Covid-19, le nuove varianti che preoccupano

Oltre a quella indiana, è emersa una variate in Camerun. Cosa sappiamo e l'efficacia dei vaccini sulle mutazioni del virus

Federico Mereta Giornalista Scientifico

In Inghilterra, Paese che ha avuto un grande successo con la campagna vaccinale per il virus Sars-CoV-2, si sta seguendo con grande attenzione l’evolversi delle “trasformazioni” di queste invisibile nemico della salute. E ci si concentra su due nuovi ceppi: oltre a quello indiano, che pare caratterizzarsi con una maggior contagiosità, si osserva quando accade con un ceppo virale simile a queste per numero di mutazioni, tre.

Il tutto, mentre in Europa si sta studiando una variante emersa in Camerun. Non cambiano ovviamente né le raccomandazioni a vaccinarsi né i consigli per limitare i possibili contagi. Ma la scienza e la sanità stanno continuando ad osservare come il virus può “trasformarsi”, nella speranza di controllare l’evoluzione della situazione e che i vaccini riescano comunque a proteggere dalle forme gravi di malattia anche se indotte da varianti. Alcuni dati in questo senso sono molto incoraggianti pur se studi dimostrano che non tutti i vaccini sono protettivi nei confronti di tutte le varianti.

I segnali dal mondo

Nel Regno Unito, mentre si osserva l’evolversi della variante indiana, gli scienziati stanno studiando un ceppo virale caratterizzato da una mutazione tripla. Al momento i casi osservati tramite il sequenziamento del virus sono pochi, ma la soglia di attenzione si è alzata considerando la presenza di una particolare variazione che potrebbe influire sulla risposta ai farmaci impiegati per il trattamento dell’infezione nelle prime fasi, ovvero gli anticorpi monoclonali.

In qualche modo si tratta di un “deja vu” visto che mutazioni simili erano state osservate già qualche mese fa, ma poi si pensavano scomparse. Il timore è che la sommatoria delle varianti circolanti, questa specifica variante si associa alla circolazione di quella sudafricana e indiana, potrebbe rappresentare un motivo di preoccupazione in una fase caratterizzata dalle riaperture. In questo senso, insomma, si conferma l’importanza di studiare le caratteristiche dei virus che provocano i contagi: lo ha insegnato agli inglesi (e non solo a loro) l’emergere della variante indiana. Di questa si sa di più: è caratterizzata da una sorta di “ricombinazione” tra tre diversi ceppi del virus, con conseguente variazione nelle caratteristiche di un virus che è ormai diverso rispetto a quello che originariamente, è stato identificato a Wuhan.

Per quanto riguarda la variante indiana, in ogni caso, c’è un dato che va sottolineato in chiave di prevenzione: secondo una ricerca condotta proprio nel Regno Unito, sia il vaccino Pfizer che quello Astra-Zeneca risultano efficaci nel bloccare le forme di malattia che conducono a sintomi.

Ovviamente i dati si riferiscono alle due dosi: stando all’indagine l`efficacia del vaccino Pfizer, dopo due dosi, è pari all`88% nel prevenire infezioni sintomatiche della variante indiana e al 93% nel prevenire infezioni sintomatiche della variante inglese altra più diffusa. Nel caso di AstraZeneca, l`efficacia scende ma è sempre significativa: stando agli esperti, la differenza potrebbe essere anche spiegata con un maggior tempo richiesto per raggiungere la massima risposta difensiva dopo somministrazione del vaccino Astra-Zeneca, la cui seconda dose è stata fatta con un intervallo maggiore.

Cosa sappiamo della variante del Camerun

In questo contesto occorre riflettere anche su una nuova variante, che è stata caratterizzata dalla sigla B.1.620. stando a quanto riportano gli esperti, in un panorama in cui il virus Sars-CoV-2 muta abbastanza frequentemente, stando agli esperti sarebbe da valutare con attenzione.

Al momento i dati parlano di identificazioni di questo ceppo, probabilmente originario del Camerun anche se va detto che in Africa i sequenziamenti sono estremamente rari e quindi esiste un margine d’errore, anche in Paesi europei. Proprio su questo fronte, stando a quanto riporta un lavoro scientifico apparso su Science, bisognerebbe offrire opportunità anche ai Paesi meno sviluppati, oltre che fornire vaccini, per favorire lo sviluppo di ricerche in grado di monitorare meglio i mutamenti del patrimonio genetico di Sars-CoV-2.

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