Prima il trionfo all’Ultimate Championship, poi le lacrime: la confessione di Larissa Iapichino

La figlia di Fiona May ha trionfato all'Ultimate Championship e poi si abbandona alle lacrime ricordando la nonna, scomparsa da poche ore

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Martina Dessì

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Una serata storica, quella vissuta a Budapest da Larissa Iapichino, cultimata con un oro pesantissimo all’Ultimate Championship, la rassegna che tutti hanno ribattezzato il “Mondiale dei Mondiali”, e pochi secondi dopo un pianto che ha lasciato senza parole avversarie, tecnici e telespettatori. Perché dietro quel sorriso strappato a fatica c’era un dolore solo suo, arrivato proprio la mattina della gara.

Il 6.90 che vale la storia: Iapichino prima italiana a vincere l’Ultimate Championship

La misura ormai la sappiamo a memoria: 6.90 metri, il salto che ha messo tutte in fila e che ha spedito la toscana sul gradino più alto del podio. Alle sue spalle la britannica Sawyers, rimasta a 6.76, staccata di quattordici centimetri tutt’altro che banali in una finale di questo livello.

Ma il numero che conta davvero è un altro: nessun atleta italiano, prima di lei, aveva mai messo le mani su un titolo in questa competizione. Il salto in lungo azzurro si prende così una prima volta assoluta, e lo fa con una ragazza che di pressione, cognome e aspettative ne ha sempre avute addosso parecchie.

Quello che è successo dopo l’ultimo salto, però, nessuno se lo aspettava. L’abbraccio sincero con la rivale inglese, il saluto al pubblico ungherese, un bacio all’anello e uno al cielo. Poi le gambe che cedono, il viso tra le mani e un pianto che non voleva saperne di fermarsi. Il papà ha provato ad avvicinarsi, a dirle qualcosa, a farle da scudo come fa da sempre. Non è servito a molto.

“Ho perso mia nonna stamattina”: la confessione di Larissa Iapichino

Sono state le avversarie, arrivate una dopo l’altra per complimentarsi, a ricevere la spiegazione di quelle lacrime. Poche parole, dette a mezza voce: “Ho perso mia nonna stamattina”. Un lutto in famiglia consumato nelle ore che separavano la sveglia dalla finale, con il dovere – o forse il bisogno – di scendere comunque in pedana.

Le altre saltatrici sono rimaste ammutolite. L’hanno stretta, le hanno detto che era stata una giornata lunga, che aveva fatto un lavoro straordinario. E lei, con una delicatezza che racconta parecchio del suo carattere, ha trovato la forza di scusarsi con loro per quel momento di fragilità. Ha chiesto scusa lei, a chi aveva appena battuto.

Chi segue l’atletica sa quanto sia difficile isolarsi in pedana anche in una giornata qualunque. Farlo con una notizia del genere addosso, sapendo che nessuno fuori da quel gruppo ristretto può immaginare cosa stai trattenendo, è un’altra cosa. Larissa lo ha fatto per tutta la durata della gara, salto dopo salto, e ha lasciato uscire tutto solo quando non c’era più niente da difendere.

Anche l’addetta arrivata per accompagnarla alla premiazione se l’è sentita raccontare di nuovo, quasi come se ripeterla servisse a renderla un po’ più sopportabile. Poi il respiro si è calmato, il volto si è ricomposto e sul podio è tornato il sorriso, quello vero, mescolato agli occhi ancora lucidi.

I telecronisti della manifestazione ungherese non hanno nascosto la commozione, sottolineando quanto sia fuori dal comune riuscire a competere – e vincere – con addosso un peso simile. Hanno parlato di una prova di carattere che va ben oltre il risultato tecnico, immaginando l’orgoglio di una famiglia che in quel momento la stava guardando da casa.

Rimane l’immagine di una campionessa che ha portato l’Italia dove non era mai arrivata e che, appena finito, ha alzato gli occhi al cielo per dedicare tutto a chi non poteva più vederla. A volte le medaglie pesano davvero, e non solo per il metallo.