Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso parlare di Alpine Divorce, e ancora più spesso lo troviamo in notizie di cronaca. Letteralmente significa “divorzio alpino”, ma non è una forma di divorzio chic tra le montagne, l’Alpine Divorce è una particolare forma di violenza relazionale, che consiste nel lasciare intenzionalmente il o la partner in un contesto pericoloso. I numeri che stanno emergendo ci dicono che solitamente chi abbandona è l’uomo e chi viene abbandonata è la donna. Non è una semplice separazione, ma un gesto di dominio che si costruisce e si legittima su uno squilibrio evidente di competenze ed esperienza. Non siamo davanti a due persone sullo stesso piano che prendono strade diverse, ma a una relazione in cui una delle due detiene un vantaggio concreto: conosce il contesto, sa come muoversi, decide tempi, ritmi e margini di rischio. Questo sapere non è neutro, perché diventa potere.
In questo scenario, l’abbandono non è improvvisato né casuale: è reso possibile proprio da quella asimmetria. Chi ha più esperienza può permettersi di andare avanti, di scegliere di non aspettare, di sottrarsi, sapendo che l’altra persona non ha gli strumenti per compensare quella mancanza. È una forma di controllo che non ha bisogno di coercizione esplicita: agisce attraverso la dipendenza, trasformando una differenza di competenze in una condizione di vulnerabilità estrema.
Il punto, quindi, non è solo l’atto finale, ma la struttura che lo rende possibile. Uno squilibrio che, da relazionale, diventa esistenziale: perché in un contesto ostile, sapere o non sapere non è una semplice differenza. È ciò che separa la possibilità di salvarsi da quella di non farcela.
Indice
Perché si è diffuso l’abbandono ad alta quota
Tutto sarebbe nato da un racconto del 1893 chiamato appunto An Alpine Divorce di Robert Barr, nel quale un uomo pianificava di uccidere la moglie spingendola da un dirupo durante una gita sulle Alpi. Purtroppo oggi quella fantasia è uscita dalle pagine scritte ed è diventata realtà.
A rendere il fenomeno tragicamente concreto è stato il caso dell’alpinista austriaco Thomas Plamberger di 37 anni che nel gennaio 2025, durante una salita sul Grossglockner, (3.798 m), con temperature percepiti di -20°C, ha abbandonato a pochi metri dalla cima e in condizioni proibitive, la compagna Kerstin Gurtner di 33 anni, meno esperta e preparata a questo tipo di escursioni. La donna, stremata e impossibilitata a rientrare, è morta di freddo nel corso della notte. Questo caso è finito in tribunale e si è concluso con una sentenza che potrebbe fare giurisprudenza a livello internazionale: il tribunale di Innsbruck, infatti, ha riconosciuto Thomas Plamberger, colpevole di omicidio colposo per negligenza grave. Il comportamento ritenuto “quasi impossibile da giustificare” è stato quello di non aver inviato un segnale di soccorso quando un elicottero ha sorvolato la zona.
Oggi il fenomeno è sempre più noto, anche grazie alla condivisione di esperienze simili. Su TikTok un video girato da una donna disperata perché abbandonata dal partner in un’escursione negli Stati Uniti, non solo ha superato i 4,2 milioni di like, ma ha scatenato una serie di commenti in cui altre donne hanno condiviso il proprio vissuto analogo: abbandonate in escursioni, lasciate in difficoltà, spesso senza attrezzatura adeguata o viveri a sufficienza, perché il partner ha abbandonato loro, non cibo e acqua.
Questo fenomeno è particolarmente diffuso negli Stati Uniti, tanto da far nascere gruppi di supporto online per chi si trova a vivere situazioni simili. Un po’ come succede da noi per le iniziative sui social per le donne che hanno paura di rientrare a casa o di camminare da sole.
In un articolo di The Guardian vengono raccolte le testimonianze di molte donne che hanno subito situazioni simili, fino a definire questo fenomeno il nuovo #Metoo.
Cosa non è l’Alpine Divorce
Nel racconto mainstream spesso c’è un equivoco di fondo: quando parliamo di Alpine Divorce non si tratta di un conflitto di coppia, né di una separazione. Parlare di “divorzio” è già parte della distorsione, perché suggerisce una rottura reciproca, quasi consensuale, o almeno qualcosa di cui l’altra persona è a conoscenza. Ma questa non è la scena che ci racconta questa dinamica, perché una sola persona sa, e a volte ha premeditato, quello che sta per accadere. In questi casi, la montagna non è un semplice sfondo, ma diventa uno scenario funzionale: un ambiente percepito come estremo, imprevedibile, dove l’errore umano è sempre plausibile e quindi anche facilmente narrabile e la violenza viene assorbita e trasformata, passando da atto intenzionale a fatalità.
