Tumore dell’ovaio, quanto contano i geni?

Il 25% dei casi di tumore dell’ovaio è riconducibile alla mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2

20Da qualche anno, in medicina si parla di gene Jolie. Tutto nasce dalla scelta della famosa attrice Angelina Jolie, che ha portato alla ribalta l’importanza di specifiche mutazioni genetiche sul rischio di sviluppare determinate forme di tumore: in questo caso l’attenzione si è concentrata sui geni BRCA1 e 2. La presenza di mutazioni del primo innalzerebbe dell’87% il rischio di tumore maligno al seno e del 50% quello di cancro alle ovaie, per cui l’attrice ha provveduto ad eliminare all’origine i rischi. Poche settimane fa, anche la modella Bianca Balti ha comunicato la sua scelta preventiva in questo senso. Le linee guida 2019 dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) rivelano che il 25% dei casi di tumore dell’ovaio è riconducibile alla mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 che rivestono un ruolo importante per quanto riguarda sia il tumore ovarico che quello della mammella e in presenza di questa mutazione si può pensare ad una possibile “anticipazione” della malattia rispetto all’età classica. Ma non sono gli unici da studiare, in un percorso di ricerca estremamente importante che coinvolge anche le mutazioni di altri geni, come l’HRD.

I segreti nel DNA

Secondo la scienza, circa in un caso su quattro di tumore maligno dell’ovaio entrano in gioco mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2. Conoscere lo stato mutazionale di questi due geni è molto importante ed il test BRCA dovrebbe essere effettuato su tutte le pazienti al momento della diagnosi. È questa la via da seguire per definire le migliori strategie terapeutiche e iniziare il percorso familiare che può permettere l’identificazione di persone sane con mutazione BRCA, nelle quali impostare programmi di sorveglianza intensiva, medici e chirurgici, per la riduzione del rischio di sviluppare il carcinoma ovarico. L’asportazione chirurgica preventiva deve quindi inserirsi in un articolato percorso di consulenza oncogenetica in “centri specializzati”. L’analisi genetica, pur se nella complessità di una diagnosi ancora difficile da ottenere precocemente, consente comunque di mettere in atto strategie efficaci di riduzione del rischio.

Cosa fanno BRCA1 e 2

BRCA1 e BRCA2 producono proteine in grado di bloccare la proliferazione incontrollata di cellule tumorali. Quando sono mutate, cioè difettose, il DNA non viene riparato correttamente e si determina un accumulo di alterazioni genetiche, che aumenta il rischio di cancro. Una mutazione di BRCA1 e BRCA2, ereditata dalla madre o dal padre, determina quindi una predisposizione a sviluppare il tumore più frequentemente rispetto alla popolazione generale. Le donne che ereditano la mutazione BRCA1 hanno una probabilità del 40% di sviluppare un tumore ovarico nel corso della vita. Le percentuali sono inferiori per il gene BRCA2, pari al 18%. L’informazione sull’eventuale presenza della mutazione BRCA va acquisita al momento della diagnosi, perché può contribuire alla definizione di un corretto percorso di cura che parta dalla prima linea di trattamento. Nei familiari che presentano la mutazione, devono essere avviati programmi di sorveglianza intensiva, che spaziano dai controlli semestrali fino all’asportazione chirurgica delle tube e delle ovaie. Ovviamente, in presenza di mutazioni genetiche a rischio, nelle donne che desiderano avere figli sono raccomandati un controllo semestrale di un marcatore tumorale (CA-125) insieme all’ecografia ginecologica transvaginale. Insomma: grazie ai test genetici, si possono effettuare esami specifici in grado di identificare la presenza di una o più mutazioni correlate ad un aumentato rischio di sviluppare un tumore e, in questo modo, essere accompagnati nel percorso di prevenzione più adatto.

Cosa dicono le mutazioni di HRD

La scoperta, attraverso specifici test genetici, delle numerose alterazioni del DNA presenti nel tumore di una paziente sta ovviamente avendo ripercussioni sulla terapia del carcinoma ovarico. Esistono infatti farmaci mirati che possono essere utilizzati solo se nelle cellule tumorali sono presenti specifici marcatori. In questo senso, oltre a BRCA1 e 2, occorre prestare attenzione alle pazienti HRD positive: si tratta di donne che, sottoposte al test HRD alla diagnosi, presentano delle alterazioni nel meccanismo di riparazione del DNA causate da diversi geni tra cui anche, ma non solo, i geni BRCA. Infatti, le mutazioni dei geni BRCA rappresentano solo una parte dei difetti del sistema di riparazione del DNA che i biologi chiamano HRD (deficit di ricombinazione omologa). Queste particolari caratteristiche genetiche si ritrovano in una quota significativa di pazienti con tumore ovarico avanzato: per questo l’esecuzione del test HRD al momento della diagnosi ha un ruolo fondamentale perchè permette di identificare tempestivamente le pazienti che possono beneficiare di questo trattamento in grado di controllare la malattia a lungo termine, ritardando la ricaduta e con una buona qualità di vita.

Con il contributo non condizionato di MSD