Ultimamente si parla tanto di gesti e parole che, fino a qualche tempo fa, appartenevano alla sfera della coppia e che oggi sembrano aver superato quei confini per entrare sempre più nella relazione tra genitori e figli o figlie. Dire loro “ti amo” e baciarli sulla bocca per alcuni è il segno di una genitorialità emotivamente sana, per altri questi comportamenti rischiano di creare una confusione di ruoli e di confini emotivi che non andrebbe sottovalutata.
C’è differenza, infatti, tra mostrare amore e trasformare i figli in destinatari di gesti e modalità relazionali che appartengono alla dimensione romantica di coppia. E il punto non è moralistico, come spesso si tende a pensare. Domandiamoci piuttosto: a chi fanno bene questi atteggiamenti? Ai figli e alle figlie oppure ai bisogni emotivi degli adulti?
Negli ultimi anni, complice anche la cultura social dell’iper-espressione emotiva, sembra essersi diffusa l’idea che qualsiasi forma di vicinanza emotiva o fisica debba essere considerata sana solo perché nasce dall’amore. Ma l’amore, da solo, non basta a rendere tutto funzionale. Anche nelle relazioni familiari esistono confini simbolici, emotivi e corporei che aiutano i bambini e le bambine a costruire la propria identità, il proprio spazio e la differenza tra i diversi tipi di legame.
Indice
Perché ti voglio bene vale più di ti amo
La prima distinzione da fare riguarda la mia amata linguistica cognitiva, ovvero l’insieme di studi che attestano che il linguaggio che usiamo non descrive solo il mondo, ma lo crea. Lingue diverse portano a pensieri diversi.
In italiano abbiamo due parole per dire ti amo e ti voglio bene, proprio perché sono parole che hanno sfumature diverse, anche se in molti contesti si sono perdute e si è fatta strada l’interpretazione di una gerarchia: ti amo è più forte del ti voglio bene. Ma non è così: le due parole hanno confini e significati differenti.
Ti amo appartiene a una sfera intima di coppia, qualsiasi sia la nostra scelta in merito alle varie tipologie di coppia. Richiama l’amore romantico, passionale, esclusivo. Nel nostro cervello si attiva il sistema dopaminergico, quello legato al piacere e alla ricompensa, e nella fase iniziale dell’amore romantico succedono cose molto simili a quelle che si attivano con la dipendenza da sostanze, mentre esistono differenze significative con le fasi successive.
“Ti voglio bene”, invece, è più ampio e relazionale: possiamo dirlo a un’amica, a una sorella, a una figlia, e anche a un o una partner. Letteralmente è “volere il bene” dell’altra persona. È come se in italiano l’affetto non fosse solo sentimento di amore, ma anche cura e desiderio di benessere, senza esclusività e senza scopo, cioè senza obiettivo dichiarato come quello di creare una famiglia o riprodursi.
L’amore per un figlio non dovrebbe assomigliare all’amore romantico. Non dovrebbe avere lo stesso bisogno e la stessa simbiosi.
Quando un genitore dice “ti amo” a un figlio, spesso lo fa con il cuore colmo di buone intenzioni, ma questa parola porta con sé tutto il suo bagaglio e inconsciamente può comunicare al figlio:
- Sei il centro del mio equilibrio emotivo
- La tua presenza mi è necessaria
- Il tuo allontanamento mi farà soffrire
Un figlio o una figlia che cresce sentendosi amato in questo senso può sviluppare un senso di responsabilità emotiva verso il genitore. Sente che andarsene, crescere, separarsi, è in qualche modo un tradimento.
Ti voglio bene, invece, lascia il figlio o la figlia libera. È una dichiarazione: voglio il tuo bene, anche quando andrai via, anche quando non avrai bisogno di me.
Baci sulla bocca ai figli: normalizzare tutto non sempre fa bene
I gesti affettuosi sono il primo linguaggio che usiamo con i nostri figli e con le nostre figlie. Prima ancora delle parole arriva il contatto: abbracci, baci e carezze. Questi gesti non sono accessori alla relazione, ne sono il fondamento. Il contatto fisico affettuoso nei primi anni di vita stimola il rilascio di ossitocina, detto anche l’ormone del legame, oltre che di serotonina e dopamina, contribuendo alla costruzione di un attaccamento sicuro. Al tempo stesso, abbassa i livelli di cortisolo, ormone dello stress, con effetti misurabili sulla salute mentale, sull’autostima e sulla capacità di regolare le emozioni. Tuttavia, non tutti i gesti affettuosi sono equivalenti. Baciare in bocca le proprie figlie o figli assume un significato completamente diverso e può impattare in modo negativo sulla loro crescita.
