Il secondo capitolo de Il Diavolo veste Prada non è passato inosservato. Tra entusiasmo nostalgico e aspettative altissime, il film ha rapidamente acceso il dibattito: non tanto per quello che racconta, ma per come lo racconta. E soprattutto, per quello che sembra aver perso per strada.
La trama tenta di aggiornarsi ai tempi: il declino della stampa cartacea, i licenziamenti di massa via sms, l’intelligenza artificiale che minaccia i contenuti creativi. In teoria, un film sulle donne che resistono in un mondo che cambia troppo in fretta. Nella pratica, un film che alle donne chiede ancora di non cambiare troppo.
Le statistiche ci dicono che Hollywood ha finalmente raggiunto la parità di genere nei ruoli protagonisti. Champagne? No, aspetta: se contiamo tutti i personaggi che aprono bocca sullo schermo, le donne sono ancora meno di un terzo. Esattamente come vent’anni fa. Il bicchiere è mezzo pieno solo se non si guarda dentro troppo.
In questo film non si può dire che il protagonismo non sia femminile, ma non basta questo per farlo sembrare una narrazione in cui le donne vengano raccontate come meritano, ovvero senza stereotipi.
Indice
Razzismo: collezione primavera-estate 2026
Ancor prima dell’uscita nelle sale, le polemiche non si sono fatte attendere. La più immediata e visibile ha riguardato il personaggio di Jin Chao, l’assistente cinese-americana di Andy interpretata da Helen J. Shen: una clip promozionale di trentotto secondi, prima dell’uscita del film, mostrava il personaggio che recitava nervosamente il proprio curriculum accademico ad Hathaway, ha avuto oltre 26 milioni di visualizzazioni ed è stato immediatamente accusato di caricaturare il comportamento asiatico, facendo leva su stereotipi datati e sul “blatant anti-Asian racism”, ovvero palese razzismo anti-asiatico, come è stato definito sui social. Le proteste si sono diffuse in Cina, Giappone, Corea del Sud e Hong Kong, arrivando all’attenzione della Asian American Foundation, che ha dichiarato: “È un peccato che gli stereotipi offensivi continuino a influenzare il modo in cui vengono percepite oggi le comunità asiatiche-americane, indipendentemente dal fatto che vengano diffusi intenzionalmente o meno”. Le caratteristiche ritenute stereotipate e poco valorizzanti sono state:
- il nome: Jin Chao, suona molto simile a “Ching Chong”, termine dispregiativo e razzista usato per deridere la lingua e il popolo cinese.
- Occhiali.
- Intelligente ma socialmente imbranata e sottomessa, propone alla sua capa di fare altri colloqui per sostituirla.
- Nerd.
- Anche se si è laureata in una scuola prestigiosa, è comunque sfigata.
- L’unica vestita male in un ambiente in cui conta.
Gli stereotipi, si sa, non arrivano mai da soli: fanno branco. Così, dopo averle appiccicato addosso l’etichetta “cinese”, per rendere l’assistente improvvisamente utile si pesca un altro grande classico: l’età. In una scena cruciale per il destino della rivista, e quindi del film, è lei a tirare fuori il telefono e registrare una conversazione, mentre Andy resta impegnata a lamentare quanto non capisca questa nuova generazione, per poi ricredersi e innalzare a genio la propria assistente. Come se premere il tasto “rec” fosse una competenza riservata agli under 30. Il nome di questa scorciatoia narrativa è semplice, si chiama ageismo.
La definizione che più mi è piaciuta leggendo i commenti su questa vicenda è quella di “stereotipi-pigri”. Già, perché gli stereotipi presentati qui non sono neppure innovativi.
Chi l’ha visto: il caso di Miranda Priestly
Nel film del 2006, Miranda Priestly era scomoda in modo produttivo. Non richiedeva comprensione, non cercava simpatia, non spiegava se stessa. Era un personaggio completo nella propria spietatezza, e questa complessità senza redenzione era precisamente ciò che lo rendeva interessante. Il film del 2006 era la storia di una giovane donna che alla fine fugge dall’impiego di Miranda, rendendosi conto di non voler mai diventare così spietata e priva di affetti come la sua capa, che non mostrava un briciolo di gentilezza a nessuno.
Nel sequel, questa scomodità viene sistematicamente smontata. Il danno più devastante del Diavolo Veste Prada 2 è l'”addomesticamento” di Miranda Priestly. E questo addomesticamento sarà forse dovuto alla sua serenità sentimentale? Per la prima volta infatti, troviamo Miranda, dopo i matrimoni finiti, in una relazione serena e funzionante. Il sequel sceglie di risolvere la solitudine di Miranda con un marito sereno e amorevole, come a dire: puoi avere successo, soldi, prestigio, ma la tua vera serenità arriverà con un uomo accanto.
Come se la complessità del potere femminile dovesse necessariamente essere riequilibrata da una dimensione affettiva che lo renda più digeribile.
Anche il primo film era colmo di stereotipi:
- donna che comanda deve essere spietata,
- le donne si fanno la guerra e non possono essere amiche,
- se cambi ambiente e fai successo tradisci il fidanzato.
