Alzheimer, la lingua che si parla incide sulla presentazione della malattia

La lingua d'origine differenzia il modo in cui si manifesta la malattia di Alzheimer. Cosa distingue italiani e inglesi e i sintomi comuni

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

I segnali d’allarme che possono fare pensare ad una degenerazione del sistema nervoso, tipica ad esempio dalla malattia di Alzheimer e di alcune patologie vascolari, possono cambiare se si prende in esame il linguaggio. A dirlo è una ricerca condotta da Maria Luisa Gorno Tempini, dell’università della California, in collaborazione con ricercatori dell’ospedale San Raffaele di Milano. Lo studio è pubblicato su Neurology.

Sotto osservazione l’afasia

La ricerca ha preso in considerazione 38 persone sofferenti di afasia progressiva primaria, venti che parlavano inglese e diciotto di lingua italiana. In pratica con questa patologia, che può in qualche modo precedere la perdita dell’autonomia e della memoria tipiche della malattia di Alzheimer, si tende a perdere la capacità di capire il significato di quanto viene detto e diventa difficile pronunciare alcuni termini.

Non deve stupire quindi la differenza nel modo di comprendere ed esprimersi tra italiani inglesi. Mentre nella lingua d’oltre Manica si tende ad avere parole con molte consonanti che si susseguono, quindi complesse da ripetere quando il cervello sta soffrendo, nella lingua italiana pronunciare la singola parola può essere più semplice, ma sono le difficoltà indotte dalla grammatica a pesare maggiormente sulle capacità di esprimersi.

Insomma: considerando che i disturbi del linguaggio spesso possono anche precedere di qualche tempo la comparsa della vera e propria neurodegenerazione, pare proprio che anche indagando sulle caratteristiche lessicali delle parole e sulle regole grammaticali dei diversi idiomi si potrà in futuro comprendere meglio entità e peso del sintomo.

D’altro canto, che la lingua che si parla possa avere influsso sul modo di presentarsi agli altri è dimostrato anche nei neonati, che in qualche modo si possono comparare agli anziani con deficit neurologici sotto questo aspetto.

Non ci credete? Secondo una ricerca di qualche anno fa, coordinata dall’Università di Wurzburg e pubblicata su Speech, Language and Hearing, in base alla lingua che la mamma parla in gravidanza anche il pianto del neonato si modifica.

Quando la lingua è tonale, con le parole che modificano il loro significato esclusivamente al modo in cui vengono intonate, il bebè tende ad avere un pianto cantilenoso, quasi musicale. Può capitare ad esempio con i bambini cinesi. I bimbi del Nord-Europa, invece, risentono meno della lingua materna e sono pronti a scatenarsi a pieni polmoni quando vogliono segnalare qualcosa.

Le quattro A dell’Alzheimer

La malattia di Alzheimer è oggi la più comune causa di demenza (rappresenta il 50-60 per cento di tutti i casi), ma non deve essere considerata l’unica, quindi la diagnosi è fondamentale.

In ogni caso la degenerazione colpisce progressivamente le cellule cerebrali, provocando il declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e il deterioramento della personalità e della vita di relazione.

Come segnala la Federazione Alzheimer Italia, viene definita la malattia delle quattro A: perdita significativa di memoria (amnesia); incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali (afasia); incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia); incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari, per esempio vestirsi (aprassia).

Anche se il decorso è unico per ogni individuo, ci sono molti sintomi comuni. Nella fase iniziale in genere prevalgono i disturbi della memoria, ma possono essere presenti anche disturbi del linguaggio. La persona è ripetitiva nell’esprimersi, tende a perdere gli oggetti, a smarrirsi e non ritrovare la strada di casa. Può avere squilibri emotivi, irritabilità, reazioni imprevedibili.

Nella fase intermedia il malato si avvia a una progressiva perdita di autonomia, può avere deliri e allucinazioni e richiede un’assistenza continua. La fase severa è caratterizzata dalla completa perdita dell’autonomia.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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