Beatrice Venezi, un’occasione persa: “Chiamatemi direttore, non direttrice”

Le dichiarazioni di Beatrice Venezi al Festival di Sanremo fanno discutere: perché secondo noi si poteva fare (molto) di più

Disinvolta, padrona del palco e talmente a suo agio da affiancare e aiutare Amadeus al momento della premiazione di Gaudiano, vincitore delle Nuove Proposte. Il debutto di Beatrice Venezi al Festival non avrebbe potuto essere migliore, se il giudizio si fermasse solo su un fattore estetico e superficiale. Ma siamo nel 2021 e da anni ormai si cerca di dare alle figure femminili della kermesse un ruolo più importante, si chiede che siano donne forti, dei modelli.

E chi più di lei avrebbe potuto esserlo? Parliamo della più giovane direttrice d’orchestra italiana, donna in un mondo di uomini. Ma usiamo il condizionale, “avrebbe potuto”, perché quella di Beatrice Venezi in fondo ha il sapore di un’occasione persa, l’ennesima. Il motivo? Quando Amadeus sottolinea che lei tiene molto a essere chiamata “direttore”, lei conferma che qullo è il sostantivo che definisce con precisione il suo mestiere, perché “c’è una storia dietro”.

“Io sono un direttore d’orchestra, non una direttrice d’orchestra. Quello che conta per me è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro, nel mio caso la mia professione ha un determinato nome ed è direttore d’orchestra”, ha dichiarato annunciando di essere consapevole che quelle parole scateneranno un dibattito: “Mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo”.

Il fatto è che la storia dietro il termine direttore è stata scritta da uomini, proprio perché le donne che scelgono di intraprendere questa carriera sono poche, talmente poche che fa notizia quando una riesce ad arrivare ad alti livelli, proprio come successo a lei. La questione non è neanche linguistica, dato che il termine “direttrice” esiste già nel vocabolario e non subisce quindi le critiche dei puristi dell’estetica che non riescono ancora ad accettare accezioni femminili come “architetta” o giù di lì.

La questione è in fondo anche meno complessa, da un punto di vista meramente psicologico, di quella che si creerebbe attorno al termine “maestra”, volendo intendere per una volta non l’insegnante ma una “maestra pasticcera” o una compositrice. Lì ci si scontrerebbe contro una storia parimenti importante, eppure per questo sarebbe meno giusto lasciare che la lingua si adatti ai tempi?

Non si tratta di una nuova crociata del “politicamente corretto” fine a se stessa o pretestuosa, si tratta di allargare gli orizzonti anche di chi verrà dopo di noi. Della grande possibilità che Beatrice Venezi ha avuto per lanciare un messaggio davvero potente, dal palco più famoso d’Italia, quello dell’Ariston, che gode di un pubblico di milioni di persone. Il suo punto di vista privilegiato di giovane direttrice d’orchestra che avrebbe potuto raccontare proprio le difficoltà che ha affrontato sarebbe stato forse banale, ma senz’altro utile. Sarebbe stato bello, invece, che proprio lei sottolineasse l’importanza di cambiare prospettiva. E – perché no – anche di cambiare il corso della storia.

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