziare? Occorre aspettare i sei mesi o si può cominciare prima? Una delle raccomandazioni principali, sottolinea la dott.ssa Maria Carmen Verga, segretario della SIPPS, è relativa all’età in cui introdurre l’alimentazione complementare. “Un dato ormai acquisito è che l’alimentazione complementare non deve iniziare prima dei quattro e dopo i sette mesi, perché dopo quell’età il solo latte diventa insufficiente per il bambino e perché andando oltre diventa più difficile abituarlo a un’alimentazione diversa. L’incertezza ancora esistente – ricorda Verga – è se sia il caso di cominciare l’alimentazione complementare tra quattro e sei mesi oppure a sei mesi compiuti. Dalla revisione della letteratura che abbiamo effettuato, abbiamo rilevato che anticipare questa alimentazione prima di sei mesi compiuti non porta alcun vantaggio al bambino e gli toglie una quota di latte materno che – tiene a ricordare la pediatra SIPPS- non serve solo ad alimentarlo, ma a fornirgli elementi noti e ignoti utili anche allo sviluppo cerebrale, all’immunità e a tante altre funzioni. Quella di mantenere l’allattamento esclusivo fino ai sei mesi e dare quanto più latte materno possibile è dunque una raccomandazione forte”. 

Allattamento con formula

Nel caso dell’allattamento con formula, la raccomandazione è meno categorica perché la formula non ha tutti i vantaggi del latte materno. “Anche in questo caso, tuttavia, è bene mantenere solo il latte fino ai sei mesi perché sostituirne una parte con la pappa significa dare calorie in più che non sono necessarie se il bambino sta crescendo bene”. In tema di allattamento, il documento intersocietario raccomanda “la differenziazione dell’alimentazione complementare a seconda che il bambino prenda latte materno o formula. Quest’ultimo infatti – spiega Maria Carmen Verga – è molto ricco di proteine, quindi nel momento in cui si introduce l’alimentazione complementare si può evitare di dare la carne, perché sappiamo che un eccesso di proteine può essere dannoso. Nel caso del latte materno, invece, un ulteriore apporto proteico può essere utile”.

Autosvezzamento e alimentazione complementare responsiva

Il documento fornisce dei chiarimenti anche in tema di quello che comunemente viene definito autosvezzamento. Nel documento si legge che “è utile chiarire che l’autosvezzamento: 

  • non identifica una tipologia di svezzamento secondo la quale è il bambino che “si svezza da solo”: nessun bambino è in grado di svezzarsi da solo, ma ha bisogno di un genitore al suo fianco;
  • non dovrebbe e non può essere, come a volte viene erroneamente ridotto sia da alcuni genitori che da alcuni pediatri, lo svezzamento “fai-da-te” di genitori che, noncuranti delle indicazioni di educazione alimentare proposte dal pediatra, decidono autonomamente cosa dar da mangiare al bambino”. 

L’alimentazione responsiva

Per evitare questi rischi è opportuno sostituire il termine improprio di autosvezzamento col termine più corretto di Alimentazione Complementare Responsiva dal momento che, come è stato per i primi 6 mesi di vita con l’allattamento, l’elemento chiave è la richiesta del bambino. “L’alimentazione responsiva- chiarisce il segretario della SIPPS – recepisce i segnali di fame e di sazietà del bambino e non lo obbliga a una nutrizione standardizzata, decisa dai genitori o dal pediatra. Si rispetta quindi la sua esigenza fisiologica, come dovrebbe avvenire anche durante l’allattamento. È un tipo di alimentazione sicuramente consigliabile, avendo anche ben chiare le quantità adeguate all’età e alla fisiologia del bambino. Questo è difficile da percepire per i genitori che – constata la pediatra – tendono ad adeguare le porzioni dei bambini alle proprie. L’alimentazione responsiva non deve però introdurre abitudini alimentari sbagliate – ammonisce Verga – ad esempio consentendo al bambino di mangiare di continuo. Bisogna comunque definire delle fasce orarie a cui corrispondono i pasti: colazione, pranzo, merenda, cena. È necessario, inoltre, valutare con molta attenzione le abitudini alimentari della famiglia prima di consigliare un generico ‘dategli quello che mangiate voi’. Il pediatra, infatti, deve realisticamente tener conto del fatto che in molte famiglie si segue un’alimentazione non corretta, soprattutto in quelle di basso livello socio-culturale: l’alimentazione complementare del bambino può essere quindi una preziosa occasione per favorire un’alimentazione più sana, e, non ultimo, anche per cercare di ridurre le disuguaglianze, di cui la salute è uno dei fattori più importanti”.

Quali alimenti evitare

La pubblicazione non si limita a dare indicazioni su quando e come introdurre l’alimentazione complementare, ma fornisce raccomandazioni, fondate su solide evidenze scientifiche, anche riguardo a cosa far mangiare ai bambini che non sono più allattati esclusivamente. Su questo punto, Maria Carmen Verga sgombra il campo da equivoci e falsi miti: “Non ci sono alimenti da evitare nei primi due anni e il documento raccomanda di variare l’alimentazione quanto più possibile, introducendo dai sei mesi in poi anche gli alimenti potenzialmente allergizzanti (uovo, arachidi, pesce, pesche), perché ritardarne l’introduzione si è visto che aumenta il rischio di allergie. Eventuali eccezioni sono specificate nel documento. Riguardo al pesce, è bene evitare quelli di grandi dimensioni perché sono animali che tendono ad accumulare inquinanti, mentre ad esempio le alici potrebbero essere mangiate anche tutti i giorni. Quello che conta sono la qualità e la quantità di cibo, la frequenza con cui viene offerto e la modalità di cottura, senza sale e con olio extravergine di oliva a crudo. È importante anche rispettare la stagionalità e privilegiare prodotti del proprio territorio”.

Parola d’ordine: varietà

Anche su questo problema, il documento SIPPS-FIMP-SINUPE-SIDOHaD viene in soccorso dei genitori. “L’alimentazione complementare – chiarisce Verga – accompagna il bambino anche alla scoperta di tutti i gusti e tutte le consistenze. I genitori devono però tenere conto che per abituarsi ed apprezzare un sapore possono essere necessari anche 20 o 30 assaggi. Bisogna inoltre considerare che dai 18 mesi e fino ai due-tre anni, circa, i bambini entrano in una fase di opposizione che è indicativa della maturazione del carattere, diventano persone e quindi esprimono la loro volontà. Ma siccome quest’ultima non sempre corrisponde a ciò che è bene per loro, i genitori non devono farsi scoraggiare dall’ostinazione e dalle forti opposizioni dei figli”, consiglia la pediatra.

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