Beatrice Venezi, perché la Fondazione Fenice ha annullato tutte le collaborazioni

La decisione del Sovrintendente è arrivata a seguito delle "a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro". Beatrice Venezi fuori da "La Fenice"

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Martina Dessì

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Venezia non è città da mezze misure: o è bonaccia o è tempesta. E tra le stuccature dorate del Teatro La Fenice, da mesi, l’aria era diventata così irrespirabile che persino il volo di un moscerino avrebbe fatto risuonare un gong. Lo strappo definitivo somiglia però a un finale d’opera tragico, perché la Fondazione ha annullato ogni collaborazione futura con Beatrice Venezi. Sipario, luci in sala, e tutti a casa. O quasi.

La decisione, firmata dal sovrintendente Nicola Colabianchi, non è stata un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto l’ultimo atto di una convivenza forzata che non ha mai trovato l’accordo giusto. Le motivazioni? “Gravi e reiterate dichiarazioni pubbliche”, giudicate offensive verso l’onore artistico della Fondazione e dei suoi orchestrali. In parole povere: il Maestro ha rotto il patto di fiducia che tiene in piedi ogni podio.

Le dichiarazioni di Beatrice Venezi

Per capire come si sia arrivati ai titoli di coda, occorre viaggiare con la mente fino a Buenos Aires. È lì che, pochi giorni fa, Beatrice Venezi ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Nación che è stata accolta come una dichiarazione di guerra. Senza troppi giri di parole, ha accusato l’orchestra veneziana di nepotismo: “È un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio”, ha dichiarato, rivendicando con orgoglio di non venire da una dinastia di musicisti.

Un’uscita che a Venezia è stata recepita come lesiva dell’onorabilità dell’intero Teatro. Per i professori d’orchestra, gente che ha passato la vita a studiare e formarsi, sentirsi dare dei “raccomandati per diritto di nascita” è stato troppo. Colabianchi ha dovuto scegliere: difendere la propria direttrice o l’integrità del corpo artistico. Ha scelto la seconda, parlando di affermazioni “incompatibili con i principi della Fondazione”.

Un rapporto nato sotto una cattiva stella

A onor del vero, la luna di miele tra la Venezi e la laguna non è mai decollata. Sin dalla sua nomina lo scorso settembre – avvenuta tra mille polemiche per un incarico quadriennale che sarebbe dovuto partire nel 2026 – i lavoratori erano sul piede di guerra. Stato di agitazione permanente, volantini che piovevano in platea durante le prime e il sospetto di fondo che quella nomina fosse più politica che artistica, legata alla vicinanza della direttrice al centrodestra di governo.

Indimenticabile il Concerto di Capodanno: mentre le telecamere inquadravano i sorrisi di rito, gli orchestrali portavano al petto una spilla con una chiave di violino come simbolo di appartenenza. La reazione del Maestro era stata una sferzata ironica sulle spille che “avrebbe preferito con uno Swarovski”.

Il peso del silenzio (e della politica)

Il licenziamento della Venezi ha sollevato un polverone che è arrivato dritto fino a Roma. Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha dovuto fare un equilibrismo diplomatico, prendendo atto della decisione del Sovrintendente ma ribadendo la fiducia in Colabianchi, sperando di “sgomberare il campo da tensioni”. Dall’altra parte, il Movimento 5 Stelle parla di una rottura “tardiva”, necessaria solo perché ormai la situazione era diventata insostenibile.

Oggi La Fenice torna a respirare il suo silenzio monumentale, in attesa di un nuovo braccio che sappia guidare l’orchestra senza polemica. Beatrice Venezi, dal canto suo, resta una figura divisiva: una comunicatrice formidabile che, però, in Laguna ha trovato un’orchestra che non ha voluto suonare la sua musica. A Venezia si dice che “il mare divide ciò che la terra unisce”, ma stavolta sono state le parole a scavare un solco che neanche la più bella delle sinfonie riuscirebbe a colmare.