Covid-19, il virus Sars-CoV-2 e i rischi per chi ha malattie renali

Lo studio italiano, primo sul tema, dimostra che chi soffre di insufficienza renale cronica è più a rischio di infezione da virus Sars-CoV-2

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Chi soffre di insufficienza renale cronica corre rischi maggiori in caso di infezione da virus Sars-CoV-2. Lo dicono le cifre internazionali. Ma ora la Società Italiana di Nefrologia (SIN) rende noto uno studio nazionale, che conferma come in Italia in effetti i rischi siano confermati. E come occorra prestare particolare attenzione a queste persone.

Cosa dice lo studio

La Società Italiana di Nefrologia (SIN),ha preso in esame la popolazione con malattia renale cronica con necessità di dialisi (Emodialisi e Dialisi Peritoneale) e trapianto di rene.

La ricerca, prima in assoluto a livello internazionale, sarà pubblicata su un’importante rivista scientifica ed ha analizzato il momento più critico della pandemia (dai primi di marzo fino a seconda metà di aprile) coinvolgendo 358 nefrologie in tutta Italia, con un monitoraggio di 30.129 pazienti ed una copertura stimabile del 67% dei pazienti emodializzati in dialisi extracorporea (trattamento ospedaliero), di 4.185 pazienti in dialisi peritoneale (trattamento domiciliare) con una copertura stimabile del 92% e 25.063 pazienti con trapianto di rene, copertura stimabile del 90%, in carico alle nefrologie italiane.

In totale si sono ottenute informazioni sulla gestione della pandemia da COVID in oltre 60.000 pazienti. “Ad ormai due mesi dal lockdown dovuto alla pandemia da Coronavirus – spiega Giuliano Brunori, Presidente SIN – grazie alla sensibilità ed alla disponibilità dei nefrologi italiani, siamo riusciti a scattare una fotografia significativa dell’impatto e della gestione dei pazienti con malattia renale cronica nel periodo più intenso e critico dell’epidemia”.

Dallo studio emerge chiaramente come il pazienti di questo tipo siano sensibilmente a rischio contagio perché costretti  ad uscire di casa per poter accedere ad una struttura ospedaliera per effettuare la seduta dialitica, che per il paziente è terapia salvavita e non può essere rinviata.

Questa necessità comporta per i pazienti di andare in ospedale fino a tre volte la settimana, con una permanenza media di 4/5 ore al giorno in sala dialisi, con spazi condivisi con altri pazienti e a diretto contatto con il personale medico sanitario. Inoltre, molto spesso il paziente per raggiungere il centro dialisi deve eseguire un viaggio con altri pazienti che eseguono dialisi, aumentando quindi il rischio di infezione per contatto con altri pazienti.

Come comportarsi

Dall’indagine emerge come come le misure messe in atto sia nella prima fase di esplosione della pandemia, sia nelle settimane successive, abbiano sostanzialmente permesso di limitare i danni, contenendo l’espansione dei contagi.

L’altro elemento che viene confermato dai dati della ricerca è il fattore ospedali come punto di contagio, in confronto alla maggiore tutela del paziente nelle cure domiciliari. In termini puramente numerici infatti l’impatto maggiore dell’epidemia è stato sofferto dai pazienti costretti alla dialisi ospedaliera.

Elemento in più fornito dalla ricerca è anche qual è stato l’andamento delle positività nel personale ospedaliero: su 358 centri censiti si è arrivati a registrare un totale di 373 operatori positivi, senza decessi.

Dal punto di vista geografico la ricerca riporta una fotografia del tutto congrua con quello che sappiamo essere stato l’andamento dell’epidemia, con in testa le regioni del Nord Italia: Lombardia (536 pazienti positivi e 197 decessi), Piemonte (111 pazienti positivi e 43 decessi), Emilia-Romagna (91 pazienti positivi e 47 decessi), Veneto (36 pazienti positivi e 18 decessi) e numeri decisamente più contenuti in tutte le altre regioni.

“Non abbiamo fermato del tutto l’epidemia – conclude Filippo Aucella, segretario della Società Italiana di Nefrologia – ma ne abbiamo contenuto in modo importante la diffusione evitandone gli effetti nefasti in una popolazione non giovane (l’età media dei pazienti italiani in dialisi extracorporea è 71 anni) e gravata da una malattia cronica, quale l’insufficienza renale.

Quello che appare evidente, anche per la fase due è la conferma della necessità di limitare al massimo l’accesso dei pazienti alle strutture ospedaliere, esse stesse, nonostante gli accorgimenti, primo veicolo di contagio.

In quest’ottica appare necessario potenziare a tutti i livelli la dialisi peritoneale e la dialisi extracorporea domiciliare, oltre alle attività che permettono il trapianto di rene (sia da donatore deceduto che da donatore vivente) con l’attivazione di programmi e risorse che mettano nelle condizioni i pazienti di gestire la dialisi a casa loro, prevedendo dove necessario la disponibilità del supporto del personale infermieristico”.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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