Tumore al seno, le mutazioni di BRCA 1 e 2 non sono sempre uguali: cosa fare se ci sono varianti “cattive” per cure su misura

Le mutazioni genetiche influiscono sul rischio di comparsa del tumore al seno. Lo studio sull'effetto delle varianti per ottimizzare le cure

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Quando si parla di tumore della mammella, parlare al singolare può essere davvero fuori luogo. Non esiste infatti un solo tumore maligno, ma ce ne sono tante forme, con caratteristiche diverse. In questo senso, poi, esistono mutazioni genetiche che influiscono sul rischio che compaia la malattia e sul percorso di cura.

Un esempio? Pensate al cosiddetto gene “jolie” dal nome della famosissima Angelina Jolie, che ha rivelato la presenza di mutazioni del gene BRCA1. Allo stesso modo, anche le mutazioni del gene BRCA2 si associano a una maggiore probabilità di tumore al seno.

Ma attenzione. Non bisogna trattare tutte queste varianti genetiche allo stesso modo. Alcune sembrerebbero essere più pericolose e ridurre l’aspettativa di sopravvivenza, mentre altre sembrano avere un impatto meno negativo sull’esito clinico.

A dirlo è per la prima volta l’ampio studio internazionale BRCA BCY Collaboration, condotto su donne under 40 con una diagnosi di tumore al seno invasivo e coordinato dall’Università di Genova – IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e dall’Università di Modena e Reggio Emilia, appena pubblicato sulla rivista Annals of Oncology.

Cosa dice lo studio

Quanto emerge dalla ricerca è di grande interesse perché potranno aiutare a individuare con maggiore precisione il reale rischio delle pazienti con un tumore al seno e mutazioni di BRCA, ma soprattutto perché potranno guidare le scelte cliniche, intensificando le cure e i controlli nelle donne che presentano le mutazioni più “cattive”.

“BRCA BCY Collaboration è uno studio internazionale coordinato da Matteo Lambertini dell’Università di Genova che coinvolge 109 Centri in 33 Paesi in tutto il mondo – spiega Eva Blondeaux dell’Unità di Epidemiologia Clinica del IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e coautrice dello studio. Si tratta di un’indagine retrospettiva, nella quale sono state analizzate caratteristiche ed esiti clinici di 3294 donne under 40 che fra il 2000 e il 2020 hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno invasivo ed erano portatrici di una mutazione di BRCA1 o BRCA2”.

Questi due geni controllano la riparazione del DNA: quando sono mutati viene meno il meccanismo di riparazione dei danni al DNA e conseguentemente si sviluppano più facilmente alcuni tipi di tumore.

Per questo le mutazioni di BRCA1 e BRCA2, che sono ereditarie, aumentano fino all’80% la probabilità di sviluppare nell’arco della vita un tumore al seno e fino al 40% un tumore alle ovaie. “Si stima che circa una neoplasia della mammella su dieci dipenda da difetti dei geni BRCA1 o BRCA2, ma le possibili mutazioni sono moltissime e fino a oggi non era noto se i diversi difetti genetici comportassero anche differenti esiti clinici – segnala l’esperta”.

Lo studio ha colmato la lacuna analizzando, fra le migliaia di possibili mutazioni di BRCA, l’effetto delle singole possibili varianti sulla sopravvivenza delle pazienti giovani con una diagnosi di tumore invasivo.

“Sapevamo per esempio che le mutazioni di BRCA1 sono più spesso presenti nei carcinomi mammari tripli negativi, mentre quelle di BRCA2 sono più frequenti nei tumori positivi ai recettori per gli estrogeni – aggiunge Angela Toss, docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia e in forze presso la Struttura Complessa di Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Modena, coautrice dello studio.

I nuovi dati si spingono oltre, valutando l’influenza di specifici tipi di mutazioni. Abbiamo potuto osservare, per esempio, che le mutazioni che ‘troncano’ BRCA1 e BRCA2, rendendo la proteina più corta e instabile incidono sulla sua funzionalità e comportano un peggioramento della sopravvivenza nelle pazienti portatrici, mentre le mutazioni di una singola lettera del DNA in BRCA1 o BRCA2, che cambiano solo un aminoacido della proteina finale, sembrano associarsi a un’aspettativa di vita più lunga. In sintesi, ciò che sembra contare più di tutto è la conseguenza della mutazione sulla funzionalità effettiva della proteina prodotta”.

Cosa potrebbe cambiare

Secondo le due studiose identificare le associazioni fra la tipologia di mutazione e le caratteristiche del tumore al seno e i suoi esiti clinici, fra cui per esempio la sua aggressività, può aiutare a ottimizzare le strategie di trattamento.

“Per esempio, la presenza di varianti associate a prognosi peggiori può suggerire di intensificare i programmi di sorveglianza, oppure ancora indicare l’opportunità di prevedere terapie più o meno intensive a seconda dell’impatto che la mutazione può avere sull’aspettativa di sopravvivenza – segnalano”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.