Covid-19, perché preoccupa la variante inglese: come proteggersi

La variante inglese del virus Sars-CoV-2 ha la possibilità di contagiare superiore dal 30 al 50% ed è potenzialmente più pericolosa

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

“La legge del più forte”. Titola così un vecchio film western che ogni tanto riappare sul piccolo schermo. Forse si potrebbe definire in questo modo, per fare una sintesi, quanto sta avvenendo per il virus Sars-CoV-2 e le sue varianti. Quando una di queste diventa preponderante, “scalzando” in termini infettivi quella precedente, in qualche modo si impone.

Ogni variante, in pratica, è una sorta di “adattamento” del virus e anche in questo caso non si sfugge a questa definizione. Moltissime varianti sono già state identificate e altre probabilmente ne verranno: pensate solo che all’Università di Edimburgo è stata individuata una nuova variante che avrebbe maggior capacità di sfuggire al nostro sistema difensivo. Ma torniamo a noi.

La variante inglese pare avere una sorta di maggior “forza”, per cui da noi sta progressivamente sostituendo il ceppo originale nel determinare l’infezione (in Italia siamo di poco sotto il 20 per cento dei nuovi casi totali legati a questo virus variato). E propone una serie di questioni che vanno affrontate.

Come cambia il virus con la variante inglese

Partiamo con un pizzico di storia. Si è iniziato a parlare di variante inglese a dicembre dello scorso anno, quando è stato osservato un rapido incremento di casi di infezione nel sud-est dell’isola britannica. Studi successivi hanno poi dimostrato che questa versione “mutata” del virus (il termine inglese è legato solamente all’area geografica in cui questa è stata identificata) era probabilmente presente già da qualche mese.

Ma ciò che conta è capire che questo virus leggermente diverso presenta caratteristiche che, secondo gli esperti, possono aumentarne tanto la capacità di contagiare quanto, si ipotizza, anche la possibile gravità del quadro causato. Tecnicamente si parla della variante VOC 202012/01, lineage B.1.1.7, che presenta diverse mutazioni sulla proteina “Spike” (quella sorta di “spunzoni” che vediamo quando il virus sars-CoV-2 viene disegnato) oltre che in altre zone del patrimonio genetico del coronavirus.

Ormai è estremamente diffusa e anche in Italia la quasi totalità delle regioni ha isolato il virus variato sul territorio, con una percentuale in costante crescita rispetto al virus originale. Stando a ricerche condotte con modelli matematici pare che VOC 202012/01, lineage B.1.1.7 sia maggiormente trasmissibile anche se, in termini di possibilità di nuove infezioni in chi ha già avuto Covid-19, pare che il rischio sia limitato, grazie ad una sorta di “protezione crociata” indotta dagli anticorpi prodotti in seguito alla prima infezione.

Perché preoccupa

Recentemente è arrivata una notizia che sicuramente non lascia dormire sonni tranquilli per gli esperti. Stando a quanto riferiscono in un rapporto gli scienziati del NERVRTAG (New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group) pool di studiosi inglesi, la variante avrebbe una possibilità di contagiare superiore dal 30 al 50 per cento e, pur se per dirlo ci vogliono altri studi, potenzialmente potrebbe essere anche più letale perché con una carica virale (cioè con una maggior quantità di virus nell’ospite) più elevata. Anche su questa base l’ECDC (Centro europeo per il Controllo delle Malattie) ha messo in guardia sui possibili rischi per la popolazione e in particolare per i soggetti fragili, come ad esempio  gli anziani o le persone che presentano patologie croniche.

Per questo è fondamentale prestare ancora più attenzione: sul fronte personale indossando sempre mascherine ad elevata capacità di protezione e ben calzate, mantenendo il distanziamento ed evitando assembramenti. Per la sanità pubblica, invece, il consiglio che arriva è quello di continuare a studiare i virus isolati per vedere se davvero anche da noi la variante inglese si sta imponendo e vaccinare prima possibile il maggior numero di persone, soprattutto a rischio, per limitare i casi più gravi. Senza dimenticare un ultimo aspetto: anche i bambini sembrano essere più facilmente manifestare sintomi in caso di infezione da virus variato.

Insomma: bisogna sempre puntare sulla prevenzione e tenere presente il monito dell’Istituto Superiore di Sanità che poco tempo fa ha ricordato che “nel contesto italiano, in cui la vaccinazione delle categorie di popolazione più fragile sta procedendo rapidamente ma non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguata”.

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