Covid-19, come e perché temiamo o meno il rischio

Covid e percezione del periodo, come ci ha cambiato la pandemia?

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

A prescindere dalle posizioni scientificamente giustificate di ognuno, la variante Delta ha sparigliato la percezione della pandemia da parte di molte persone. Ed occorre capire come funziona questo sentimento, che nel tempo è mutato, anche alla luce della nuova fase dell’infezione da Covid-19. Ed allora, come si sta modificando la nostra percezione? Una risposta viene da una ricerca condotta in Italia e apparsa du Frontiers in Psychology.

Come nasce la percezione del pericolo

Lo studio, pubblicato da Frontiers in Psychology, nasce da una collaborazione multicentrica tra l’Istituto Auxologico Italiano, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Università degli Studi di Bergamo e Milano e l’Ospedale San Paolo e Policlinico di Milano, ha indagato la percezione del rischio per Covid-19 nella popolazione italiana, in un campione di 911 cittadini adulti intervistati tramite un questionario online. L’obiettivo dell’indagine è duplice: da un lato mettere in evidenza quali fattori, soprattutto psicologici, influenzano tale percezione; dall’altro, verificare se la percezione del rischio fosse associata alla misura in cui i cittadini si sono attenuti alle misure preventive.

Secondo Barbara Poletti, responsabile del Centro di Neuropsicologia dell’Auxologico San Luca di Milano, “i risultati suggeriscono che la percezione del rischio per Covid-19 è un fenomeno complesso, determinato dall’interazione di molteplici fattori. In particolare, situazioni di maggiore ‘prossimità’ al pericolo contribuiscono ad aumentare la percezione del rischio. Come suggerito da Sofia Tagini, psicologa e ricercatrice del Servizio di Neuropsicologia e Psicologia Clinica dell’Auxologico, “ciò è probabilmente dovuto al fatto che determinate circostanze rendono tangibili le possibili conseguenze del contagio”. Infatti, un maggiore rischio percepito è stato osservato in coloro che hanno vissuto il lutto di amici o famigliari o coloro che hanno una maggiore esposizione al Covid-19 a causa del proprio lavoro.

Gabriella Pravettoni, professoressa ordinaria di Psicologia generale in Statale e direttore della Divisione di Psiconcologia all’ Istituto Europeo di Oncologia di Milano, spiega che i risultati dello studio dimostrano come “persone più ansiose tendono a percepire un rischio maggiore, probabilmente poiché sono generalmente più sensibili nel cogliere potenziali pericoli. Infatti, abbiamo osservato che persone che adottano maggiormente una modalità ansiosa di relazione e comportamento in risposta a potenziali pericoli (ad esempio, caratterizzata da una risposta emotiva particolarmente accentuata, nel tentativo di attirare un possibile supporto sociale) tendono a percepire un rischio maggiore. Al contrario, persone che adottano una modalità più evitante tendono a percepire minor rischio, probabilmente poiché tendono a negare il problema e de-attivare le emozioni rilevanti”.

L’importanza della corretta informazione

Lo studio dimostra inoltre che sentirsi ben informati rispetto ai sintomi, alla prognosi e alle modalità di contagio incrementa il rischio percepito. Come sottolinea Roberta Ferrucci, ricercatrice presso l’Università di Milano, “questo risultato è particolarmente rilevante per le istituzioni, considerata la responsabilità nel promuovere una comunicazione il più possibile chiara e coerente”. Non di meno, è interessante notare che la ricerca ha dimostrato come persone che tendono a percepire la propria salute come qualcosa che dipende dagli altri, al di fuori dal loro controllo, si sentono più a rischio. Così come una personalità molto “aperta”, creativa, ed intellettuale contribuisce a diminuire il rischio percepito.

I ricercatori ipotizzano infatti che un’elevata creatività potrebbe facilitare la definizione di molteplici “vie d’uscita” e, possibilmente, scenari più ottimistici. Secondo Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Milano e primario di Neurologia all’Auxologico San Luca, evidenzia che “i risultati di questo studio mostrano come un’elevata percezione del rischio si associa ad una maggiore adesione ai comportamenti preventivi, sottolineando l’utilità pratica e non solo teorica di studiare tale fenomeno. Tali risultati potrebbero facilitare e ottimizzare la gestione della situazione attuale, ma anche circostanze simili in futuro”.

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