Tumori mieloproliferativi, come riconoscerli e affrontarli

Le sindromi mieloproliferative sono patologie di diverso tipo che colpiscono gli adulti, specie gli anziani: cosa bisogna sapere

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Sono tumori rari, colpiscono gli adulti e in maggior misura gli anziani, hanno un andamento lento e progressivo e la maggior parte delle volte la diagnosi avviene per caso. Così i trattamenti iniziano anche anni dopo l’insorgere della malattia mettendo a rischio chi ne è colpito.

Questa la situazione delle sindromi mieloproliferative, patologie di diverso tipo che, assieme interessano molti pazienti e relative famiglie. Sul tema si è tenuta la Giornata Nazionale di AIL – Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma. Ecco, in sintesi, quello che bisogna sapere.

“Le neoplasie mieloproliferative, i tumori rari che colpiscono il midollo osseo quali leucemia mieloide cronica, policitemia vera, trombocitemia essenziale e mielofibrosi sono malattie croniche indolenti; le diagnosi difficili spesso avvengono fortuitamente, e i trattamenti iniziano così con anni di ritardo e dunque rischi per i pazienti – spiega Sergio Amadori, Presidente Nazionale AIL -. Oggi, la conoscenza delle basi genetiche di queste condizioni ha reso possibile lo sviluppo di molecole in grado di inibire in modo mirato l’azione dei geni responsabili della malattia, aprendo la strada a un nuovo approccio di trattamento fondato sulla diagnostica molecolare. Questi pazienti hanno delle possibilità in più di controllare la malattia anche a lungo termine”.

Come si manifesta la mielofibrosi

In Italia sono circa 2.000 le persone con una diagnosi di forma franca di mielofibrosi, caratterizzata da sintomi generici come stanchezza ingiustificata, perdita di peso senza un motivo chiaro e sintomi addominali dovuti all’aumento del volume della milza (splenomegalia).

“La ricerca ha consentito di fare progressi notevoli in vari ambiti: l’aumento della consapevolezza della malattia, il miglioramento degli approcci diagnostici utilizzando le scoperte delle mutazioni di geni (quali JAK2, MPL e CARL, e molti altri) e lo sviluppo di modelli di rischio che permettono di identificare i casi più gravi che richiedono il trapianto di cellule staminali – chiarisce Alessandro Maria Vannucchi, Professore di Ematologia Università di Firenze, Direttore SOD Ematologia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi e Responsabile CRIMM Centro Ricerca e Innovazione delle Malattie Mieloproliferative -. Sono state proprio le scoperte di geni associati alla malattia a favorire lo sviluppo di farmaci, gli inibitori di JAK2 di cui capostipite è ruxolitinib, ed un secondo farmaco, fedratinib, è stato approvato di recente. Queste terapie si sono dimostrate capaci di ridurre, fino a normalizzare, il volume della milza e arrivare alla regressione totale dei sintomi; la qualità di vita è migliorata grandemente e si iniziano ad avere evidenze scientifiche solide anche sull’impatto favorevole sull’allungamento della vita”.

Come si affronta la leucemia mieloide cronica

La leucemia mieloide cronica è indubbiamente un tipo di neoplasia in cui la moderna onco-ematologia ha ottenuto i migliori risultati terapeutici e di qualità della vita, e questo è avvenuto grazie alla scoperta degli inibitori tirosin-chinasi (TKI).

“Per la leucemia mieloide cronica (LMC) negli anni 2009-2010 fu possibile dimostrare che i pazienti che avevano una miglior risposta, livelli minimi di malattia residua e se questa fosse perdurata alcuni anni, sarebbe stato possibile interrompere l’assunzione del farmaco senza che ricomparisse la malattia – informa Fabrizio Pane, Professore Ordinario di Ematologia e Direttore U.O. di Ematologia e Trapianti A.O.U. Federico II di Napoli-. Facendo diventare la guarigione operativa l’obiettivo del trattamento per un elevato numero di pazienti”.

Tuttavia, rimaneva circa il 20% dei pazienti per cui la risposta non era soddisfacente. “Oggi, un nuovo TKI, asciminib, grazie a un innovativo meccanismo d’azione e a una struttura diversa è in grado di essere efficace su mutazioni diverse o che possono sfuggire ai TKI di prima, seconda o terza generazione. Il farmaco ha mostrato un’efficacia quasi doppia rispetto a un TKI standard, bosutinib, in pazienti resistenti o intolleranti ai TKI, già trattati in precedenza con almeno due TKI, il tutto con un profilo di sicurezza molto favorevole – segnala l’esperto”.

I segreti di policitemia vera e trombocitemia essenziale

Policitemia vera e trombocitemia essenziale sono malattie tumorali delle cellule staminali che vengono colpite da una mutazione genetica che genera un eccesso di proliferazione cellulare: livelli molto alti di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Solo in circa il 20% dei casi si verificano problemi di trombosi sia arteriose che venose, soprattutto nella policitemia vera, ictus, infarto del miocardio, trombosi nelle arterie periferiche.

“La terapia della trombocitemia essenziale e della policitemia vera deve tener conto dei fattori di rischio vascolari che ciascun paziente può documentare – informa Tiziano Barbui, Primario Emerito di Ematologia clinica e Direttore scientifico di FROM – Fondazione per la Ricerca Ospedale di Bergamo. La definizione di rischio si basa su “score” sia per la trombocitemia essenziale che per la policitemia vera a cui contribuisce in maniera importante la genetica di queste malattie (mutazioni di JAK2, CALR e MPL). Diverso è il rischio di un paziente con trombocitemia essenziale che non ha la mutazione di JAK2 rispetto a chi invece la ha. Oppure se è mutato per la calreticolina o per MPL. I farmaci per il controllo della aumentata proliferazione delle cellule progenitrici midollari sono sostanzialmente tre: lo standard è idrossiurea, i nuovi farmaci sono interferone e JAK2 inibitori. Oggi, questi ultimi non trovano indicazione nella trombocitemia essenziale (salvo casi eccezionali), ma solo nei casi di policitemia vera che hanno mostrato resistenza all’idrossiurea. L’interferone, attualmente, è oggetto di numerosi studi e impiegato nei più giovani, in età fertile o in gravidanza. La ricerca in queste malattie è molto attiva anche per merito di numerosi gruppi italiani”.

In collaborazione con GSK

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