Diciamo solo che vent’anni dopo ci aspettavamo di più.
Emily e il mecenate: il potere finanziario è ancora maschile
Simil destino di Miranda tocca a Emily Charlton, il personaggio che nel primo film incarnava con spietata lucidità l’ambizione femminile, subisce nel sequel un riposizionamento problematico. Emily è brillante, determinata, ha costruito una carriera di successo dopo l’uscita da Runway, ma la sua traiettoria narrativa passa attraverso un fidanzato ricco, usato come strumento per finanziare la sua trama di vendetta. Il messaggio implicito è antico quanto il cinema stesso: l’ambizione femminile è legittima, purché abbia una copertura economica maschile.
Senza mecenate, Emily è semplicemente una donna fragile, con autostima bassa e stile new age. Con il mecenate, Emily diventa un’agente narrativa. Non è un caso isolato: è lo stesso schema che attraversa buona parte della storia del cinema delle donne, in cui l’autonomia economica femminile rimane quasi sempre mediata da un uomo che la rende possibile. Se ci pensiamo anche la carriera di Miranda è appesa alla decisione di un uomo e la donna che salverà Runway, Sasha ovvero Lucy Liu, viene presentata come una donna che si è chiusa dopo la fine del suo matrimonio e il suo potere economico milionario dipende unicamente dal divorzio dall’ex marito. Narrazione anche questa già vista troppe volte.
Il potere femminile non è mai completamente autosufficiente: è sempre esposto, sempre negoziato, sempre in bilico su uno sguardo maschile che lo legittima o lo ritira.
Questo schema è tanto più evidente se confrontato con la traiettoria di Andy: mentre Emily sta con un uomo ricco per finanziare i propri scopi, Andy ne ha uno semplicemente per esistere in modo socialmente accettabile. Due funzioni diverse, stesso meccanismo di fondo: le donne del film non sono mai raccontate sole, e non è mai davvero un caso.
Andy e il fidanzato che non serve, o forse si?
Se la trasformazione di Miranda è visibile e dibattuta, il trattamento riservato ad Andy è più sottile e proprio per questo più significativo.
Ci viene apparentemente raccontata come una donna impegnata, indipendente, sognatrice ma pratica all’occorrenza, dai sani principi e dalla lealtà intransigente, ma anche lei sta meglio con un uomo accanto.
Non importa se la storia con il suo fidanzato resta sullo sfondo e soprattutto non aggiunge nulla alla pellicola. Gli autori hanno pensato che mostrare Andy in una relazione potesse rassicurate tutte noi donne cresciute col principe che ci sveglia da un lungo sonno con un solo bacio. Puoi essere di successo, guadagnare bene, essere indipendente, ma in fondo se non hai un uomo accanto sei incompleta. E noi Andy, Alice nel paese delle meraviglie di noi altre, la vogliamo completa.
La relazione viene raccontata senza pathos, senza conflitto, senza peso narrativo. Non è un ostacolo alla carriera di Andy, non è un alleato, non è una storia. È semplicemente lì, come garanzia silenziosa che la protagonista “ha una vita completa”.
Nel primo film, la tensione con il fidanzato Nate era esplicita, drammatica, moralmente costosa per Andy: il lavoro minacciava la coppia, e quella minaccia aveva conseguenze. Nel sequel quella tensione sparisce, non perché sia stata risolta o superata, ma perché è stata rimossa. Il fidanzato di Andy non dice nulla sulla sua vita, non rivela nulla del suo carattere, non spinge la trama da nessuna parte. La sua unica funzione è narrativa nel senso più conservatore: comunicare al pubblico che Andy è a posto. Una donna di quarant’anni, di successo, single, senza quella rassicurazione, sarebbe troppo perturbante.
Il fidanzato di Andy funziona esattamente così. Puoi rimuoverlo, e il film rimane identico. La sua presenza non serve alla narrativa: serve al pubblico, per non dover fare i conti con una protagonista che non ha bisogno di una relazione sentimentale per sentirsi completa.
Il femminismo che non disturba nessuno
Il film sembra muoversi su un equilibrio fragile: da un lato mostra donne forti, competenti, centrali; dall’altro continua a circondarle di elementi che ne ridimensionano l’autonomia. Mai davvero scomode all’ideologia patriarcale.
Relazioni inserite quasi per dovere. Uomini che fanno da cornice, da leva o da garanzia. Stereotipi che non guidano più apertamente la narrazione, ma che restano lì, come una traccia difficile da cancellare.
Il risultato è una forma di emancipazione controllata. Accettabile, ma non troppo. Forte, ma non radicale. Libera, ma mai completamente svincolata.
E forse è proprio questo il punto più pericoloso: non gli stereotipi evidenti, ma quelli che continuano a passare inosservati. Perché ormai sembrano semplicemente… normali.
Fonti bibliografiche
Full report “DEI is DOA” (agosto 2025)
The Devil Wears Prada 2’: Boycotts of film called. Here’s why