Dopo aver riposto — per la seconda volta — i griffatissimi panni della rivincita di Andy Sachs, regalando il sequel dei sequel ad ogni più nostalgico cuore rimasto ancorato al 2006, Anne Hathaway ha accettato di cimentarsi in un’avventura ancora del tutto inedita: quella di una superstar dall’animo tormentato al suo nuovo debutto sulla scena della musica, e il tutto con le tinte oscure di un ipnotico thriller psicologico a coniugare cinema d’autore e pop internazionale.
Nonostante la variegata carriera alle spalle, in Mother Mary di David Lowery (da A Ghost Story e Sir Gawain e il Cavaliere Verde) l’attrice si è ritrovata a fare i conti per la prima volta in assoluto con il mestiere della performer e, data la genuinità che da sempre la contraddistingue, non ne ha certo nascosto la fatica: divisa tra passato e presente, passione e ossessione, luci ed ombre, e per giunta in una irriconoscibile versione bionda e di lustrini vestita, dal 14 maggio nelle sale italiane possiamo finalmente ammirarla mentre si destreggia sul palco con il fare dell’assoluta diva.
Le atmosfere non sono affatto quelle patinate che ci si aspetterebbe, però, o perlomeno non soltanto: le intricate vicende su cui si snoda la storia ci sono narrate attraverso la lente gotica di un’estetica potente e inquietante, ad unire sfarzo e oscurità in uno solo.
Preparandosi al suo attesissimo ritorno sotto i riflettori, la cantante si rivolge alla sua vecchia amica Sam, sullo schermo interpretata da Michaela Coel, ormai divenuta una stilista di grande successo, per farsi creare su misura un costume speciale.
Ebbene, benché questo rivesta un ruolo cruciale tanto nel delineare l’estetica della pellicola quanto nella trama, naturalmente, non si tratta di una mera questione di stile: è proprio il burrascoso e contorto legame tra le due donne a scandire il ritmo serrato delle vicende.
“Il film parla della complessità delle relazioni creative”, ha spiegato nel contesto di una recente intervista Iris van Herpen, la stilista olandese che ha affiancato la magistrale Bina Daigeler nella creazione degli abiti, ed ecco dunque questi farsi espressione tangibile di tutto ciò: nella narrazione densa di tensione, quest’ultima opera del regista statunitense si impone come un autentico manifesto estetico.
Sono proprio i costumi stessi, infatti, a riflettere il dramma interiore della protagonista, tra bagliori intensi, riferimenti religiosi e alta moda d’avanguardia. Ragion per cui meritano senz’altro di essere osservati più da vicino.
Indice
Anne Hathaway come non l’avevamo mai vista: tutto sugli sfavillanti costumi di “Mother Mary”
Con una candidatura all’Oscar al Miglior Costume per Mulan (2020) scritta in grassetto nel curriculum, Bina Daigeler si è approcciata ai costumi di Mother Mary tracciando un ponte immaginario tra l’iconografia cristiana e i guardaroba da concerto di celebri icone del pop quali Lady Gaga, Madonna, Taylor Swift, Dua Lipa e Beyoncé, dove il fulcro visivo del personaggio si esprime nei contrasti.
Durante gli svariati flashback si vede la protagonista (Anne Hathaway) nel pieno del suo splendore giovanile, avvolta in ampi mantelli fluidi, body tempestati di cristalli e copricapi scultorei: è proprio mentre intona brani pop originali, appositamente scritti da Charli XCX e Jack Antonoff, che entra in gioco quell’imponente tiara preziosa a raggiera che costituisce il look manifesto del film, a rievocare la forma di una vera e propria aureola.
Parliamo del suo accessorio simbolo, un omaggio, neanche troppo velato, alla figura sacra del cristianesimo: “Ogni pop star ha un suo stile distintivo, ma noi volevamo crearne uno nostro. Ci siamo ispirati a stilisti come Alexander McQueen e John Galliano”, ha spiegato la professionista.

Un lavoro impressionante insomma, ineccepibile addirittura, quello della creativa, fortemente voluta da David Lowery. E non abbiamo bisogno di disquisire oltre sul perché.
Basti pensare che uno tra i look senza dubbio più iconici sul grande schermo, del resto, è frutto di un’intuizione quasi prodigiosa, che risale al primo incontro tra la costumista ed il regista: “Ero un po’ nervosa e ho ordinato un tè senza pensarci. Quando arrivò era completamente blu, con fiori arancioni al suo interno. Lo guardammo entrambi, poi ci cadde l’occhio sul maglione che indossavo: era della stessa sfumatura di blu. Non potevamo crederci. Sapevamo che era un segno, e da lì tutto sembrò evolversi con naturalezza”, ha raccontato lei al proposito.

Ed ecco che lo stesso identico punto di blu appare in una delle scene iniziali del film, abbinato a tocchi di oro, con tanto di composizioni di petali sulle spalle, sul bustier, silhouette a corolla e scenografico diadema intonato sopra il capo.
L’importanza del colore rosso: il ruolo dell’abito finale spiegato nel dettaglio
Il pezzo clou del film arriva, ovviamente, sul finale: si tratta, come si può facilmente intuire, del momento in cui Mother Mary appare a mezz’aria indossando quell’abito rosso scarlatto in organza drappeggiata che Sam le ha confezionato — nella vita reale disegnato da Iris van Herpen — e che rappresenta molto più di una semplice scelta stilistica.
“L’abito incarna la trascendenza e la capacità di evolversi a partire dalla propria vita. Lei è persa nella sua fama e nella sua identità, ma sta cercando di ritrovare se stessa e, quando indossa l’abito, raggiunge un’elevazione spirituale”, ha spiegato con passione Bina Daigeler.
“L’abito non è propriamente un abito nella sua forma fisica, è più come un contenitore o uno spirito”, ci ha tenuto poi ad approfondire, dalla sua, Iris van Herpen.
Anche il colore e la silhouette hanno in questo un’importanza cruciale: “Il rosso è un colore spirituale, ma rappresenta anche l’interno del corpo e il colore del sangue”. Parliamo dunque di un’epica creazione che, in mezzo a lustrini e gioielli per il capo, vuole simboleggiare senza troppi giri di parole la carne, il sacrificio e la passione richiesti dall’industria musicale, gli stessi raffigurati a chiare lettere, a dire il vero, nel corso dell’intera trama.