Doveva essere un normale sabato pomeriggio di maggio. Le vetrine illuminate, le famiglie in centro, le persone sedute ai tavolini dei bar lungo via Emilia, nel cuore di Modena. Poi, all’improvviso, il rumore di un motore lanciato a velocità folle. Un’auto che arriva come un proiettile e piomba sulla folla seminando il panico.
È successo nel centro storico di Modena, dove un uomo di 31 anni, italiano di origine marocchina, ha imboccato la zona pedonale a velocità altissima investendo diverse persone. Secondo le prime ricostruzioni, la vettura avrebbe zigzagato deliberatamente per colpire più passanti possibile.
Le immagini delle telecamere e le testimonianze raccolte dagli investigatori raccontano scene da film dell’orrore: persone scaraventate a terra, urla, sangue sull’asfalto e gente in fuga terrorizzata.
Il bilancio è pesantissimo: otto feriti, quattro dei quali in condizioni gravissime. Tra loro anche una donna di 55 anni che, a causa delle lesioni riportate, ha subito l’amputazione delle gambe. Coinvolti anche alcuni turisti stranieri che si trovavano in città per La corsa dell’auto si è fermata soltanto contro la vetrina di un negozio. A quel punto l’uomo avrebbe tentato di fuggire a piedi, ma è stato inseguito e bloccato da alcuni passanti prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Alcuni testimoni hanno raccontato di aver visto anche un coltello. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di strage e lesioni gravissime.

Si chiama Salim El Koudri, ha 31 anni, una laurea in Economia e nessun precedente penale. Secondo quanto emerso nelle ore successive, in passato sarebbe stato seguito dai servizi psichiatrici per disturbi della personalità. Gli esami tossicologici avrebbero escluso l’assunzione di alcol o sostanze stupefacenti. Gli investigatori stanno ora analizzando il suo telefono e il suo passato recente per capire cosa possa aver scatenato un gesto tanto violento.
Al momento la Procura non parla di terrorismo, ma inevitabilmente quanto accaduto a Modena ha riportato alla mente le stragi europee degli ultimi anni, da Nizza a Berlino, quando le auto lanciate sulla folla sono diventate uno dei simboli più inquietanti della paura contemporanea.
Ed è forse proprio questa la cosa che fa più paura. Il fatto che il terrore possa arrivare nel mezzo della normalità più assoluta. Una passeggiata in centro. Un sabato pomeriggio qualunque. Un gelato preso al volo. Le buste dello shopping strette tra le mani. E poi, all’improvviso, un’auto che arriva come un missile e trasforma una strada piena di famiglie in uno scenario di guerra.
Perché oggi basta pochissimo per farci tornare alla mente immagini che pensavamo appartenessero ad altri Paesi, ad altre città, ad altri telegiornali. Nizza. Berlino. Londra. Barcellona. Gli attentati con i camion e le auto sulla folla hanno lasciato dentro tutti noi una paura collettiva difficilissima da cancellare. Ed è inevitabile che, davanti a una tragedia simile, quella paura torni fuori tutta insieme.
Così come, inevitabilmente, tornano fuori anche la rabbia e gli slogan. Perché appena si scopre che il responsabile è un italo-marocchino, sui social ricomincia immediatamente la guerra dell’odio. “Andatevene tutti”, “sono tutti uguali”, “ecco chi accogliamo”. Frasi che esplodono nel giro di pochi minuti, spesso ancora prima di conoscere davvero cosa sia accaduto.
Eppure la realtà, quasi sempre, è molto più complessa delle semplificazioni rabbiose che leggiamo online. Perché dentro questa storia, secondo gli investigatori, potrebbe esserci anche il tema della fragilità psichiatrica. Il tema di una persona già seguita in passato e poi persa per strada. E allora la domanda diventa ancora più difficile: quanto stiamo davvero investendo sulla salute mentale? Quanto ci accorgiamo del dolore degli altri prima che esploda nel modo peggiore possibile?
Naturalmente nulla giustifica quello che è accaduto. Nulla cancellerà la vita distrutta di quella donna che non potrà più camminare. Nulla toglierà gli incubi alle persone travolte o a chi ha visto il sangue sull’asfalto.

Però forse dovremmo imparare a non trasformare ogni tragedia soltanto in una tifoseria dell’odio.
Perché mentre sui social la gente litigava, in quella strada di Modena c’erano persone che facevano esattamente il contrario.
C’era un ragazzo che ha afferrato una giovane donna trascinandola via dalla traiettoria dell’auto pochi secondi prima dell’impatto.
C’erano passanti che rincorrevano il responsabile rischiando la propria vita pur di fermarlo.
C’era gente inginocchiata sull’asfalto a tamponare ferite, a tenere mani, a cercare di confortare sconosciuti mentre intorno c’erano urla, vetri rotti e sangue.
E forse è questa l’immagine che dovremmo tenere stretta più di tutte. Non soltanto quella dell’orrore. Ma anche quella di un’umanità che, perfino nel caos più totale, continua ancora a scegliere di aiutare chi cade.