Covid-19, cosa sappiamo della variante indiana

La variante indiana sarebbe una ricombinazione tra tre diversi ceppi del virus. Sul piano dei sintomi, il quadro sembra essere più serio

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Che il virus Sars-CoV-2, come gli altri virus, abbia la tendenza a mutare non è una novità. Allo stesso modo non è sempre detto che le varianti virali siano necessariamente più “cattive” e soprattutto che riescano ad “impadronirsi” del terreno a scapito dei ceppi già presenti.

Per questo gli scienziati ricordano di prendere con le dovute cautele le informazioni relative alla variante indiana, pur se la situazione nel grande Paese asiatico è estremamente preoccupante. Ad oggi non si può dire con certezza se sia più virulenta e quale potrà essere l’efficacia protettiva dei vaccini disponibili.

Tre mutazioni assieme

Cosa caratterizza la variante indiana di Sars-CoV-2? A detta dei ricercatori si sarebbe creata una sorta di “ricombinazione” tra tre diversi ceppi del virus, con conseguente variazione nelle caratteristiche di un virus che è ormai diverso rispetto a quello che originariamente, è stato identificato a Wuhan.

Tecnicamente il nome della variante è B.1.617 e al momento si sta diffondendo in India, con una serie di ulteriori piccole variazioni sotto forma di sub-varianti. Va detto comunque che pur essendo caratteristica del grande Paese, non è stata identificata solo in quell’area.

Stando all’Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla scorta delle informazioni messe a disposizione su una banca dati globale (Gisaid), il ceppo sarebbe stato individuato anche in altri Paesi, e non solo dell’Asia.

Sotto l’aspetto dei sintomi, sempre in base alle informazioni disponibili, pare che il quadro possa essere anche più serio, in media, di quanto si osserva con altri ceppi virali. I disturbi sono i soliti, con coinvolgimento dell’apparato respiratorio e conseguenti tosse e mal di gola, sintomi generali come febbre, debolezza estrema, sensazione di ossa rotte e cefalea, fastidi dell’apparato digerente come la diarrea.

Le varianti in Italia

In attesa che si sappia di più sulla variante indiana, anche alla luce dei numeri davvero drammatici in termini di contagi e decessi che arrivano dall’India, in Italia al momento la variante “inglese” che peraltro risulta sensibile ai vaccini appare predominante.

A sancirlo è il recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità con i vari laboratori che sequenziano il virus nelle diverse regioni e con la Fondazione Bruno Kessler. Dall’ultima analisi, che considera quanto avvenuto fino alla metà dello scorso aprile, oltre il 90 per cento dei casi osservati nel nostro Paese appare legata al ceppo inglese, con un’ulteriore crescita della diffusione rispetto ad un mese prima: a metà marzo eravamo intorno all’86,7%.

Ovviamente si parla di media nazionale: in base ai campioni osservati nelle diverse regioni, in alcune aree praticamente la totalità dei casi è attribuibile a questo virus.

Rimane invece a bassi livelli la circolazione del virus “brasiliano”: si parla del 4% circa su scala nazionale. Più limitate appaiono invece le rilevazioni di ceppi nigeriani e, appunto, indiano (un solo caso rilevato). Ma è fondamentale, come raccomanda lo stesso Istituto superiore di Sanità, continuare a controllare come stanno cambiando i virus Sars-CoV-2 e come circolano le varianti.

E soprattutto bisogna sempre ricordare che mentre avanzano le vaccinazioni occorre continuare ad avere la giusta attenzione alle misure di prevenzione del contagio, per limitare i casi di nuove infezioni e quindi gestire al meglio, attraverso il tracciamento, la situazione.

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