Disturbi alimentari nei bambini, come sospettarli, cosa dire al pediatra e come comportarsi

I primi segnali di un disturbo alimentare si manifestano in momenti ordinari della giornata: consigli pratici per gestire i pasti in famiglia

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Le cifre dicono che in Italia i disturbi dell’alimentazione complirebbero, nelle diverse età, più di tre milioni di persone. Sono infatti davvero tanti i soggetti che fanno i conti con i diversi volti di queste problematiche, a partire dall’anoressia nervosa per giungere fino alla bulimia (spesso con alternanze delle due situazioni) e più in generale dei problemi legati all’alimentazione incontrollata.

Ma c’è un altro dato di cui occorre tenere conto: in circa tre casi su dieci, queste condizioni riguardano adolescenti sotto i 14 anni, con un progressivo calo dell’età dell’esordio che addirittura si stabilizza intorno agli 8-9 anni. Insomma: come segnala Antonio D’Avino, Presidente della FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), “i disturbi alimentari rappresentano oggi una delle sfide più importanti per la salute di bambini e adolescenti”.

A cosa prestare attenzione

Secondo D’Avino, “negli ultimi anni abbiamo assistito a un abbassamento dell’età di esordio e a un aumento dei casi soprattutto dopo la pandemia. Per questo è fondamentale rafforzare il ruolo del Pediatra di Famiglia, che rappresenta il primo punto di riferimento per le famiglie nel riconoscere precocemente i segnali di disagio e orientare verso percorsi di cura appropriati”.

Stando a quanto riportano gli esperti della FIMP, tra i segnali da osservare il rifiuto improvviso di alcuni alimenti o una selezione alimentare più rigida, la perdita o l’aumento di peso non coerenti con la traiettoria di crescita del bambino, l’isolamento durante i pasti ed eventuali cambiamenti del tono dell’umore.

Il pediatra ha una posizione privilegiata per intercettare questi segnali precocemente – fa sapere Raffaella De Franchis, Referente Area Alimentazione e Nutrizione FIMP. Non si tratta solo di osservare il peso, ma di monitorare l’andamento della crescita, il comportamento alimentare e il benessere emotivo del bambino. Il rapporto con il cibo si costruisce già nei primi anni di vita: per questo è importante che il cibo non diventi uno strumento di premio o di consolazione”.

In molte famiglie i primi segnali di difficoltà emergono nei momenti più ordinari della giornata: a tavola, davanti allo specchio, durante il cambio degli armadi o nelle discussioni su cosa mangiare. In queste occasioni si giocano spesso equilibri delicati tra autonomia, controllo e percezione del proprio corpo e di quello altrui.

Il ruolo della famiglia

In molte famiglie i primi segnali di difficoltà emergono nei momenti più ordinari della giornata: a tavola, davanti allo specchio, durante il cambio degli armadi o nelle discussioni su cosa mangiare. In queste occasioni si giocano spesso equilibri delicati tra autonomia, controllo e percezione del proprio corpo e di quello altrui.

Accanto ai percorsi terapeutici specialistici, anche il modo in cui la famiglia gestisce queste situazioni può influenzare il clima emotivo. Adolfo Bandettini di Poggio, direttore medico dell’area psichiatria del Gruppo KOS ricorda come “molte dinamiche cruciali nei disturbi alimentari – controllo delle calorie, confronto difficile con l’immagine di sé – siano presenti in forma più sfumata in molte famiglie con figli preadolescenti o adolescenti.

Alcuni disturbi, come l’anoressia, si manifestano in modo evidente, mentre bulimia, binge eating o ortoressia possono essere dissimulati. È però fondamentale intervenire precocemente, in maniera integrata coinvolgendo tutte le figure professionali: il nostro obbiettivo deve essere quello di proteggere non solo la mente ma anche il corpo, che può essere compromesso a lungo termine con danni importanti che coinvolgono ad esempio il sistema cardiocircolatorio, endocrinologico e renale.

La guarigione è possibile ma richiede un lavoro corale che riunisca specialisti, famiglie e educatori, per creare un’alleanza che rompa il senso di solitudine dei ragazzi e delle ragazze, portandoli a ricevere le cure necessarie”.

I consigli pratici, dal pasto al cibo

A volte anche stare a tavola può divenire un momento di tensione. Secondo gli esperti nelle famiglie si crea facilmente una dinamica di controllo e contro-controllo reciproco: i genitori osservano e insistono, il figlio o la figlia si difendono o si chiudono. Alcuni accorgimenti possono aiutare a ridurre il conflitto.

Cosa fare? In primo luogo è importante mantenere il pasto come un momento di relazione familiare e non come verifica di comportamento, oltre è conservare orari regolari e una routine prevedibile dei pasti.

È poi importante parlare di altri argomenti durante la tavola per ridurre la pressione sul cibo e mantenere un contatto tra familiari che non sia focalizzato sul disturbo alimentare e accettare che il percorso di cambiamento sia graduale e non lineare, da evitare sarebbero invece i commenti su quantità, peso o calorie degli alimenti. Non bisogna nemmeno trasformare il pasto in un interrogatorio, dare suggerimenti insistenti, instaurare ricatti emotivi o fare discussioni accese a tavola.

Altro aspetto da verificare è il rapporto con il frigorifero di casa: occorre passare dal controllo alla collaborazione. Il frigorifero o la dispensa possono diventare un luogo di sospetto reciproco: i genitori controllano cosa manca, il figlio o la figlia nascondono o evitano alcuni alimenti. Questo meccanismo tende a irrigidire il clima familiare.

Può essere più utile costruire una gestione condivisa della cucina e della dispensa: coinvolgere la persona nella spesa, nelle scelte alimentari, nella preparazione dei pasti – sia per stare insieme sia per avvicinarsi al cibo con maggiore tranquillità – oltre a concordare alcuni alimenti “sicuri” e maggiormente accettati, a ridurre i controlli su frigorifero e dispensa, a privilegiare un approccio flessibile e piacevole all’alimentazione, evitando di trasformare il “cibo sano” e le preparazioni “leggere” in regole rigide o fonte di ansia.

In generale, per le famiglie si consiglia di favorire momenti di convivialità durante i pasti, evitare commenti sul peso o sull’aspetto fisico, ascoltare eventuali difficoltà o cambiamenti emotivi dei figli, infine non utilizzare il cibo come premio o come strumento di consolazione, perché può favorire nel tempo un rapporto disfunzionale con l’alimentazione e avere ripercussioni anche nelle abitudini alimentari in età adulta.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.