La bocca è una zona erogena: è una delle aree a più alta densità di terminazioni nervose del corpo, e come tale è associata al piacere e all’esplorazione sensoriale. Stimolarla in modo ripetuto, in un contesto in cui il bambino non ha ancora gli strumenti per distinguere i diversi tipi di intimità, può generare confusione.
Non si tratta di demonizzare un gesto. Si tratta di chiedersi: questo gesto, a chi appartiene? A me che lo do, o al bambino che lo riceve?
Tra l’amore per un compagno e l’amore per i figli, seppur capaci di essere smisurati entrambi, c’è una netta differenza e alcuni gesti la sanciscono.
In aggiunta i bambini apprendono per imitazione: quello che accade in casa diventa, per loro, il modello di ciò che è normale.
Se un bambino è abituato a ricevere o dare baci sulla bocca nel contesto familiare, tenderà a generalizzare quel gesto come socialmente accettabile anche fuori da quel contesto, anche con persone che potrebbero non condividere la stessa intenzione affettuosa. Baciare in bocca un bambino o una bambina può voler significare che il suo corpo e le sue zone erogene sono disponibili per altri, perché nessuno gli ha ancora fornito la mappa per distinguere i diversi livelli di intimità.
Concetto fondamentale è che il corpo del bambino è suo. Insegnargli i confini personali del proprio corpo è un aspetto molto importante e il contatto dei genitori è il primo approccio che i figli ricevono su questo tema. Attraverso l’esempio possiamo far crescere nei bambini la percezione dei propri limiti corporei e sostenere che questi sono invalicabili senza il loro consenso.
I bambini con confini chiari sanno meglio chi sono e come trattare sé ma anche le altre persone e questo li aiuterà a gestire meglio le relazioni anche da adulti.
Delineare i confini e insegnare ai propri figli o figlie che il corpo è loro e che possono sempre scegliere se dare o ricevere un gesto affettuoso è un gesto d’amore profondissimo, molto più di un bacio in bocca. Un esempio comune a tantissime persone è quello di frasi come: “Dai un bacio alla zia”, non volerlo dare non è maleducazione, ma autodeterminazione sana e quella non voglia di dare affetto e intimità va rispettata, questo insegnerà che i loro desideri affettivi valgono e devono essere rispettati.
C’è un elemento che spesso sfugge alla riflessione sul contatto fisico tra genitori e figli: il potere. Un figlio o una figlia non è in grado di rifiutare un bacio di un genitore nello stesso modo in cui un adulto rifiuterebbe un gesto indesiderato. Perché dipende affettivamente ed emotivamente da quella figura. Accetta e interiorizza come normale, ciò che viene da chi ama e da cui dipende. Questo non significa che ogni gesto fisico di un genitore sia una violazione. Significa che i genitori hanno la responsabilità di usare quella asimmetria con cura. Di scegliere consapevolmente come toccare, dove, e quando. Di chiedersi: sto facendo questo per lui, o per me? Amare un figlio significa anche rinunciare a qualcosa, a un gesto, a una forma di contatto, quando quella rinuncia serve alla sua crescita.
Ripensare alcuni gesti non significa impoverire il rapporto con i propri figli. Significa spostare l’attenzione: da ciò che io voglio dare, a ciò che lui ha bisogno di ricevere.
Il corpo di un bambino non è uno spazio aperto per l’affetto degli adulti. È il primo territorio che impara a riconoscere come proprio. E il modo in cui lo trattiamo gli insegna come merita di essere trattato dal mondo.
Questo è il gesto d’amore più grande: restituirgli il suo corpo come qualcosa di prezioso, di inviolabile, di suo.
Bisogni affettivi, ma di chi?
Negli ultimi tempi si è parlato molto di questo tema e chi è contrario alla tesi che io, ma non solo, sostengo tende spesso a prendere posizioni molto personali, basate su concetti come “Io so cosa è meglio per i miei figli”.
Una delle espressioni che meglio sintetizza questa posizione è quella della showgirl Melita Toniolo: “Ognuno con i propri figli deve fare ciò che si sente”. Una frase all’apparenza innocua, ma che porta con sé un presupposto più profondo: che il criterio guida sia il sentire del genitore e non il benessere del figlio. Spesso, infatti, si confonde la soddisfazione dei propri bisogni affettivi con l’educazione. Ma sono due piani diversi. I bisogni emotivi dell’adulto vanno riconosciuti e accolti nella relazione con un altro adulto, non proiettati su un bambino o una bambina.
Si deve imparare a pensare ai figli e alle figlie lasciando andare l’amore romantico e possessivo: sono venuti al mondo per essere liberi, non per essere a nostro servizio.
Fonti bibliografiche:
How Language Shapes the Way We Think | Lera Boroditsky | TED
Romantic Love vs. Drug Addiction May Inspire a New Treatment for Addiction