In questo passaggio, il linguaggio gioca un ruolo tutt’altro che neutrale. Le parole non si limitano a descrivere i fatti: li riscrivono. “È caduta” sostituisce “è stata spinta”, “incidente” prende il posto di “violenza”, “tragedia” si sovrappone a “responsabilità”. È una trasformazione sottile ma decisiva, che attenua la gravità, confonde i contorni e finisce per proteggere chi agisce. Non è solo una questione di lessico, ma di sguardo: chiamare le cose in un certo modo significa renderle più accettabili, più digeribili, meno disturbanti. E, soprattutto, meno imputabili.
Stereotipi, relazioni e implicazioni psicologiche
L’Alpine Divorce non è solo un atto estremo, ma uno strumento culturale che si appoggia su stereotipi molto radicati. Da un lato, l’uomo esperto, competente, guida; dall’altro, la donna meno preparata, si affida. È una dinamica che non nasce in montagna: la montagna la rende solo più visibile e spesso irreversibile.
Dentro questa cornice, l’abbandono non è casuale, ma diventa l’esito di una relazione costruita su uno squilibrio. Chi ha più esperienza decide il ritmo, il percorso, il momento in cui fermarsi o, appunto, andarsene. L’altro o l’altra resta indietro, non solo fisicamente ma simbolicamente: meno capace e quindi più esposta.
A livello psicologico, questo tipo di violenza parla di controllo e deresponsabilizzazione in una forma particolarmente sofisticata. Non c’è bisogno di un gesto apertamente aggressivo o di una forza visibile: è sufficiente ritirare il supporto nel momento in cui quel supporto è essenziale. In un contesto come quello montano, dove orientamento, competenze tecniche e capacità di valutazione del rischio sono determinanti, l’assenza non è neutra. È una scelta che produce conseguenze concrete. Il potere, qui, non si esercita attraverso ciò che si fa, ma attraverso ciò che si decide di non fare.
Chi agisce può percepirsi e presentarsi non come autore di un danno, ma come qualcuno che “non è riuscito a intervenire”, che “non poteva fare di più”. È una narrazione che protegge l’immagine di sé e, allo stesso tempo, sposta il peso della situazione altrove.
Ed è proprio qui che emerge un elemento cruciale: la possibilità di negare l’intenzionalità. Le parole diventano uno strumento decisivo in questo processo. “Non ce l’ha fatta”, “è rimasta indietro”, “era troppo difficile”: formule che sembrano descrittive, ma che in realtà operano una trasformazione profonda. L’azione scompare, il soggetto si dissolve, e ciò che resta è una sequenza di eventi apparentemente inevitabili.
In questo modo, una scelta viene riscritta come fatalità, mentre la responsabilità si disperde tra le condizioni ambientali e i limiti attribuiti alla vittima. Non solo si attenua la gravità dell’accaduto, ma si costruisce una distanza emotiva e morale dall’evento stesso. Ed è proprio questa distanza a rendere la violenza più difficile da riconoscere, nominare e, di conseguenza, contrastare.
Il legame con il femminicidio
Collocare l’Alpine divorce nel quadro più ampio della violenza maschile sulle donne, fino al culmine del femminicidio, non è un’esagerazione, ma una necessità analitica. In entrambi i casi, il nodo centrale è lo stesso: il controllo sulla vita dell’altra persona e l’impossibilità di accettarne l’autonomia.
Ciò che cambia è la modalità. Qui la violenza non è un atto immediatamente riconoscibile, ma una costruzione che può essere letta e raccontata come incidente. Come in molti casi di femminicidio, anche qui agiscono meccanismi di giustificazione implicita: la minimizzazione, il dubbio sulla vittima, la ricerca di spiegazioni alternative che attenuino la responsabilità di chi agisce. In questo senso, l’Alpine Divorce è una variazione sul tema della violenza di genere: cambia lo scenario, non la struttura.
Un altro nodo cruciale riguarda la credibilità e, soprattutto, il modo in cui questa viene distribuita. Perché siamo spesso più inclini a credere alla versione dell’incidente piuttosto che a quella della violenza? Quanto pesa, in questa lettura, lo stereotipo della “coppia normale”? È proprio dentro questa normalità presunta che il dubbio si sposta, quasi automaticamente, su chi subisce.
Quando la violenza non è esplicita, non lascia segni immediatamente riconoscibili o non si presenta con i codici a cui siamo abituati, diventa più difficile da nominare e, quindi, da vedere. E ciò che non si vede, spesso, non si riconosce. In questo vuoto interpretativo si insinuano spiegazioni alternative, versioni più rassicuranti, narrazioni che privilegiano l’errore, la fatalità, l’imprevedibilità. E così il dubbio, invece di interrogare chi agisce, finisce per avvolgere chi subisce, rendendo ancora più fragile il confine tra ciò che è accaduto e ciò che si è disposti a riconoscere.
Quando chiamiamo ‘fatalità’ ciò che è violenza, non stiamo descrivendo la realtà. La stiamo proteggendo.
Fonti bibliografiche: