Perché si può amare Don Milani anche se si è laici

Maestro, prima che sacerdote: questa è la storia di un prete scomodo, libero e rivoluzionario

Sono passati più di 50 anni dalla sua scomparsa eppure le parole, i gesti e le azioni di quel prete considerato troppo scomodo, riecheggiano nei giorni di ieri, in quelli di oggi e lo faranno in quelli di domani. E oggi che la scuola si trova più che mai in una situazione delicata, vale la pena ricordare i suoi insegnamenti. Gli insegnamenti di un uomo che ha messo gli altri davanti a sé e perfino davanti al suo Dio.

Maestro, prima che sacerdote, Don Lorenzo Milani ha trascorso la sua vita a favore degli “ultimi” della società, fondando una scuola popolare per la classe operaia e i contadini di zona. Attività questa diventata prima una missione, poi quasi un ossessione che comunque ha portato avanti con impegno e passione nonostante i continui dissidi con i suoi superiori per quell’anticonformismo che caratterizzava le sue scelte.

E solo questa premessa, forse, basterebbe a spiegare perché Don Milani è diventato una figura di riferimento per tutta la comunità, anche quella laica. Certo ai tempi non si poteva comprendere, tutta quell’attenzione non si poteva spiegare perché lui era fuori dalle regole, era troppo per la Chiesa, un prete scomodo che, come lui stesso ammetteva, sarebbe stato compreso solo tra 50 anni.

E quel tempo è passato, e lui è stato compreso come dimostrano le parole del Papa pronunciate qualche anno fa: «Pregate per me perché anche io sappia prendere esempio da questo bravo prete». Quel bravo prete è ovviamente Lorenzo Milani.

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, così registrato all’anagrafe, nasce a Firenze il 27 maggio 1923 da una famiglia fiorentina colta e raffinata; il valore della cultura lo accompagna sin da bambino e trova la sua migliore esternazione nell’arte e la pittura. Poi, dopo la maturità, il lavoro di affrescare una cappella sconsacrata cambia la sua vita: è lì che Lorenzo scopre la sua vocazione e si converte al cattolicesimo, non senza difficoltà: la famiglia non accetta la sua scelta e nessuno dei suoi parenti è presente quando viene nominato sacerdote.

La formazione culturale ha un’importanza primaria in tutta la sua vita, quando viene nominato cappellano della parrocchia di San Donato a Calenzano capisce l’importanza di doversi occupare dei suoi fedeli e della loro istruzione. Tra letture, istruzioni e lezioni Don Milano stravolge e sconvolge le regole gerarchiche ecclesiastiche.

“Ho badato a accettare in silenzio perché volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto. Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi legami. Qualcosa che temo lei non ha mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle”. (Lettera al suo vescovo, il Card. Ermenegildo Florit)

Ma si è spinto oltre, troppo per quei tempi, così ecco la “punizione” per le sue provocazioni: Don Milani viene confinato a Barbiana, un piccolo paesino del Mugello con poco più di 100 abitanti. Un angolo sperduto dell’Italia nel quale lui però, dal nulla, fonda la sua scuola popolare. I destinatari sono ancora loro, i giovani operai e i contadini poveri ai quali Don Milani promette di restituire la dignità attraverso l’istruzione e la cultura. Nasce la sua scuola, qui si imparano le lingue straniere, si organizzano viaggi studio e ci si forma per trovare lavoro, si studia anche la religione ma non è un obbligo per fare parte della scuola. “Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani”, diceva.

La sua popolarità si diffonde, al punto tale che quella scuola, così diversa da quelle presenti sul territorio italiano, inizia ad attirare l’attenzione di professori italiani e stranieri, alcuni accettano di restare e di insegnare in quelle aule. Con Lettera a una professoressa, nel 1967, Don Milani sconvolge la società di cui fa parte; un libro di denuncia sulla scuola e sulla disattenzione che ha l’istituzione nei confronti dei più deboli e dei poveri.

“Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che ‘respingete’. Ci respingete nei campi  e nelle fabbriche e ci dimenticate”.

E viene da chiedersi quante cose avrebbe ancora potuto fare lui, andando contro tutto e tutti, se quel morbo di Hodgkin non lo avesse portato via a soli 44 anni. Su sua richiesta, viene seppellito nel cimitero di Barbiana, lasciando nel suo testamento una delle dichiarazioni più importanti della sua vita:

“Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.

Don Milani

Don Milani

 

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Perché si può amare Don Milani anche se si è laici