- La stimolazione epicranica offre una nuova opzione contro l’epilessia focale farmacoresistente, agendo dall’esterno sulla zona cerebrale responsabile delle crisi.
- La tecnica richiede l’identificazione precisa del focolaio epilettogeno e prevede un elettrodo sotto il cuoio capelluto, senza introdurlo nel cervello.
- Nei primi studi ha mostrato una riduzione delle crisi con buona tollerabilità, ampliando le possibilità terapeutiche per pazienti adulti selezionati.
Prima di tutto, bisogna definire con cura la “cartina” del cervello, per capire esattamente se esiste un unico punto che fa partire le crisi di epilessia. Poi, una volta definito l’obiettivo, si può puntare a stimolare in modo mirato l’area cerebrale da cui originano le crisi. Ma questo avviene dall’esterno e non dall’interno, grazie alla stimolazione epicranica.
In pratica, non è necessario, quando questa tecnica è indicata, introdurre elettrodi nel tessuto cerebrale. Solo pochi giorni fa questo approccio è stato reso disponibile dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, nell’ambito di una serie di esperienze che stanno partendo in Italia peraltro con indicazioni ben precise. Si parla delle persone con epilessia focale farmacoresistente, nelle quali le crisi continuano a manifestarsi nonostante un’adeguata terapia farmacologica.
Indice
Per chi è indicata e come funziona
La stimolazione epicranica è indicata per pazienti a partire dai 18 anni nei quali sia possibile identificare con precisione il focolaio epilettogeno, cioè l’area della corteccia cerebrale dalla quale hanno origine le crisi. Proprio in corrispondenza di questa zona viene posizionato un elettrodo che invia attraverso il cranio impulsi elettrici diretti alla corteccia cerebrale, con l’obiettivo di modularne l’attività e ridurre la frequenza delle crisi. I parametri della stimolazione possono essere regolati e adattati alle caratteristiche del singolo paziente.
La particolarità di questa tecnologia è che l’elettrodo non viene inserito nel cervello, ma fissato sulla superficie esterna del cranio, al di sotto del cuoio capelluto. Non è quindi necessario aprire il cranio per raggiungere il tessuto cerebrale. L’elettrodo è collegato, attraverso un cavo che passa sotto la pelle, a un piccolo generatore di impulsi collocato anch’esso sottocute.
“L’introduzione di questa tecnologia – spiega Alfredo D’Aniello, neuropsichiatra infantile ed epilettologo presso il Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia dell’I.R.C.C.S. Neuromed – amplia ulteriormente l’offerta terapeutica del nostro Centro -. La neuromodulazione rappresenta un’importante possibilità terapeutica nell’epilessia farmacoresistente, soprattutto nei pazienti nei quali la chirurgia resettiva non è praticabile o non rappresenta una soluzione adeguata.
Questo nuovo sistema di stimolazione aggiunge un’ulteriore opzione all’interno di un percorso altamente personalizzato, costruito sulla corretta identificazione del focolaio epilettogeno e sulla valutazione multidisciplinare del paziente”.
Gli studi clinici condotti finora su questa tecnologia hanno mostrato una riduzione della frequenza delle crisi nei pazienti trattati, associata a un buon profilo di tollerabilità.
“Un elemento particolarmente interessante – spiegano i neurochirurghi Felice Esposito e Alice Esposito – è rappresentato dalla bassa invasività della procedura -. Lo stimolatore viene posizionato sotto la cute del cuoio capelluto e fissato alla superficie della teca cranica, senza la necessità di introdurre elettrodi all’interno del tessuto cerebrale. Questo consente di ottenere una stimolazione mirata dell’area corticale individuata attraverso una procedura chirurgica relativamente poco invasiva”.
Quando si parla di epilessia farmaco-resistenza
L’epilessia farmaco-resistente interessa più di tre persone su dieci con epilessia e si manifesta con la persistenza di crisi quando almeno due farmaci anti-crisi appropriati e ben tollerati sono stati sperimentati.
Oggi si può trattare con diverse possibili soluzioni, dall’intervento chirurgico che nella maggior parte dei casi è risolutivo, alla sperimentazione di farmaci innovativi e alle terapie palliative (tecniche di neuromodulazione e dieta chetogenica). In generale, si parla di forme resistenti quando non si arrestano le crisi con almeno due farmaci specifici per il suo tipo di Epilessia, ben tollerati, somministrati alla massima dose possibile e per un adeguato periodo di tempo, in monoterapia o in associazione con altri farmaci. Si tratta, va detto, di una condizione che non è definitiva né irreversibile.
Non solo. Va ricordato che in certi casi si può avere una farmacoresistenza falsa o pseudo-farmacoresistenza. Queste situazioni si possono avere ad esempio per una diagnosi di epilessia errata, per una scelta inadeguata del farmaco e/o delle sue dosi, per l’oggettiva difficoltà della persona a seguire bene i trattamenti. Ovviamente se la resistenza viene confermata presso centri specializzati.
Le persone possono ricorrere anche a nuove e innovative terapie con farmaci che possono “riaccendere” la speranza, o comunque ridurre la frequenza e l’entità delle crisi. In questo senso va la nuova tecnica, che si aggiunge alle diverse possibilità disponibili per il trattamento dell’epilessia. Con la neuromodulazione , bisogna ricordarlo, non si elimina il focolaio epilettogeno, ma si interviene sulla sua attività elettrica con l’obiettivo di ridurre le crisi.