Diabete, perché aumenta tra le donne (che si curano meno)

Il diabete danneggia col tempo l'organismo e riduce l'aspettativa di vita di 5-10 anni. La patologia cresce nelle donne

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Fino a qualche anno fa, quando si parlava di diabete di tipo 2, quello che compare negli adulti ed è strettamente legato a sovrappeso, scarsa attività fisica e problemi metabolici, il pensiero correva subito ai maschi. Ora, come del resto accade per le malattie cardiovascolari, si parla di una rapida crescita della patologia nelle donne. Il motivo? In pratica hanno raggiunto gli uomini.

Nel 2020 infatti la percentuale di donne con diabete ha raggiunto quella degli uomini, attestandosi al 5,9 per cento, in linea con la media nazionale. Con una criticità in più. A dispetto di questo aumento, sono proprio le donne a rinunciare più spesso alle prestazioni sanitarie, anche in presenza di diabete e di altre malattie croniche, ovvero il 22,7 cento contro il 17,2 per cento di uomini. A segnalare questa realtà sono i dati dell’Italian Diabetes Barometer Report .

Cosa sta succedendo?

La tendenza, insomma, porta a parlare di diabete come di una patologia da declinare al femminile. Questo andamento è spiegabile con una pluralità di motivi, tra cui un ruolo importante lo gioca sicuramente la maggior longevità delle donne, tanto che il tasso aggiustato per età fa sì che la prevalenza tra le donne sia più bassa, ovvero del 4,7 per cento rispetto al 5,5 per cento tra gli uomini. Ma non basta.

Come ricorda Roberta Crialesi, Dirigente Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia dell’Istat, “oltre alla maggior longevità, nelle donne hanno un maggior impatto le disuguaglianze socioeconomiche; considerando il titolo di studio, per esempio, nella fascia di età 45-64 anni è stata riscontrata una prevalenza tre volte più elevata tra le donne con bassa istruzione, il 5,8 per cento rispetto l’1,8 per cento tra le più istruite. Negli uomini la differenza è sempre marcata, ma più contenuta, ovvero si passa dal 7,4 per cento al 4,3 per cento.

Lo stesso per il reddito: nelle donne over 45 la percentuale con basso reddito che soffre di diabete si attesta all’11 per cento rispetto al 6,4 per cento tra chi ha un reddito maggiore”. Insomma. Non bisogna pensare solamente agli aspetti prettamente sanitari, quando si considera il diabete, ma anche a quelli sociali. C’è il rischio che si creino vere e proprie diseguaglianze di genere sia nella rapidità della diagnosi che nella gestione della malattia e nella prevenzione delle complicanze.

“Questi dati indicano il peso delle disparità sociali per l’insorgenza di malattie croniche come il diabete, dove le persone maggiormente colpite sono quelle in condizioni socioeconomiche più disagiate e spesso si tratta di donne – commenta Paolo Sbraccia, Vicepresidente IBDO Foundation. Bassa istruzione e scarso reddito si associano spesso a stili di vita non salutari, come cattive abitudini alimentari, sedentarietà, insufficiente ricorso alla prevenzione primaria e secondaria, maggior rischio di obesità e di insorgenza di malattie metaboliche. Inoltre, tali condizioni possono ridurre le opportunità di accesso a servizi e prestazioni sanitarie di qualità o causare il ritardo nell’accesso ai servizi per la presenza di lunghe liste di attesa”.

Cure giuste per ridurre i rischi

Il diabete lavora silenziosamente. Ma col tempo danneggia l’organismo, portando a complicazioni potenzialmente molto gravi. Queste si distinguono in complicanze di ordine superiore che attaccano soprattutto i piccoli vasi sanguigni (microangiopatia) come quelle della retina (retinopatia), quelle dei reni (nefropatia), dei nervi periferici (neuropatia) e altre che interessano i vasi arteriosi di diametro maggiore del cuore, degli arti, del cervello (macroangiopatia).

I dati della letteratura sono unanimi nel rimarcare come il diabete mellito riduca l’aspettativa di vita di 5-10 anni e ne interferisca sulla qualità a causa della comparsa di complicanze vascolari. Non solo. Una persona con diabete costa al sistema sanitario da due a tre volte una persona non diabetica.

La maggior parte dei costi è conseguente alla cura delle complicanze (insufficienza renale, retinopatia, infarto, gangrene e amputazioni degli arti inferiori) mentre solo un quota minore è utilizzato per la gestione della malattia di base e la ricerca del compenso glicometabolico (glicemia, lipidi, ipertensione). Il raggiungimento di un buon compenso glicemico, il controllo delle alterazioni lipidiche e dell’ipertensione consentono di ridurre drasticamente il manifestarsi delle complicanze.

Purtroppo, stando ai risultati dell’analisi, le donne sono anche quelle che rinunciano più spesso alle prestazioni sanitarie, in particolare se affette da diabete e altre malattie croniche. Le difficoltà di accesso generalmente sono determinate da problemi di varia natura, a partire da quelli economici, a quelli logistici, come la difficoltà nel raggiungere i luoghi di erogazione del servizio o le lunghe liste di attesa.

“Ovviamente anche i motivi legati al Covid-19 sono stati causa di rinuncia a prestazioni sanitarie negli ultimi anni, anche in questo caso più frequentemente nelle donne rispetto agli uomini – segnala Simona Frontoni, Presidente del comitato scientifico di IBDO Foundation. Se è vero che le donne vivono più a lungo degli uomini, è anche vero che trascorrono meno anni in buona salute. Per esempio, le disparità salariali o pensionistiche di genere mettono le donne anziane in particolare a rischio di povertà ed esclusione sociale, fattori che creano ostacoli per l’accesso alle cure”.