Obesità, oltre il peso e lo stigma

Quando l’obesità è da considerarsi una condizione dismetabolica e come le condizioni di stress e insulino resistenza incidono sull'aumento del peso

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Malattia cronica, multifattoriale associata a una infiammazione silente di basso grado, recidivante, non trasmissibile, caratterizzata da un anomalo e/o eccessivo accumulo di grasso corporeo. Recita più o meno così la definizione dell’OMS condivisa da società scientifiche internazionali e italiane che cambia il paradigma dell’incremento ponderale come conseguenza del mangiare tanto e consumare poco. E non è neppure vero che basti mangiare meno per dimagrire. La scienza si sta direzionando verso un approccio radicalmente nuovo, che considera l’obesità come una condizione dismetabolica in cui si accumula grasso nonostante il paziente non mangi molto. Così la scienza ci porta oltre lo stigma. Oltre i pregiudizi. Per aiutarci a capire come e quanto è importante conoscere quanto accade. Per rispondere assieme al medico, caso per caso, con le soluzioni più indicate, in un approccio multidisciplinare.

Oltre l’alimentazione

Certo. Per l’aumento di peso e l’obesità esistono fattori scatenanti, come una sempre maggiore disponibilità di cibo ipercalorico e uno stile di vita sempre più sedentario. Ma bisogna andare oltre. Pur essendo tutti esposti a questi fattori ambientali “obesogeni”, non tutti gli individui sviluppano obesità. Questa è una evidenza cruciale, perché dimostra che esiste una predisposizione, un rischio individuale a vari livelli di ammalarsi. E qui entrano in gioco i meccanismi neurologici ed endocrini che regolano l’appetito, la fame e la sazietà che negli individui predisposti a sviluppare obesità sono profondamente alterati. Un esempio? Tutti mangiamo anche per gratificarci e avere sensazioni piacevoli e questo non va colpevolizzato. Tuttavia, sappiamo da studi scientifici che persone con obesità possono avere un livello di gratificazione inferiore rispetto a persone che non sviluppano obesità, che può portare quindi alla necessità di assumere più cibo. Queste alterazioni sono state dimostrate anche dopo una perdita di peso, ottenuta spesso faticosamente con modificazioni dello stile di vita. Il nostro organismo tende però purtroppo a sviluppare meccanismi che favoriscono il ritorno al peso iniziale, ad esempio riducendo la sazietà e limitando il dispendio energetico. Erano meccanismi utili quando i nostri antenati affrontavano fame e carestie, ma che possono favorire lo sviluppo di sovrappeso e obesità nelle condizioni ambientali in cui viviamo.  E questo spiega perché è difficile mantenere nel tempo i risultati ottenuti, se non si agisce globalmente sulla persona, considerando corpo e mente.

Il ruolo dell’infiammazione: perché rischia l’intero organismo

L’obesità, superando il concetto del solo peso corporeo, è oggi considerata una malattia infiammatoria. Ma attenzione si tratta di una infiammazione sterile, con aumento prevalentemente di grasso addominale. Inoltre, il tessuto adiposo espanso diventa un organo disfunzionale con rilevanti cambiamenti pro-infiammatori. Un responsabile ormonale importante dell’accumulo di grasso dismetabolico (grasso non sano) è l’insulina che non funziona come dovrebbe e viene prodotta in eccesso, venendosi a determinare il fenomeno noto come insulino-resistenza. L’insulina è il maggiore fattore di accumulo del grasso all’interno delle cellule adipose (adipociti); un altro elemento è il cortisolo che in condizioni di stress aumenta e provoca accumulo di grasso. Insulina più cortisolo crea un mix pericoloso nel favorire l’accumulo di grasso malato nelle cellule adipose in sedi canoniche e non canoniche del corpo e che si associa ai rischi correlati all’obesità: l’aumento del grasso addominale viscerale, il fegato grasso e infiammato con la malattia steatosica dismetabolica, il tessuto che circonda il cuore in cui si deposita il grasso, infiammando l’organo, il muscolo nel quale la formazione di grasso svolge una azione negativa sull’efficienza muscolare.

