Sono una donna libera, ma non troppo

Ho imparato a memoria la lista delle cose che devo e che non posso fare per assicurarmi un posto della società. Ma non basta dire che i modelli di un tempo sono cambiati per scrollarseli definitivamente di dosso

Sono abituata a stare a stretto contatto con le donne, spesso anche più giovani di me, per via del mio lavoro. E noto sempre con un pizzico di ironia quanto loro abbiano da insegnare a me, più di quanto possa farlo io. Eppure in questo scontro gentile generazionale dovrei essere io quella saggia, quella matura, quella pronta a mettere sul tavolo, a disposizione di tutti, il mio immenso bagaglio di esperienze.

E in realtà lo faccio, lo faccio sempre. Salvo poi rendermi conto che le giovani donne di oggi hanno qualcosa che io non ho e che probabilmente non avrò mai: una meravigliosa, straordinaria e totale libertà.

E non intendo quella data dai genitori, quella di poter uscire tutte le sere e fare tardi senza che il coprifuoco incomba come una tangente. Io parlo di una libertà di intenti che, nonostante sia diventata accessibile a  tutte, di tutte ancora non lo è.

Guardo le giovani donne di oggi che indossano con disinvoltura la minigonna, che indossano capi colorati a ogni ora del giorno e della notte, che si raccontano come fossero dei libri da sfogliare, che si amano senza remore. Perché stanno raccogliendo i frutti di un lavoro incessante fatto da altre donne per loro. E tutto questo è meraviglioso.

Io stessa abbraccio tutti i temi legati alla libertà della donna, all’emancipazione e alla parità dei diritti. Non solo li abbraccio, ma me ne faccio carico ogni giorno affinché le nuove generazioni possano decidere in totale autonomia del loro presente e del loro futuro.

Ma quando si tratta di me, vi dirò, non riesco a essere così intraprendente o decisa. Perché dentro di me si riaffaccia sempre quella vocina che mette in dubbio tutto ciò che faccio, tutto ciò che sono e che voglio essere. Una voce che mi ricorda che mi hanno insegnato che per essere una donna devo evitare certi comportamenti, di abbigliarmi in un determinato modo e di evitare di fare tutte quelle cose che potrebbero compromettere la mia immagine.

Così ogni volta che mi preparo per un’occasione importante, per una riunione di lavoro con i miei capi o un viaggio d’affari, quella vocina mi tempesta di domande e mi blocca. Mi chiedo se sarò adeguata, se gli altri mi prenderanno in considerazione come fanno con i manager di sesso maschile. Se quella scollatura non risulti troppo evidente, se il rossetto rosso che evidenzia le labbra carnose non sia fuori luogo.

Ci penso e ci ripenso fino a determinare definitivamente le mie decisioni finali, ogni volta. Anche perché poi, quando quella vocina non l’assecondo, mi sento sbagliata, sciocca. E spesso anche in imbarazzo. E allora penso che forse ha ragione, o che forse libera come quelle giovani donne io non lo sarò mai.

Perché mi hanno insegnato a comportarmi bene, a non alzare troppo la voce, a essere sempre gentile davanti agli uomini, a non dire parolacce, a non parlare di sesso, a non portare i capelli troppo lunghi dopo una certa età. A non mettere in evidenza le forme, ma a nasconderle, soprattutto negli ambienti di lavoro. Mi hanno insegnato che a un certo punto una donna, per essere considerata tale, deve sistemarsi, con tanto di marito e figli altrimenti è un attimo che viene considerata strana, diversa, sbagliata.

E potrei continuare a riempire all’infinito questa lista delle cose che devo e che non posso fare per assicurarmi un posto della società perché l’ho imparata a memoria e non basta dire che i modelli di un tempo sono cambiati per scrollarseli definitivamente di dosso.

E invece loro, le giovani donne di oggi, hanno tutto il potere di costruire nuove regole a loro immagine e somiglianza. E sono loro la mia più grande ispirazione.