Gravidanza ed epilessia, tutto quello che bisogna sapere

La gravidanza raramente influisce negativamente sulle crisi epilettiche. Ma per una gestazione più sicura occorre tener presente alcuni fondamentali accorgimenti

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Non ci sono dubbi. Per le donne che soffrono di epilessia avere un bambino può risultare più complesso. Ma grazie ai progressi della scienza oggi nella grande maggioranza dei casi non si riscontrano problemi e ben oltre il 90 per cento delle donne con epilessia ha una gravidanza dagli esiti positivi.

Come se non bastasse, la gravidanza solo raramente influisce negativamente sulla frequenza delle crisi, anzi il 20-30 per cento delle donne con epilessia avrà un miglioramento della frequenza durante la gestazione. Inoltre, la probabilità che i figli di genitori con epilessia ereditino la patologia è molto bassa, appena al di sopra della media, circa il 4-6 per cento in più rispetto alla popolazione generale.

“Se l’epilessia– spiega Barbara Mostacci, responsabile Commissione Epilessia e Genere della Lega Italiana Contro l’Epilessia- LICE – è una condizione che presenta ancora molti problemi dal punto di vista diagnostico e sociale, quando si tratta di donne che vogliono diventare mamme, le difficoltà aumentano. Un rischio lievemente aumentato di complicazioni e malformazioni, unitamente a stigma sociale e fattori psicologici hanno a lungo impedito alle donne con epilessia la possibilità di diventare mamma. Ma l’epilessia non è un motivo per rinunciare alla gravidanza, che anzi può essere portata a felice compimento facendo attenzione a prendere alcune precauzioni”.

Programmare la dolce attesa

È importante, che, assieme agli specialisti che la seguono, la donna programmi la gravidanza. È stato infatti osservato un lieve aumento del rischio di difetti congeniti in bimbi esposti nel corso del primo trimestre di gravidanza ad alcuni farmaci antiepilettici, soprattutto se assunti a dosi alte. Va detto comunque che programmando la gestazione  ridurre il rischio malformativo è possibile.

Se infatti non è quasi mai possibile interrompere l’uso dei farmaci antiepilettici in vista di una gravidanza, dato che il rischio delle crisi è maggiore di quello legato ai farmaci, alcune strategie terapeutiche possono minimizzare il rischio di malformazioni fetali pur garantendo un buon controllo delle crisi nella madre.

Cosa fare? Detto che occorre sempre definire la situazione caso per caso è utile, quando possibile, ricorrere ad un unico farmaco antiepilettico, scelto tra quelli a minor rischio, alla dose minima efficace. È inoltre molto importante, come anche per le altre donne, l’integrazione con acido folico almeno 2-3 mesi prima del concepimento e durante il primo trimestre di gravidanza. Programmare quindi con attenzione la gravidanza e consultare il proprio epilettologo per una eventuale modifica della posologia o del tipo di farmaci, diventa essenziale prima del concepimento. Poi, a gravidanza iniziata la soluzione più sicura è continuare la terapia in atto. In ogni caso l’epilettologo curante valuterà rischi e benefici di qualsiasi decisione.

La sospensione dei farmaci a gravidanza già iniziata generalmente non offre vantaggi, al contrario una brusca interruzione deve in ogni caso essere evitata perché estremamente pericolosa.  Durante la gravidanza, inoltre, deve essere effettuato un monitoraggio regolare della terapia e dei dosaggi dei farmaci assunti: alcuni antiepilettici, infatti, subiscono una modifica del loro metabolismo in gravidanza e, a parità di dose assunta, possono risultare ridotti nel sangue, esponendo la paziente a rischi supplementari di presentare crisi. Lo specialista valuterà quindi un eventuale aumento della dose da assumere.

Al momento della nascita e dopo il parto

Il parto può essere espletato per via naturale nella maggioranza dei casi, ricorrendo eventualmente alla analgesia epidurale, che è consigliata. Si ricorre al taglio cesareo, infatti, solo nei casi in cui la frequenza e le caratteristiche delle crisi della mamma siano tali da impedirne la collaborazione durante il travaglio o per motivi ginecologici.

Dopo la gravidanza lo specialista curante stabilirà eventuali nuovi dosaggi dei farmaci, ripristinando le dosi assunte prima della gravidanza. L’allattamento al seno conserva i suoi importanti benefici nei bimbi di donne che assumono farmaci antiepilettici.

Esistono rari casi di effetti collaterali acuti da esposizione ai farmaci nel latte materno, in particolare sonnolenza e difficoltà ad attaccarsi al seno. Solo in questi casi è consigliato passare all’allattamento misto, e, solo se il problema persiste, all’allattamento artificiale. Poiché la privazione di sonno costituisce un importante fattore di rischio per crisi, nel periodo del puerperio è molto importante garantirsi un aiuto da parte dei familiari per l’allattamento notturno del bambino, che permetta di riposare.

L’uso di un tiralatte per conservare il proprio latte in frigo per la poppata notturna, che può essere quindi gestita dal compagno, può essere una buona strategia. Utile è anche avere un aiuto durante il giorno per potersi permettere qualche pisolino. Può infine essere prudente, soprattutto in donne che non siano libere da crisi, attuare qualche accorgimento nella cura del bambino, che lo metta al riparo da rischi in caso di crisi della mamma, ad esempio fare il bagnetto in presenza di un altro adulto, preferire la carrozzina alla fascia, non condividere il letto.

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