Anche per tutti questi meccanismi non basta solo mangiare meno per dimagrire. Perché esiste una ripartizione sfavorevole dell’energia alimentare, legata proprio all’insulino-resistenza. Il grasso in eccesso infiammato produce sostanze infiammatorie, tra cui le citochine che a loro volta localmente peggiorano l’insulino-resistenza, instaurando un circolo vizioso che favorisce ulteriore accumulo di grasso. Così nasce il rischio cardio-metabolico delle patologie associate all’obesità come diabete di tipo 2, infarto e ictus, fegato grasso e infiammato, apnee notturne, malattie neurodegenerative quali Parkinson e Alzheimer e tumori, che sono purtroppo molto più frequenti nella popolazione obesa. Per questo ridurre il peso e l’infiammazione con trattamenti mirati consente di combattere efficacemente l’obesità e l’accumulo di grasso addominale viscerale metabolicamente pericoloso, fino ad aggiungere salute metabolica.

Superiamo lo stigma

Essere obesi è un fattore di rischio per molte patologie, a partire da quelle cardiovascolari per arrivare fino ai tumori. Ma non bisogna cadere nell’errore di considerare questa condizione come una scelta. O peggio ancora una colpa, legata a stili di vita impropri. La scienza dice oggi che non è così. E ricorda come occorra affrontare la situazione considerando che lo stile di vita e l’alimentazione contano, che ci sono farmaci che aiutano a ridurre significativamente il peso, che in casi selezionati si può anche puntare su un intervento chirurgico mirato, nell’ambito di quella che viene definita chirurgia bariatrica. Insomma, bisogna superare i timori e il giudizio degli altri.

Per stigma verso l’obesità si intende “una svalutazione sociale della persona a causa del suo peso”. Infatti, le persone con obesità sono bersaglio di numerosi stereotipi negativi che le ritraggono come golose, pigre, senza forza di volontà, incuranti della propria salute; in poche parole, colpevoli della loro condizione. Questi atteggiamenti negativi possono portare a vere e proprie forme di discriminazione a scuola, sul lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni.  La stigmatizzazione del soggetto con obesità che tradizionalmente è descritto come un individuo privo di forza di volontà, pigro, goloso, inattivo e quindi responsabile della sua stessa condizione, deriva dal mancato pieno riconoscimento dell’obesità come malattia. Quindi, la lotta contro lo stigma di cui è vittima l’obeso non solo in ambito scolastico e lavorativo, ma spesso anche in ambito sanitario, coincide con la lotta alla banalizzazione all’obesità come un mero disordine nutrizionale, una scelta di vita dovuta ad una scarsa autodisciplina e assenza di motivazione. Riconoscere l’obesità come malattia è il solo modo per far fronte alle molteplici e difficilissime sfide che essa pone, che non sono solo di tipo sanitario ma anche socio-culturali e psicologiche. Occorre quindi puntare su un approccio multidisciplinare, informato e soprattutto privo di pregiudizi per contrastare la discriminazione sociale legata al peso e migliorare la vita dei pazienti.

Grazie a questo approccio si può superare anche lo stato di inadeguatezza del paziente che può arrivare a pensare di aver sbagliato tutto, di non riuscire mai a dimostrare esattamente quanto si vale davvero. Soprattutto a scuola e sul lavoro, dove c’è il rischio di emarginazione.

E’ fondamentale invece evitare di giudicare in base all’aspetto esteriore, senza creare mancanza di autostima e di scarsa fiducia nelle proprie possibilità e nel futuro che si ripercuote sulla vita di relazione e affettiva. In questo percorso psicologico il riconoscimento dell’obesità come malattia è fondamentale. Ma bisogna fare di più. Il senso di colpa è presente e molto pervasivo ed è associato alla sensazione di essere diverso dagli altri e ad un senso di fallimento perché il paziente non riesce a mettere in atto uno stile di vita corretto e una conseguente perdita di peso. Questi sentimenti sono rinforzati da fattori esterni, come lo stigma sociale, instaurando un circolo vizioso che induce la persona con obesità ad adottare comportamenti ancora più sbagliati. Gli stereotipi sono tanti e molto visibili: gesti, sguardi e parole che offendono, feriscono e denigrano la persona con obesità, una narrazione distorta che deriva da anni di errata percezione del problema. Lo stereotipo più diffuso è quello del paziente obeso sdraiato su un divano, che mangia in continuazione. Ma il paziente con obesità non è questo, ha una sua vita attiva come tutte le altre persone, che però è impattata negativamente dall’eccesso di peso e le relative conseguenze sullo stato di salute generale.

Con il contributo di Eli Lilly

 

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.