Francesca Fagnani è tornata con Belve Crime, spin off del suo celebre programma, dove a parlare non sono personaggi noti, ma uomini e donne che hanno incontrato il male, quello vero. C’è chi ha commesso un reato, chi ne è stato accusato anche se ingiustamente, o chi ne è stato testimone, suo malgrado.
Tre i protagonisti della serata di martedì 5 maggio: Roberto Savi, ex poliziotto e capo della Banda della Uno Bianca, che per trentadue anni è rimasto in silenzio; Katharina Miroslawa, condannata per il “giallo di Parma” e Rina Bussone, figura chiave nell’inchiesta sull’uccisione di Fabrizio Piscitelli.
Roberto Savi, un silenzio lungo 32 anni
Parole che arrivano dopo trentadue anni di silenzio: Francesca Fagnani si è recata nel carcere di Bollate per incontrare Roberto Savi, ex poliziotto e capo della Banda della Uno Bianca, composta da altri due fratelli e altri ex agenti. “Non è stato detto tutto”: comincia con questa dichiarazione un’intervista che lascerà aperte tante domande senza risposta. Perché Roberto Savi rimane evasivo, ricostruisce la sua verità con dichiarazioni che mettono in discussione la versione giudiziaria consolidata, con riferimenti a servizi segreti e protezioni dall’alto.
“Loro ce la mettevano tutta, ma non ci trovavano, non ci prendevano”, dichiara Roberto Savi in uno dei passaggi dell’intervista. Fagnani chiede conto a Savi, condannato all’ergastolo, di parole da lui pronunciate: “Ad un certo punto della storia si sono inseriti dei personaggi che non sono dei delinquenti, i quali ci hanno garantito la copertura della rete investigativa. Lo ha detto lei”. “Mi ricordo di averlo detto”.
E la conduttrice domanda a Savi della rapina nell’armeria di via Volturno, il 2 maggio 1991, in cui Roberto e il fratello Fabio uccisero la proprietaria Licia Ansaloni e il collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. “Anche qui, non c’era bisogno di uccidere”, fa notare Fagnani. “Capolungo sì – risponde Savi – perché era un carabiniere. Era tutto un insieme di cose intrallazzate. Lui era un ex dei servizi particolari dei carabinieri, i servizi segreti del’Arma”.
Pesantissime le dichiarazioni di Savi, che svela che non si trattò di una rapina: “Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo? Ogni tanto venivamo chiamati: Facciamo così, e facevamo così“.
L’intervista lascia aperti tanti dubbi, non solo nel pubblico, ma anche tra i familiari delle vittime, che hanno definito l’intervista a Belve Crime “un’operazione molto spiacevole, disgustosa, sospetta“.
Katharina Miroslawa che continua a professarsi innocente
L’eco dell’intervista si mescola con altre pagine di cronaca nera riemerse nel corso della serata. La vicenda di Carlo Mazza, l’imprenditore parmigiano ucciso nel febbraio 1986 con due colpi di pistola nella sua auto in centro città, resta uno di quei gialli che Parma non ha mai dimenticato.
Uomo noto, vita notturna intensa, e la relazione con Katharina Miroslawa: lei, all’epoca giovane ballerina di night, fu condannata come mandante per motivi economici legati a una polizza assicurativa da un miliardo di lire in suo favore. Seduta sullo sgabello di Belve Crime, la donna racconta la sua versione, continuando a proclamare la propria innocenza a distanza di quarant’anni, anche dopo aver scontato la pena.
L’ex ballerina di night club, allora 23enne, fu condannata insieme al marito Witold Kielbasinski per l’omicidio dell’imprenditore Mazza. Kielbasinski ha confessato di aver materialmente commesso il delitto, avvenuto nel centro storico di Parma nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 1986.
“È stato molto facile dipingermi a dovere del copione: se fossi stata una bella casalinga nessuno si sarebbe interessato a me. Invece ho lavorato in un night e allora sono una poco di buono, no?”: ha dichiarato Katharina. “Io non cercavo un salvatore, perché la vita che conducevo era quella e lo facevo con impegno, finché non mi sono innamorata di Carlo Mazza”.
La donna racconta l’inizio della storia con Mazza, nata proprio nel night club dove lavorava. La relazione andò avanti per diverso tempo, approfittando anche del fatto che il marito Witold era andato a trovare il figlio in Germania: Katharina era anche rimasta incinta dell’imprenditore, ma decise di abortire. Davanti a Francesca Fagnani la donna non vacilla: era davvero innamorata di Carlo.
“Essere la beneficiaria della polizza non mi fa essere automaticamente colpevole“, afferma con fermezza Miroslawa. “Non ho capito il senso di questo regalo, perché non lo è stato”. Ed è sulle indagini che punta il dito: secondo lei sono stati trascurati diversi elementi, come i costumi da bagno acquistati in Germania e che sarebbero dovuti essere interpretati come la sua volontà di tornare da Mazza e di partire per il weekend alle Mauritius da lui prenotato poco prima della sua partenza per la Germania dove viveva il figlio: “Quel costume da bagno dice molto di più di tutti questi processi. Quando ho saputo che Carlo era morto, sarei voluta correre da lui. Ecco, questa è la verità”, dice quasi tremando.
Rina Bussone racconta le sue paure
Per la prima volta parla davanti alle telecamere anche Rina Bussone, figura chiave nell’inchiesta sull’uccisione di Fabrizio Piscitelli. La donna ripercorre la sua storia, come è entrata nel giro delle rapine, entrando anche nei dettagli della pianificazione dei furti.
Cuore dell’intervista però è il rapporto con l’ex compagno Raul Esteban Calderon, indicato in primo grado come esecutore materiale del delitto di Piscitelli. “Io e Raul siamo stati complici in tutto, facevamo tutto insieme”. I due avranno anche una figlia, senza considerare le numerose rapine e “la vita estrema”, come lei stessa l’ha definita, che conducevano. “Ci siamo tatuati i nostri occhi, io sulla mia spalla e lui sulla sua, proprio perché simboleggiava che noi ci guardavamo sempre le spalle”.
Il momento più intenso arriva ovviamente con il racconto dei momenti successivi all’omicidio. Bussone riferisce di aver appreso dal telegiornale la notizia dell’omicidio Piscitelli e che ha “subito un presentimento”. Va a controllare le “bambine”, come chiama le sue pistole, ma sono scomparse e capisce immediatamente che erano state utilizzate per l’omicidio. Quando chiede spiegazioni a Calderon “lui mi porta in camera da letto, abbassa la serranda e mi dice a bassa voce: ‘Ho ammazzato Diabolik’”.
Da lì cambia tutto: in carcere non si riconosce più, capisce di aver trascorso una vita passata tra crimini e un amore da lei stesso definito “malato”. Oggi Bussone è inserita nel programma di protezione testimoni dello Stato, ma dopo aver accusato l’ex compagno dell’omicidio di Piscitelli, “con questi personaggi tu puoi prendere tutte le precauzioni che vuoi, ma se decidono che quel giorno devi morire, muori. Quindi non vivo nella paura perché so che può succedere, ma comunque me l’aspetto. Non abbasso mai la guardia”.