Ospite nel salotto di Verissimo, abbiamo ritrovato Simone Annicchiarico proprio come l’avevamo lasciato. Ha chiaramente parlato del motivo per il quale è stato squalificato dal GF Vip, della solitudine che riempie le sue giornate e del padre, Walter Chiari, scomparso quando l’ultima telefonata faceva ancora sperare in dieci anni di partite a calcetto.
Il punto di partenza è la presa si coscienza: “Non mi sento in colpa”. Le scuse, però, le ha presentate ugualmente. Non per convenienza, spiega, ma per un principio: certe espressioni in televisione non possono essere sdoganate, a prescindere dalle intenzioni di chi le pronuncia.
L’addio al GF Vip: “Avrei voluto salutare i miei compagni”
Sulla decisione del programma non ha alzato barricate. L’ha accettata sportivamente, senza polemiche postume né appelli al pubblico. L’unico rammarico riguarda la forma: avrebbe voluto salutare i compagni di avventura, chiudere quell’esperienza guardandoli in faccia. Non gli è stato concesso.
E poi ancora il tema della solitudine di Simone Annicchiarico, che aveva manifestato proprio nei suoi giorni all’interno della Casa, descrivendola di una condizione reale. Molte delle sue giornate, racconta, si consumano in silenzio. L’ha detto perché è così, senza cercare consolazioni.
Walter Chiari, l’ultima telefonata e il cimitero mai visitato
Quando il discorso arriva al padre, cambia il suo modo di vedere il mondo. Walter Chiari viene ricordato come un uomo in grado di far stare bene chiunque: libero, intelligente, impossibile da collocare in una categoria. Andava d’accordo con tutti tranne che con gli impresari, perché alla libertà non ha mai saputo rinunciare: per ottenere due o tre giorni liberi arrivava a pagare penali che oggi ci sarebbero sembrate assurde. “Non ho ereditato questo lato del suo carattere, sul lavoro sono sempre stato molto preciso”, sottolinea Simone.
L’eredità più grande, dice il figlio, è una lezione di sguardo sul mondo: le classi non esistono, ricchezza e povertà sono condizioni temporanee, e la mano si tende a tutti senza schierarsi mai.
Poi l’ultima telefonata, arrivata due o tre ore prima della fine. Una delle più energiche degli ultimi tempi: Walter tornava dal cardiologo a Pavia e riferiva, scherzando, che avrebbero potuto giocare a calcetto per altri dieci anni. Tre ore dopo non c’era più. Un congedo che Simone definisce “walterchiariano”, perché perfino nell’andarsene suo padre è riuscito a spiazzare tutti.
Quello stesso giorno è arrivata anche la telefonata della madre, che per la prima volta gli ha chiesto come stesse. Una donna che urlava per farsi capire, nata sotto le bombe: un imprinting che lui ha imparato a leggere senza rancore. Per piangere ci sono voluti tre giorni. Prima ha aiutato gli altri a rialzarsi, poi è entrato nella stanza del padre: lì, dice, è arrivata la resa dei conti.
Simone Annicchiarico non è mai andato al cimitero. Non sa nemmeno dove riposi suo padre, ed è una scelta precisa: era stato Walter a chiedergli di ricordarlo in quel momento, non davanti a una lapide. Poi è mancata sua nonna, quindi sua madre Alida Chelli. In pochi mesi, racconta, è sparito tutto. Forse anche per questo una famiglia non l’ha mai costruita: la sua natura di ramingo, ammette, non gliel’ha permesso.
A chiudere il cerchio è Valeria Fabrizi, che di fronte a quella solitudine si è sentita quasi responsabile: avrebbe voluto stargli vicino come aveva fatto con Walter. Il suo messaggio è il più semplice e il più vero. Suo padre sarebbe orgoglioso di lui, perché è rimasto un ragazzo buono. Ed è questo, alla fine, l’unica cosa che conta.